martedì 15 marzo 2022

IL MAL DI CAMPISMO


In questa guerra, come in altre, alcune organizzazioni politiche sostengono posizioni astrattamente marxiste, ma che in realtà possono essere definite semplicemente come una sorta di "nazionalismo rovesciato", ci riferiamo al campismo, ovvero la divisione del mondo in blocchi geopolitici contrapposti.

Raramente i campisti (solitamente di matrice m-l, cioè stalinista) affrontano il conflitto di classe interno delle nazioni del "campo antimperialista" e, senza analizzare la natura di questi governi e delle loro economie, attribuiscono a queste nazioni una funzione progressista e progressiva. Non criticano mai le “nazioni antimperialistiche” e tendono a glissare o a opporsi apertamente ai movimenti di lotta che emergono tra la classe operaia di questi stati. Così gli scioperi in Cina sono il frutto dello sponsor Usa; le manifestazioni di dissenso per la guerra in Russia sono egemonizzate dalle forze reazionarie ecc.

C'è stato un tempo in cui l'identificazione con un blocco anticapitalista e antimperialista aveva un senso. La Rivoluzione Russa è stata sostenuta da milioni di lavoratori che hanno operato anche una rottura politica con quella sinistra sciovinista e governista. Lenin e Trotsky hanno fatto una rivoluzione rovesciando un governo di centro-sinistra, hanno costruito un’internazionale (I.C.) contro le derive riformiste della vecchia socialdemocrazia.

Quindi, dopo la rivoluzione del 1917, nonostante la distorsione avvenuta con l’ascesa di Stalin al potere e la relativa deviazione del metodo rivoluzionario (svolta Kuomintang, Terzo periodo e Fronti Popolari, assenza di democrazia, socialismo in un paese solo ecc.), si poteva dire che vi erano due blocchi: uno che era nato dalla rivoluzione operaia e combatteva per il “socialismo” (la difesa della casta burocratica) e l’altro un blocco capitalista che sosteneva (anche economicamente) la controrivoluzione in tutto il mondo.

Questo scenario oggi non esiste più, sono solamente due gli stati operai in dissoluzione (ahimè), Cuba e Corea del Nord. Bisogna dire ai nostalgici dell’URSS che la Russia è un nuovo imperialismo fatto di borghesia e sciovinismo.

Il campismo contemporaneo è, se dovessimo riassumere, la più grande distorsione del marxismo in quanto spinge la solidarietà con gli stati piuttosto che con la classe e la sua lotta internazionale. L'internazionale di Marx, Engels, Lenin e Trotsky, come struttura organizzativa e pratica, è completamente cancellata da questa visione. Questa tendenza generalmente sostiene stati chiaramente capitalisti (come Iran e Siria) o stati che affermano a parole di essere socialisti come la Cina (coprendosi di ridicolo, perché la Cina, ad essere obiettivi, non solo è un paese capitalista ma è una vera e propria potenza imperialista con annesse entrature di capitali in Africa e in varie parti del mondo), oppure ancora i campisti si aggrappano alla Corea del Nord (che di soviet ed internazionalismo non ha neanche l'ombra ma ha solo un despota che governa miscelando culti religiosi ad un neostalinismo vintage).

Il campismo in questi giorni viene sventolato non solo dalle organizzazioni neo staliniste o staliniste ma anche da Putin che si aggrappa a questo metodo per giustificare la sua invasione dell’Ucraina in opposizione all’imperialismo statunitense ed europeo. Lo stesso Putin nel suo discorso o meglio nella sua dichiarazione di guerra all’Ucraina, fatto in diretta tv il 21 febbraio 2022, ha parlato di riconoscimento, formale ed ufficiale, delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, ma anche e soprattutto ha evidenziato le colpe di Lenin secondo cui: «chi ha governato nell'Urss di inizio '900» - sarebbe colpevole della nascita e dell' "invenzione" dell'Ucraina, che «ha tolto pezzi al territorio della Russia».

Ecco il nuovo paradosso dei campisti: definirsi comunisti in opposizione a Lenin. Applauso!

Putin insomma rispolvera lo sciovinismo “grande russo”, lo stesso sciovinismo grande russo combattuto da Lenin anche all’interno dei bolscevichi contro Stalin che ne fu uno dei massimi rappresentanti.

Lenin aveva le idee chiarissime sul processo di autodeterminazione. Sosteneva, sia praticamente che teoricamente, che il processo di costruzione sovietico avvenisse su base volontaria perché «… lo zarismo e la borghesia grande-russa, con la loro oppressione, hanno lasciato nelle nazioni vicine un’ombra di rancore e di diffidenza verso i grandi-russi in generale, e questa diffidenza va dissipata con i fatti, e non con le parole». Questo metodo è alla base del leninismo, cioè della costruzione del socialismo per convincimento e non per assimilazione.
«(…) Invece della parola autodecisione, (...) io pongo un concetto assolutamente preciso: il diritto di separarsi liberamente» [1].

Insomma per Lenin il diritto dell’autodeterminazione era una parte integrante del programma bolscevico: «Il socialismo vittorioso deve necessariamente instaurare la completa democrazia e, quindi, non deve attuare soltanto l'assoluta eguaglianza dei diritti delle nazioni, ma anche riconoscere il diritto di autodecisione delle nazioni oppresse, cioè il diritto alla libera separazione politica» [2].

Per Lenin la lotta per l’autodeterminazione non era semplicemente una formula vuota, ma un metodo politico, un principio, e come è noto sulle questioni di principio Lenin non era solito fare concessioni, così la lotta contro lo sciovinismo grande russo per Lenin non si esaurisce nella battaglia teorica e in proclami ma vede anche la sua declinazione all’interno del partito, del suo partito.

Lenin ha già aveva notato nei primissimi anni ‘20 i metodi di Stalin e un'ulteriore conferma di ciò la ebbe verso la fine del 1922, quando ebbe chiaro in che modo Stalin silenziava il dissenso dei compagni georgiani. L’impero zarista era conosciuto, era passato alla storia come la “prigione dei popoli”, molte etnie/nazioni erano state rinchiuse dal recinto zarista. La classe operaia e il movimento popolare di queste nazioni oppresse avevano fuso la lotta contro lo zarismo con la lotta per la propria autodeterminazione, non a caso il diritto all’autodeterminazione era stato, come abbiamo scritto, uno dei punti fondanti del bolscevismo. Dopo il successo della rivoluzione, i bolscevichi avevano costruito il potere sovietico su alcune repubbliche nazionali oltre a quella Russa (Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbaijan) ovvero la Rsfsr (Repubblica socialista federativa sovietica russa).

Anche se sulla carta i rapporti tra le repubbliche sovietiche erano formalmente regolati, il Partito Russo bolscevico aveva una forte tendenza ad accentrare. Lenin dunque pone l’attenzione sulla questione e cerca una via d’uscita. Nell’estate del 1922 l’ufficio politico bolscevico crea una commissione, presieduta da Stalin, che ha il compito di affrontare la questione “georgiana” e delle altre federazione. Questa commissione è composta di persone vicine a Stalin e produce un testo (Tesi sull’autonomizzazione) che vidima nei fatti l’annessione delle cinque federazioni alla Russia.
Lenin reagisce nonostante le sue non buone condizioni di salute prima definendo Stalin “un po’ troppo precipitoso” [3].

Successivamente Lenin va all’affondo in una lettera indirizzata a Kamenev e al Comitato Centrale del 6 ottobre:
«Compagno Kamenev! Dichiaro guerra (e non una guerriciola, ma una lotta per la vita e per la morte) allo sciovinismo grande russo. Non appena mi sarò liberato di questo maledetto dente, lo assalirò con tutti i miei denti sani».

Alla fine Stalin media non avendo la maggioranza nel CC. Cede ma il problema sarà solo rimandato.

Lenin, dunque, non aveva dubbi sul concetto di autodeterminazione come, tornando a noi, sul tema del campismo non aveva dubbi sul concetto di “patria”: nella battaglia tra un imperialismo dominante e uno che cercava di ascendere Lenin si schierava senza mezzi termini da parte del proletariato, non aveva una divisione verticale (campi), bensì orizzontale (classi).

La parola d'ordine, basata sull'analisi della realtà e del carattere delle classi era e dovrebbe essere patrimonio del marxismo rivoluzionario; il proletariato non può sostenere nessuna guerra in cui i lavoratori si uccidono in nome della borghesia, così oggi di fronte alla aggressione dell’imperialismo nascente russo il metodo dovrebbe essere lo stesso.

Lenin fu accusato di essere un servo dell’imperialismo tedesco. Insieme a Trotsky e Rosa Luxemburg pagò con la vita la lotta contro lo sciovinismo. Il modo migliore per ricordare questi grandi marxisti è apprendere il loro metodo.

Il marxismo rivoluzionario è altro rispetto al campismo e consiste innanzitutto, come Lenin e Trotsky ci hanno insegnato, nella lotta per il potere politico della classe operaia e non fare gli ultras di presidenti egotisti autoritari di nazioni e/o potenze capitaliste.


Note

1 Lenin, Opere Complete, vol. 26
2 La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all'autodecisione, Lenin 1916
3 Lenin, Opere Complete, vol. 42

Eugenio Gemmo

sabato 8 gennaio 2022

Sostegno ai lavoratori del Kazakhstan

Dopo alcuni giorni di proteste e con l’ausilio dei militari russi nel Paese, il presidente del Kazakhstan ha dichiarato che la situazione è sotto controllo e "in larga parte ripristinato" l’ordine. Persino il presidente Xi Jinping si è congratulato con l'operato governativo: nella giornata di ieri il Presidente cinese ha inviato un messaggio di elogio a Tokayev per le "misure forti" da lui adottate, che hanno consentito di stroncare quella che Xi ha definito una "rivoluzione colorata" delle "forze straniere". 

In una diretta tv pubblica, Tokayev ha ammesso di aver dato l’ordine ai suoi militari "di sparare per uccidere senza preavviso" per fermare la sommossa. Sino ad oggi si contano almeno 26 manifestanti uccisi, centinaia sono rimasti feriti e più di 3mila persone sono state arrestate, insomma una mattanza. Tutto è iniziato con l'aumento del 50% dei prezzi del gas da parte del governo il 2 gennaio 2022 questo è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso la popolazione del Kazakhstan è scesa per le strade e con essa gli scioperi hanno attraversato il paese, specie nel settore energetico. 

La protesta ha mosso i suoi primi passi a Zhanazoen, una cittadina di medie dimensioni, il 4 gennaio vi è stato il primo passo indietro delle autorità ritirando l'aumento dei prezzi e si è creato quello che volgarmente potremmo definire effetto domino, il popolo ha visto poteva affondare il colpo e la protesta velocemente si è diffusa sino ad Almaty, la più grande città del paese, e in molte altre città. 

Tutto questo condito dalla parola d’ordine "vecchio, vattene!":  Nursultan Nazarbayev, è al potere da più di trenta anni dittatore e padre padrone del Kazakhstan a nulla valse la grande mobilitazioni di massa del 2019 che impose all’allora presidente le dimissioni da primo ministro per essere assunte Tokayev (attuale presidente), ma nei fatti è ancora lui a detenere il potere. 

Siamo dalla parte della classe lavoratrice kazaka: chiediamo la cacciata immediata dell’imperialismo russo dal paese, l’allontanamento di Nazarbayev, la libertà per i lavoratori di organizzarsi al fine di costruire nuovi organismi decisionali con alla testa il mondo del lavoro. Chiediamo, infine, la liberazione di tutti i prigionieri!


La redazione del blog

lunedì 15 novembre 2021

GRANDE SUCCESSO DEI TROTSKYSTI IN ARGENTINA

 


IL racconto delle elezioni, la cronaca delle elezioni in Argentina, conclusesi ieri, non nè è complesso e né controverso. Bisogna solo avere il coraggio e l’onestà intellettuale di analizzarle, il primo dato, il più significativo che risalta gli occhi di cui adesso dobbiamo parlare è lo straordinario successo del trotskysmo argentino che si conferma come terza forza del Paese ottenendo quattro deputati nazionali: Myriam Bregman (Città Buenso Aires), Nicolás del Caño e Romina del Plá (provincia di Buenos Aires) e Alejandro Vilca (Jujuy).

Su questo risultato che valuteremo con maggior serenità quando nei prossimi giorni avremo un maggior numero di dati non possiamo però non sottolineare la grande forza del cartello elettorale, il FIT-U. Un cartello di forze rivoluzionarie, tutte con un ascendente trotskysta, che hanno messo da parte le loro invidie politiche neo settarie al servizio della classe operaia argentina, così oggi hanno avuto un ottimo consenso alle urne, sono state capaci di scuotere le piazze contro la destra e il peronismo così come poco più di un anno fa hanno diretto la lotta per il diritto all’aborto.

Insomma da più di un decennio il FIT è un punto fermo per tutta l’estrema sinistra a livello mondiale, una speranza per la lotta di classe internazionale.

ALL’ascesa del movimento rivoluzionario in Argentina corrisponde in modo più o meno direttamente proporzionale l’oblio dei media, specie in Italia, un vizio, un male che accumuna sia la stampa ufficiale che i portali dell’estrema sinistra che possiamo definire come una sorta di  “troskofobia”. Da anni ripeto che il problema politico cela sempre un problema ideologico così il FIT-U viene ridimensionato dalla stampa borghese (naturale) e l’estrema sinistra fa opera di quello che in psicologia si chiama “rimozione”. Pur di porre alla cronaca il successo dei trotskysti fa opera di cancellazione, semplicemente non esistono…

 

IL Fronte-Unità di Sinistra (FIT-U) ha ricevuto un grande consenso popolare e dal proletariato argentino, rimane stabilmente nel termometro elettorale come terza forza e l’elezione di quattro deputati nazionali distribuiti tra alcune forze del cartello ne sono la riprova

 

 

Nella provincia di Buenos Aires, le organizzazioni del FIT U composte dal PTS, IS, PO  e MST) hanno raccolto il 6,8% dei voti, nella sola città il blocco di estrema sinistra ha raggiunto il 7,76%.

 

 

Nella provincia di Jujuy hanno ottenuto il 25,2% a Jujuy appena sotto il 25,7% del FdT (101.807 voti). 1

 

L’Enorme consenso della FIT Unidad è funzionale a rafforzare l'alternativa di classe che è cresciuta e si è consolidata in tutti questi anni e sicuramente, come recita un loro comunicato servirà alla classe operaia “a contrastare le politiche del FMI, lottando per una retribuzione, lavoro e pensioni dignitosi.” La lista FIT-U si è fatta portavoce di un programma ben definito e incentrato, come di consueto, sui diritti dei lavoratori, civili con una critica diretta al sistema economico globale e proposte di statalizzazione. Parlare alla gente facendo leva su una prospettiva internazionalista mettendo al centro la redistribuzione della ricchezza.

 

Eugenio Gemmo 


1 FDT coalizioni di partiti Peronisti

giovedì 7 ottobre 2021

ARGENTINA: L'AVANZATA DEL FIT

 


Le elezioni argentine confermano la forza 

del Fronte di Sinistra e dei Lavoratori

di Luca Tremaliti



Ancora una volta il Fronte di Sinistra e dei Lavoratori - FIT - ha dato una dimostrazione che nel mondo c’è un esempio da seguire per chi si batte per un altro mondo possibile che superi i limiti del capitalismo e che lotti per il socialismo. Senza scadere in toni trionfalistici, il FIT ha mostrato alle scorse elezioni argentine il suo stato di salute, totalizzando oltre un milione di voti e risultando la terza forza politica argentina. L’unica ad essere ormai riconosciuta come la vera sinistra e la vera opposizione antisistema.

domenica 12 settembre 2021

QUANDO IL PROLETARIATO CHIEDEVA IL VACCINO

 La spiegazione degli eventi e l’insegnamento della storia si contraddistinguono, in questo periodo pandemico, non dalla qualità delle fonti ma dalla quantità delle fonti. Siti privi di qualsiasi fondamento scientifico proliferano distorcendo le notizie e la verità sui vaccini anti-Covid. Pullulano frasi come “vengono nascosti effetti collaterali e decessi post-vaccino”, “I vaccini anti-Covid sono sperimentali”.


In Italia l’Agenzia Italiana per il farmaco (Aifa) pubblica periodicamente il resoconto con le segnalazioni di sospetti eventi avversi, e la realtà è che «i vaccini autorizzati contro il Sars-Cov hanno effettuato tutti i passaggi della sperimentazione per ricevere l’autorizzazione all’immissione in commercio», non vi è stato nessun “salto del turno”.

Il nozionismo in sostanza sta sostituendo a poco a poco lo spazio della comprensione dei grandi fenomeni storici. Anche le lotte sociali di classe vengono sostituite da paure e convinzioni medievali. Il Covid-19 non è solo una malattia fisica, ma in molti scuote e mobilita le paure più irrazionali.

Era il 1973 quando un’epidemia di colera colpì l’Italia. La propagazione del colera, rispetto alla diffusione del Covid-19, ebbe un processo geograficamente inverso. Il centro del contagio fu Napoli, una città del Sud. Tutto ebbe inizio nell’agosto del '73, per la precisazione il 24 agosto, a Torre del Greco (dove Giacomo Leopardi morì 1837 durante un’altra epidemia di Colera), ove si segnalarono alcuni casi di gastroenterite acuta.

Già il 20 agosto la ballerina inglese Linda Heyckeey morì a causa del colera. Era più di un sospetto. L’ospedale Cotugno del capoluogo campano in pochi giorni assorbì molti pazienti, tutti affetti dagli stessi sintomi: diarrea, nausea e vomito. Il colera si diffuse, il batterio killer iniziò a preoccupare. La malattia viaggiò veloce per le vie della città e con essa, alla stessa intensità, si diffusero la paura e il panico.

Napoli aveva già avuto a che fare con il colera nel 1835, nel 1849, nel 1854, nel 1865, nel 1884 e nel 1893. I decessi furono migliaia, e migliaia di vittime – circa 16000 – il Vibrio cholerae (batterio responsabile del colera) li fece nella penultima epidemia del 1884. L’incubo colera si stava riproponendo per l’ennesima volta a Napoli.

La Napoli degli anni '70 era una Napoli molto diversa da quella di oggi, non solo in senso strutturale ma anche sociale. Il tessuto sociale era strettamente più connesso alla coscienza politica. L’impatto del colera a Napoli negli anni '70, se paragonato ai numeri del Covid-19 odierni, fu sicuramente di lieve entità, le morti (secondo le stime più pessimiste) furono 24, con circa 1000 pazienti ricoverati. Altre regioni come la Puglia, la Sardegna o città come Roma, Firenze, Pescara, Bologna e Milano, contarono ammalati ma nessun aspetto drammatico per le statistiche.

La ricerca delle cause della diffusione della malattia furono, almeno nella prima fase, complesse. Inizialmente infatti si ritenne che l’epidemia fosse stata causata dal consumo di molluschi infetti dai vibrioni, in particolare cozze, che venivano ingerite anche crude. La cosa molto particolare e curiosa è che le vere responsabili della diffusione del batterio furono le cozze tunisine e non quelle nostrane, perché i frutti di mare partenopei avevano un tale concentrato di colibatteri, a causa dell'inquinamento del mare, da impedire di sopravvivere allo stesso batterio del colera [1].

Fu il primo caso d’inquinamento selettivo per il proliferare di batteri.

Le autorità, dunque, adottarono diverse misure di anticontagio: iperclorinarono le acque dell’acquedotto municipale, bloccarono la vendita dei frutti di mare e il consumo nei ristoranti e nelle trattorie, e in concomitanza attivarono una raccolta di massa straordinaria di rifiuti, sanificarono strade ed effettuarono controlli a tappeto.

La situazione era seria, era necessario reagire, tanto più che, come tutte le questioni sociali, restavano sacche di convinzioni medioevali, populiste e parafasciste che facevano resistenza. Ieri come oggi avevamo la destra retrograda (i no vax odierni) in prima linea, i soliti sprezzanti del pericolo (negazionisti dell’epidemia) che pensarono bene di farsi riprendere mentre ingurgitavano cozze crude. Oppure si doveva fare i conti con l’incoscienza nazionalpopolare dei giovani, come quella degli "scugnizzi" che dopo essersi vaccinati si gettavano nelle inquinate acque di Via Caracciolo [2].

La presenza del Colera a Napoli, in pochi giorni, divenne un fatto ufficiale. I media sottolineavano il dato. Il Mattino il 28 agosto ufficializzava la presenza dell’epidemia. Gli anziani del posto avevano ancora vivo il ricordo di cosa aveva fatto il colera nel 1910, pochi decenni prima (111 decessi). Il 29 agosto, il Corriere titolava: «Paura del colera». Il giorno dopo: «Contagiati anche i bimbi».

Era necessario reagire, ma mancavano le dosi. In città, il siero anticolerico contava poco più di 17000 dosi [3]; la popolazione iniziava ad accusare il colpo e la non chiarezza sull’origine della diffusione del batterio metteva Napoli in ginocchio. I napoletani, oltre a subire la malattia, per la paura si trovano sigillati in casa senza poter consumare nulla, dal pesce all’acqua alla frutta. Il disagio cresceva, e aumentava anche il livello di coscienza di classe. Il popolo scese in piazza al grido di “vogliamo il vaccino!”. Napoli reclamò il vaccino. Era la classe operaia, la povera gente dalla grande Napoli che stava reagendo.

Nelle foto in bianco e nero di allora ci sono uomini, donne e bambini che protestano perché vogliono difendersi da quel nemico che evoca terrore e lutti. Proprio come dovrebbe essere oggi per il Covid-19, la gente di Napoli ancor meno di cinquant’anni fa lottava per aver un vaccino, per poter essere libera, per poter mandare i figli a scuola, per uscire e tornare alla normalità.

Ai giorni nostri, con un nemico molto più letale e cattivo, le cronache e le immagini in bianco e nero di quella estate napoletana del 1973 ci consegnano una grande esperienza positiva, l’esempio di come il popolo debba rispondere.

Si creano dunque a Napoli i primi centri vaccinali, uno dei primissimi fu alla Casa del popolo di Ponticelli (un’iniziativa promossa da alcuni militanti del PCI), e in poco tempo la vaccinazione cambia passo. Il 3 settembre il Corriere d’Informazione parla di circa 800000 napoletani vaccinati, e l’obiettivo del milione sembra vicinissimo; “prima di sera”, aggiunge, “potrebbero arrivare a sfiorare il milione”, ma la


cosa che più colpisce è, come afferma il Corriere: «in città si nota un clima molto più sereno».

Per rendere possibile la campagna di immunizzazione, in città erano stati allestiti decine di centri dove il vaccino poteva essere somministrato. Al 3 di settembre ne risultavano attivi «44 nella sola Napoli». Un aiuto importante, per dovere di cronaca, fu dato dalle truppe NATO presenti in Campania, dotate di "siringhe a pistola" capaci di somministrare le dosi in tempi molto rapidi. Questi strumenti erano quelli che utilizzavano per le loro truppe in Vietnam.

Quello che dobbiamo valutare con molta attenzione oggi è quello che ci ha insegnato questa vicenda. A Napoli ci fu una grande partecipazione della popolazione alle proteste per ottenere il vaccino. Con grande tenacia e pazienza, i partenopei ottennero il vaccino, mostrando piena fiducia nella scienza, nell’immunizzazione e nei vaccini.

La storia, come spesso accade, non solo tende a ripetersi, ma purtroppo, come diceva un grande, insegna ma non ha allievi. Nel caso del Covid, purtroppo, ha subito un ulteriore affronto ed è stata ribaltata.





NOTE



1) approfondimenti   https://storienapoli.it/2020/03/16/colera-1973-quando-usa-salvarono-napoli/#:~:text=Alla%20fine%20la%20versione%20pi%C3%B9,del%20vibrione)%20provenienti%20dalla%20Tunisia.&text=La%20cosa%20paradossale%20era%20che,allo%20stesso%20vibrione%20del%20colera%E2%80%9D



2) Corriere del mezzogiorno



3) Corriere della Sera






ALTRE FONTI



L’epidemia di colera a Napoli



La lezione dell’epidemia del colera



Eugenio Gemmo

giovedì 15 luglio 2021

Cuba: per la libertà di Frank García Hernández e degli altri detenuti della sinistra cubana

Dichiarazione da parte dell'Unione Internazionale dei Lavoratori e delle Lavoratrici-Quarta Internazionale (UIT-CI). 

Da Cuba un appello alla solidarietà internazionale per l’immediata liberazione di detenuti della sinistra cubana che erano presenti durante le genuine proteste che si tennero nella giornata dell’11 luglio a La Habana e in altre città cubane. Fra i detenuti a La Habana compare il marxista e storico cubano, Frank García Hernández. Dal collettivo editoriale del Blog dei Comunisti arriva un appello alla solidarietà e una dichiarazione sulla genuinità delle proteste che non hanno niente a che vedere con manovre politiche da parte dell’imperialismo americano: «Oggi pomeriggio il popolo cubano è sceso in strada». Un popolo che non era stato convocato da nessuna organizzazione che non fosse la grave crisi economica che sta affrontando Cuba e l’incapacità, da parte del governo, di gestire la situazione. Cuba è scesa in strada con lo slogan sbagliato "Patria e vita" però è scesa con una promessa che andava al di là dello slogan ovvero esigere dal governo un vero socialismo. Per le strade non c’erano solo artisti o intellettuali, questa volta a manifestare era l’intero popolo in tutta la sua ampia eterogeneità». 

Denunciano inoltre che il regime ha represso le manifestazioni usando gas lacrimogeni al peperoncino e facendo uso di tutte le risorse loro disponibili. Dall’UIT-CI, come socialisti rivoluzionari ci uniamo all’appello per l’immediata libertà di Frank García Hernández e degli altri detenuti della sinistra cubana. Oltre a García Hernández, sono detenuti anche Leonardo Romero Negrin, giovane socialista studente di Fisica dell’Università de La Habana, Maykel Gonzalez Vivero, direttore di Tremenda Nota, una rivista marginale e Marcos Antonio Pérez Fernandez, uno studente minorenne del Preuniversitario. 

Come sempre l’imperialismo e i vermi di Miami vogliono usare queste proteste per la loro politica reazionaria e per attaccare la sovranità cubana. Tuttavia la gente è scesa in strada protestando contro la miseria, la mancanza di servizi e contro la repressione del governo cubano che tradì, ormai già da decenni, la sua rivoluzione socialista per favorire i privilegi degli altolocati e scendere a patti con le multinazionali. Dalla UIT-CI ci appelliamo a tutte le rivoluzionarie e rivoluzionari anti imperialisti e alle organizzazioni democratiche di sinistra per pronunciarsi e ad aggiungersi all’appello di libertà di Frank García Hernández e degli altri detenuti della sinistra cubana. 

12 luglio 2021


Traduzione della compagna Anna Bennato

Comunicato in lingua originale: https://uit-ci.org/index.php/2021/07/12/cuba-por-la-libertad-de-frank-garcia-hernandez-y-demas-detenidos-de-la-izquierda-cubana/


lunedì 5 luglio 2021

Testi di N. MORENO

 



 

Di seguito riproduciamo tre frammenti di diverse opere di Nahuel Moreno che riguardano il tema sulla Palestina.

"Slogan democratico palestinese che può aprire la strada alla rivoluzione dei lavoratori". Pubblicato su Correspondencia Internacional nel settembre 1982. Moreno ha polemizzato con un gruppo di compagni cileni che avevano abbandonato il lambertismo e si sono uniti alla nostra corrente (allora chiamata LIT-CI). Li troviamo un'ampia caratterizzazione dell'OLP.

"Israele, uno stato nazista". Pubblicato nel Primo Congresso Mondiale del LIT-CI [1985], Crux Editions, pp. 123/4. In uno dei suoi discorsi al Congresso Mondiale, Moreno ha brevemente fatto riferimento alla definizione di Stato di Israele.

"Chi opprime, chi è l'oppresso?" Pubblicato in Conversaciones, Edizioni Antidoto, pp. 5/7. In questa domanda, Moreno si smarca dalle accuse di "antisemita", definisce i sionisti in Palestina come oppressori e considera il terrorismo arabo come una conseguenza di quella brutale oppressione.

 

Slogan democratico palestinese che può aprire la starda alla rivoluzione dei lavoratori

 

Cari compagni,

Abbiamo ricevuto la vostra lettera del 31 luglio con domande "sommarie" e critiche implicite ed esplicite alle nostre posizioni sul Medio Oriente. La chiave delle nostre differenze, anche per quanto riguarda il metodo di affrontare il problema, sta nella vostra affermazione che la politica e lo slogan “Palestina laica, democratica e non razzista sono borghesi e possono essere sostenuti solo "se tale Stato emerge, nella lotta contro il sionismo e l'imperialismo".

D'altro canto, le nostre differenze sono più precise quando, alla fine della lettera, affermate di essere "naturalmente" d'accordo con noi sulla "caratterizzazione della guerra in Libano, sugli slogan antimperialisti centrali e sulla creazione di asse nella distruzione dello Stato sionista". Inoltre, quando approvano il nostro slogan "asse" di sostegno militare all'OLP e alle truppe siriane.

Quindi a prima vista le differenze sembrano essere puramente tattiche. Secondo lei, saremmo completamente d'accordo "sull'asse" e sulla "base", che sarebbe la "distruzione dello Stato sionista", e segnerebbe il vostro disaccordo su ciò che dovrebbe essere costruito "dopo": per noi sarebbe lo slogan "borghese" di uno Stato palestinese, laico, democratico e non razzista; per voi, d'altra parte, lo slogan che considerate "transitorio" e "classico del trotskismo": assemblea costituente palestinese sulla base della distruzione dello Stato sionista. Vedremo che non è così:

Chi lo distrugge?

Nel porre questa prima domanda, logicamente derivata dal nostro accordo principistico, iniziano le profonde differenze di metodo, che si riflettono poi nelle politiche e negli slogan. Se lo scopo decisivo e fondamentale è la distruzione dello Stato sionista, si tratta di stabilire quali forze oggettive sono attualmente impegnate in questo compito progressivo e storico, e quali sono i migliori slogan per sostenerli e garantire che essi svolgano il loro compito con il massimo entusiasmo e forza.

 Forse gli ebrei sabra e sefarditi lo faranno? Oppure i lavoratori Askenazi?

Al momento, queste forze sono il baluardo dello Stato sionista e non l'avanguardia della sua distruzione. L'aristocrazia operaia akenazista, attraverso il partito laburista, è tutta nel Sionismo. I Sabras e i Sefarditi diedero la base elettorale al sionismo e sostennero con entusiasmo i suoi piani per colonizzare le terre arabe.

Attualmente questo lascia come unico settore sociale nella lotta permanente contro Israele il movimento arabo e maomettano[1], alla cui avanguardia indiscussa sono i palestinesi, cacciati dalla loro patria dai sionisti. Per 34 anni, quando è stato costruito lo Stato razzista, il modo per combattere la sua distruzione è stato quello di sostenere la giusta guerra di palestinesi e musulmani. Non vediamo altro, perché non c'è altra forza nella realtà oggettiva che si trova di fronte, armi alla mano, contro il sionismo.

Come trotskisti, dobbiamo quindi cercare di trovare gli slogan appropriati per questa realtà oggettiva, cioè per aiutare la mobilitazione e la lotta araba. Questo è il nostro metodo, ma non il vostro.

Parole d’ordine per portare a termine il compito o dopo che è stato portato a termine?

Quando le nostre differenze metodologiche sono incarnate in diversi slogan, sorge il nuovo problema del ruolo e della posizione che devono svolgere nella lotta. Quando e per cosa dovrebbe essere usato uno slogan?

Se siamo guidati dalla vostra posizione sulla costituente palestinese viene sollevato lo slogan dopo che il compito di "base" è stato portato a termine. Non è per contribuire a realizzarlo meglio, ma per risolvere un problema che lo segue, in questo caso quello che sorgerebbe dopo la distruzione dello Stato sionista.

Questa è la metodologia che Trotsky definì come dissolvere il concreto nell'astratto e futurologico. In effetti: state sciogliendo il concreto, che è la lotta maomettana-palestinese per distruggere lo Stato fascista e razzista basato sull'Antico Testamento, nell'astrazione futurologica che, una volta distrutto lo Stato, chiamerà i suoi attuali abitanti, che sono sionisti e hanno la maggioranza assoluta sui palestinesi, a un’elezione costituente per discutere della riorganizzazione del paese dando a ciascuno di loro un voto, proprio come i palestinesi.

Noi, d'altro canto, riteniamo che lo slogan debba servire al compito, in questo caso la distruzione dello Stato israeliano. Non per rispondere ai problemi successivi a quella distruzione, ma per attuarla, per mobilitare meglio i palestinesi. E ancor meno quando l'astrazione futurologica è completamente reazionaria.

Il suo slogan non serve a far sì che gli unici attuali agenti della distruzione dello Stato sionista abbiano sempre più audacia e coraggio, ma va contro questo scopo. L'assemblea costituente palestinese, consapevolmente o inconsciamente, oggi serve il sionismo, lo storicizza nella contemporaneità, ed è la causa per cui Lambert lo appoggia, Lambert, non tutto il trotskismo e men che meni quello rivoluzionario.

La trappola del vergognoso sostegno

Uno dei problemi fondamentali della guerra, che in varie forme va avanti da 34 anni, è la disputa su chi ha il diritto di rimanere in Israele. Cioè, se i sionisti rimarranno o meno, se l'enclave imperialista sostenuta dagli ebrei rimarrà o sarà distrutta. I palestinesi dicono e lottano perché i sionisti - e gli occupanti che sono venuti a rafforzare l'enclave - se ne vadano.

Se l'enclave rimane, cioè se Israele vince la guerra, può assumere forme diverse. Potrebbe arrivare ad assimilare una minoranza palestinese collaborazionista e concedergli alcuni diritti; Perché no? quelli elettorali. Ma se sarà distrutta dalla guerra palestinese, significherà che i sionisti lasceranno Israele e, con loro, coloro che danno loro la loro base sociale e politica. Questo slogan: “fuori i sionisti da Israele”, è quello decisivo, quello che dà contenuto alla nostra formulazione di distruzione dello Stato sionista. Non c'è altro modo per distruggere lo Stato sionista se non cacciando i sionisti. Che razza di distruttore dello Stato sionista siamo se la nostra principale bandiera è quello di permettere ai sionisti di vincere o partecipare a elezioni dell'assemblea costituente, per le quali ci impegniamo a combattere al loro fianco e contro i palestinesi, perché non questi ultimi non considerano il voto dei sionisti come un voto utile?

L'assemblea costituente palestinese dopo la distruzione dello Stato sionista è proprio il modo vergognoso per sostenere i sionisti e convalidare la loro presenza, dando un'impiallacciatura "democratica" alla loro usurpazione fascista.

Se volete insinuare che questa costituente sarebbe stata fatta con coloni ebrei non sionisti, abbiamo implicitamente risposto prima. Quegli abitanti immaginari non esistono. Se il proletariato ebraico dovesse rompere con i suoi apparati sionisti (come lo chiamiamo noi), dovremmo studiare come collegarlo al meglio alla lotta palestinese. Ma questa è musica del futuro.

Nella vostra lettera c'è un errore teorico che vi porta verso lo slogan della costituente, anche se, come abbiamo visto, non serve a mobilitare i palestinesi ed è prosionista. Voi credete che sia "transitorio", quindi superiore al nostro, che è borghese.

Questo è falso. È uno slogan strettamente borghese, borghese come il nostro. Nessuno dei due ha un singolo elemento classista. L'elettore è una rivendicazione democratica borghese, che non si basa sulle classi, ma sui cittadini. Ad ogni abitante, un voto. È l'espressione ultima del diritto politico borghese.

Come ogni rivendicazione, indipendentemente dalla sua origine storica, può svolgere un ruolo tradizionale, progressivo, regressivo, rivoluzionario o controrivoluzionario, che dipende dal contesto. Ad esempio, è criminalmente controrivoluzionario in qualsiasi enclave coloniale, quindi è spesso usato dall'imperialismo per difenderli. Non riconosciamo alcun diritto democratico borghese per gli abitanti delle enclavi inviate dalla metropoli. Quando occuperemo Guantánamo, non chiederemo un'assemblea costituente con pari diritti per i cubani e per i colonizzatori della base. La nostra parola d'ordine è, fin da ora, “fuori gli Yankee da Guantánamo”, la stessa che abbiamo in Israele.

Oggi in Israele l'assemblea costituente è altrettanto controrivoluzionaria. Non potevamo che sollevarla in modo ultrapropagandistico - e non servirebbe a nulla - preceduta da una lunghissima spiegazione secondo cui ciò accadrà solo finché i palestinesi lo richiederanno, quando saranno espulsi da Israele tutti gli ebrei che sono sionisti, i fascisti, i razzisti e che non vogliano vivere con gli arabi.

Se questo non viene adeguatamente chiarito, o sciolto in una formula astratta come la distruzione dello Stato israeliano, senza esplicitare che questa distruzione implica necessariamente l’allontanamento dei suoi attuali abitanti, lo slogan significa accettare il fatto compiuto dell'occupazione ebraica di Israele e dire che d'ora in poi saremo tutti democratici, compresi i fascisti.

Perché la leadership dell'OLP lo abbandona?

D'altro canto, lo slogan borghese e non classista della Palestina laica, democratica e non razzista, oltre ad essere il più progressista sollevato dal movimento palestinese, può aprire la strada alla rivoluzione dei lavoratori. In un'altra situazione potrebbe diventare controrivoluzionaria, ma oggi svolge un ruolo preciso, equivalente a fuori gli Yankee da Guantanamo o fuori i sionisti israeliani, che è ciò che significa effettivamente "non razzista" della formula. E questo ci sembra un'ottima cosa: che i razzisti ebrei vengano cacciati dalla Palestina. E domani anche i razzisti arabi. Ma domani, non oggi. Perché oggi il razzismo arabo nei confronti di Israele è progressista: distrugge lo Stato sionista.

Così buono è lo slogan che, man mano che la leadership dell'OLP e del movimento arabo diventa sempre più reazionaria, la abbandonano e, con essa, la linea politica di distruggere lo Stato israeliano, al fine di accettare la costruzione di uno Stato palestinese in una parte del Medio Oriente.

Saremo lasciati soli nel sollevare lo slogan borghese-democratico più sentito e avanzato del popolo palestinese. Ciò non significa assumere uno scarto teorico borghese o piccolo borghese. Insistiamo sul fatto che il ruolo di ogni slogan dipende dal contesto in cui viene utilizzato. A questo proposito, è bene ricordare la tattica che Trotsky consigliò, dopo che Hitler prese il potere. "Il Vecchio" consigliò che la possibilità di studiare la convocazione del Parlamento che elesse Hitler, mediante la quale sarebbe stato possibile cercare di far rompere la piccola borghesia con il fascismo e farla unire al proletariato, attraverso la legittimità parlamentare. Lo stesso vale per l'Austria. Poiché la classe operaia non credeva nella democrazia dei lavoratori o nella dittatura del proletariato, Trotsky consigliò la linea di difendere la democrazia borghese con metodi di mobilitazione di classe.

Così come un parlamento ultrareazionario, la democrazia borghese o l'Assemblea costituente possono, in determinate circostanze, diventare slogan progressisti o transitori, riteniamo che in Medio Oriente lo slogan borghese che svolge tale ruolo sia quello della Palestina laica, democratica e non razzista.

Tale slogan servendo - nella misura in cui viene abbandonata dalla direzione dell'OLP - per attaccarla con il boomerang e lo stesso a tutti i riformatori che entrano in accordo con l'imperialismo, consegnando la lotta contro lo Stato sionista. Sembriamo essere gli unici "democratici coerenti", disposti a usare tutti i mezzi di lotta per distruggere lo Stato di Israele, imponendo il grande obiettivo delle masse arabe.

Cos'è l'OLP?

Le nostre differenze metodologiche e politiche sono strettamente legate a quelle che abbiamo anche per quanto riguarda la caratterizzazione globale della situazione e della stessa OLP. Quando voi scrivete che "se un tale Stato (laico, democratico e non razzista) emerge, nella lotta contro il sionismo e l'imperialismo, noi lo sosteniamo. Ma non è chiaro perché lo rivendichiamo come la nostra parola d'ordine", dimostrano che non credono che ci sia già un'organizzazione laica, democratica e non razzista in guerra con Israele e l'imperialismo. Tuttavia, esiste dal 1948 ed è stato consolidato dal 1969 quando è stata fondata l'OLP.

Per noi, la chiave della situazione in Medio Oriente è la guerra talvolta dichiarata, a volte no, ma permanente del movimento arabo e specificamente palestinese contro lo Stato di Israele. Tale guerra è stata espressa in forme diverse, a livello globale o limitato, con scontri tra Stati - come quelli tra l'Egitto e altre nazioni arabe - o con piccole e grandi azioni di guerriglia.

Tra le varie nazioni e nazionalità in una guerra permanente contro Israele, ce n'è una, quella dei palestinesi che, quando hanno organizzato l'OLP, hanno formato quell'organizzazione laica, democratica e non razzista, l'avanguardia della guerra contro il sionismo. La sosteniamo ora o ci aspettiamo che vinca la guerra, occupi Israele, riprenda il suo territorio e, con esso, si riformi come Stato, per poi sostenerlo.

Se lo facessi, la sosterremmo al momento della fine della guerra, quando il nostro sostegno non significherebbe nulla e anche quando lo slogan perderebbe il suo carattere transitorio.

Lei definisce l'OLP solo un partito politico. Per noi rappresenta la nazionalità palestinese come organizzazione statale sui generis laica, democratica e non razzista in guerra. È quasi uno Stato: è un fronte unico che comprende l'intero movimento palestinese che lotta per riconquistare la sua patria e diventare di nuovo uno Stato. In realtà, è un governo: abbiamo chiesto il riconoscimento come abbiamo fatto per l'FSLN in Nicaragua. È una nazionalità organizzata che ha fatto sopprimere la sua terra: quando sarà riconquistata, sarà ancora una volta una nazione. È una nazione sui generis.

Quando non si è consapevoli di questo ruolo dell'OLP, considerandolo una mera frazione politica dei palestinesi, si conferisce uno fondamento estremista alla caratterizzazione dell'imperialismo. Anche lui la ignora come organizzazione nazionale palestinese, definendola una corrente terroristica. Al contrario, è disposto a negoziare con figure palestinesi che nessuno conosce e, alla fine, con i sindaci palestinesi di Giudea e Samaria, perché hanno collaborato con Israele.

Il vostro rifiuto di riconoscere questo carattere come nazione sui generis senza territorio significa avallare l'espropriazione sionista e imperialista di quel territorio e concordare con loro quando sostengono che, quando sono stati espulsi, i palestinesi hanno cessato di essere una nazionalità organizzata.

Oggi la nazionalità organizzata palestinese ha circa 5 milioni di abitanti, suddivisi in due settori: quelli nei campi profughi, gestiti dall'OLP, che sono la maggioranza, e lo strato di professionisti, tecnici e, in generale, la ricca classe media, che è la più avanzata del mondo arabo e che lavora principalmente nei paesi del Golfo Persico. Non hanno perso la cittadinanza palestinese: sono militanti o contributori all'OLP, che ha sedi e ambasciate in tutti i paesi arabi e in molte altre nazioni.

L'OLP e il suo governo

La vostra caratterizzazione settaria dell'OLP, con cui confondete la sua progressiva totalità con il fatto che ha una leadership traditrice, capitolante o conciliante, produce diverse conseguenze. In primo luogo, per quanto riguarda la sua guerra storica, voi siete come i settari che non volevano sostenere l'Argentina contro l'Inghilterra, perché era governata da Galtieri.

Tuttavia, non siete nemmeno in grado di criticare la leadership per le loro vere capitolazioni che, a nostro avviso, si basano sull'abbandono dello slogan di parte per una Palestina laica, democratica e non razzista.

La stessa radice possiede la vostra critica sul fatto che siamo illusi perché chiediamo all'OLP di lottare per il socialismo.

Senza che questo sia il nostro slogan fondamentale poiché, come è stato detto, è il recupero della terra, la ricostituzione della nazione, l'espulsione dei sionisti e la creazione di una Palestina laica, democratica e non razzista, il nostro appello all'OLP a lottare per il socialismo si basa sul fatto che la consideriamo una nazione sui generis. Diciamo OLP socialista come diciamo Cile socialista. Non glielo chiediamo alla sua leadership borghese o piccolo borghese, così come in Cile non glielo chiediamo a Pinochet. Voi dimenticate di sottolinearlo con attenzione, ma sistematicamente - come facciamo con qualsiasi governo borghese che gestisce una guerra leale - critichiamo la leadership dell'OLP e non le diamo alcun sostegno politico.

La stessa confusione vi porta a farci notare che non agitiamo la necessità di costruire partiti trotskisti in Palestina e in Medio Oriente. Certo, devono essere fatti ora! Ma la prima cosa da costruirli è un programma concreto. Stiamo dando questo programma: il trionfo militare dell'OLP basato sulla mobilitazione delle masse arabe contro il sionismo, per distruggerne lo Stato e per il ritorno dei palestinesi, vale a dire dell'OLP. Questo è il punto fondamentale. Insieme a lui, per fare un'OLP che rompa con la borghesia, cioè uno Stato palestinese che rompe con la borghesia araba e pratica la lotta di classe. Questo è ciò che diciamo sistematicamente.

Possiamo discutere quale dei due poli del programma dovremmo evidenziare, che si tratti della rottura con la borghesia o di quella della distruzione dello Stato di Israele. Riteniamo che, se vogliamo lavorare sulle masse arabe e palestinesi, quello che abbiamo fatto sia necessario: il fronte comune di lotta contro i sionisti, all'interno del quale chiediamo una nuova direzione. È con questo orientamento che lavoriamo e vogliamo lavorare nell'OLP. Ci sembra la più appropriata, in senso stretto, l'unica, in grado di costruire, con i suoi migliori combattenti e con i suoi settori più sfruttati, il partito rivoluzionario.

 

Israele, uno Stato nazista

Voglio toccare Israele di passaggio. In primo luogo, fare un'autocritica: Israele non è uno Stato fascista ma, nel senso che lo definiamo, è nazista. Il nazismo fornisce metodi di guerra civile, non solo contro il proletariato, ma anche contro le razze, specialmente quelle ebraiche e slave. È una delle più grandi mostruosità dell'imperialismo.

Non voglio soffermarmi sul problema storico, che il nazismo ha potenzialmente mostrato a tutto ciò che è il futuro dell'umanità se trionfa il capitalismo. Dal punto di vista della mostruosità, la dinamica nazista è grande, perché è il tentativo di trasformare gli sfruttati in specie diverse, in razze diverse. La mostruosità del capitalismo, in questo senso, ha ottenuto un punteggio alto. Nella mostruosità umana non ce ne possono essere di più: il tentativo di dividere l'umanità in settori che finiranno in specie diverse, alcuni lavorano e altri vivono a spese dell'altro. Ecco perché c'erano metodi di guerra civile contro le razze, non solo contro la classe operaia [...]

Sappiamo perfettamente che la classe operaia israeliana - in particolare Ashkenazi (cioè ebrei di origine europea) - non è perseguitata; sappiamo che hanno Histradrut (confederazione sindacale), che hanno tutto. [...] Ciò che denunciamo è che esiste un genocidio razziale sistematico. Questo è tipico del nazismo piuttosto che del fascismo. Ecco perché mi sto auto criticando.

Non abbiamo preso la profondità di questo che abbiamo imparato ora. Anche uno dei più grandi giuristi israeliani, un membro - se non ricordo bene - della Corte suprema, ha affermato che Israele è nazista. Siamo cambiati e abbiamo detto che era fascista, non afferrando quanto fosse profondo. Ha capito più di noi, e sapeva che anche come membro della Corte Suprema poteva permettersi di dire che Israele era nazista, era libero di dirlo. Aveva ragione, era un nazista in quel senso: i metodi della guerra civile contro una razza. Dove una razza è perseguitata con metodi da guerra civile, ci sono metodi nazisti, perché sono metodi di guerra civile.

Beh, compagni, niente di più.

 

 

Chi opprime, chi è l'oppresso?

 

Lei disegna un parallelo tra nazismo, apartheid e sionismo. Non è mai stato accusato di essere antisemita per questo?

 

Sì, la sinistra sionista mi accusa di essere antisemita, soprattutto perché sostengo che la distruzione dello Stato sionista è necessaria.

Come marxista, parto dal presupposto che il proletariato di una nazione che sfrutta e opprime un'altra, come Israele arabi e palestinesi, non possa essere liberato. La classe operaia ebraica è erede di una gloriosa tradizione nella lotta di classe: il percorso del proletariato occidentale, incluso quello argentino, è cosparso di una moltitudine di eroici combattenti ebrei. Ma questo proletariato non potrà continuare fino alla fine, né rinverdire e superare la sua gloriosa tradizione fino a quando non si schiererà dalla parte dei palestinesi e degli arabi, repressi, perseguitati e schiavizzati dallo Stato di Israele. Il genocidio è una costante del sionismo, dai primi anni alla recente invasione del Libano e al massacro dei campi di Sabra e Shatila.

Definirci antisemita è una trappola per gli incauti. È come dire che un tedesco che voleva la sconfitta della Germania nazista era antitedesco, o chi vuole cancellare la repubblica boera dalla carta geografica perché è anti-nera, è razzista perché è contro i contadini boeri.

La domanda a cui rispondere riguardo alle relazioni tra popoli, razze, nazioni e classi è molto semplice, direi troppo semplice: chi opprime, chi è l'oppresso? Per un marxista rivoluzionario, la risposta è semplice come la domanda: siamo contro gli oppressori e per gli oppressi. Difendiamo quest'ultimo fino alla morte, pur sottolineando, se necessario, gli errori della loro gestione.

Il terrorismo arabo è una tattica aberrante, totalmente sbagliata, e lo diciamo noi. Ma continuiamo a stare al fianco dei palestinesi e degli arabi, difendendo questi combattenti anche se impiegano tattiche aberranti e mostruose, che vanno contro gli interessi dei loro popoli.

L’essenziale per noi è che questo terrorismo è il prodotto della disperazione dei giovani palestinesi che vivono in condizioni simili a quelle dei campi di concentramento nazisti. Guarda le foto degli abitanti di quei campi: hanno la pelle incollata alle ossa. Mostrano lo stesso status dei sopravvissuti dei campi di Buchenwald e Auschwitz, quando furono rilasciati alla fine della guerra. Il colpevole è lo Stato di Israele, sostenuto, purtroppo, dal suo popolo; così come lo stato nazista, durante i suoi primi anni, ebbe il sostegno della maggioranza del popolo tedesco. Non importa se questi campi si trovano all'interno o all'esterno dei confini di Israele: la loro esistenza è dovuta all'espulsione dei palestinesi dalla loro patria.

La somiglianza con lo stato boero e il nazismo è evidente. Il nazismo non solo perseguita la sinistra, ma utilizza i metodi più selvaggi di guerra civile contro altre razze, principalmente contro gli ebrei. Abbiamo sempre combattuto in prima fila contro tutte le espressioni del nazismo e difenderemo incondizionatamente gli ebrei.

Quando si appartiene a una razza o a una nazione sfruttatrice, nella lotta contro una nazione oppressa o la nazionalità, se si è un marxista rivoluzionario coerente, si è per il disfattismo rivoluzionario. Il male minore è la sconfitta del proprio paese o nazionalità. Lenin era a favore della sconfitta russa nella guerra russo-giapponese e nella prima guerra mondiale, ed è per questo che è stato definito un traditore, antiruroico, razzista, agente tedesco. E i nostri compagni ebrei che combattono il sionismo sono chiamati traditori, rinnegati, antisemiti, per aver opposto l'oppressione e il genocidio di arabi e palestinesi da parte dello Stato di Israele.

L'oppressione razziale in Israele e in Sudafrica è un'espressione moderna della barbarie nazista, che dimostra ancora una volta che, laddove c'è capitalismo, il nazismo è dietro l'angolo se non viene fermato dal movimento di massa.

E anche senza raggiungere i mostruosi estremi del nazismo e dei suoi fratelli più giovani, sionismo e apartheid, lo sviluppo economico stesso del capitalismo porta ai casi del nord-est brasiliano e dell'India: nanismo, brutalizzazione progressiva e cumulativa.

 

Cosa sono il sionismo e Israele?

 

Di Mercedes Petit e Gabriel Zadunaisky. Estratto da una lettera aperta della direzione del PST al Partito dei Lavoratori, datata 11 marzo 1984. Il testo individua le caratteristiche della "sinistra" del sionismo e il suo slogan di "pace via terra", argomentando contro le posizioni prosioniste del PO. 

 

Alla fine del secolo scorso, in risposta ai pogrom contro gli ebrei che si verificarono principalmente nell'Impero austro-ungarico e nella Russia zarista (che erano tra le altre ragioni il risultato di un'intera politica di repressione nei confronti dei lavoratori e delle diverse nazionalità oppresse), si formò un movimento guidato direttamente dalla borghesia imperialista (con alcuni importanti magnati miliardari ebrei in testa). , come Rothschild), il Sionismo, che ha sostenuto che la soluzione fosse quella di formare uno stato "ebraico". Questo piano aveva l'obiettivo perfido di rimuovere le masse ebraiche (per lo più poveri contadini, artigiani, piccoli commercianti o lavoratori) dalla lotta di classe dei rispettivi paesi, dalla lotta di tutti gli sfruttati e oppressi per rovesciare quei regimi totalitari, e dalla lotta mondiale contro il sistema imperialista borghese. Aveva lo scopo esplicito di allontanarli dai partiti marxisti e rivoluzionari, che furono condannati dai sionisti come partiti "sovversivi".

Questo piano imperialista basato sul razzismo, cioè fascista, è stato combattuto dai marxisti fin dalla sua origine. La Terza Internazionale considerava "il pretesto per creare uno Stato ebraico in Palestina, quel paese in cui gli ebrei formano una minoranza insignificante", come "l'inganno organizzato dalle potenze imperialiste con la complicità delle classi privilegiate dei paesi oppressi" (Secondo Congresso, 1920).

Poiché l'aspetto stesso di questo sinistro movimento per il marxismo, la seguente definizione è valida:

"Stato ebraico" = Sionismo

= razzismo = fascismo

Israele, un "paese" sionista,

razzista, fascista, invasore

La controrivoluzione imperialista sionista fascista riuscì ad imporre lo "Stato ebraico" alla Palestina nel 1948. L'emergere di Israele in quelle terre fu il culmine di lunghi anni di lotta e resistenza antimperialista da parte delle masse arabe in Medio Oriente. Tra le due guerre mondiali ci furono numerose insurrezioni contro i colonialisti britannici e francesi.

La Palestina, che era stata sotto il dominio britannico dalla fine della prima guerra mondiale, fu il perno di queste mobilitazioni, in particolare tra il 1936 e il 1939. Per schiacciare le masse palestinesi, l'imperialismo inglese dovette appellarsi a metà delle truppe del suo esercito, uno dei più potenti del mondo.

E ebbe anche l'efficiente collaborazione della sinistra Haganah, l'esercito "non ufficiale" che i sionisti avevano formato per reprimere i palestinesi durante l'occupazione britannica. In questa lotta, migliaia di palestinesi sono stati uccisi, arrestati e condannati all'impiccagione o condannati a pene detentive molto lunghe. Nel 1939, l'eroico popolo palestinese fu praticamente schiacciato da quel bagno di sangue. Ciò facilitò la formazione dello "Stato ebraico", Israele, nel 1948.

La popolazione palestinese nativa è stata privata delle proprie terre e proprietà, dei propri diritti democratici nazionali e territoriali, dalla forza militare delle truppe britanniche e delle bande paramilitari sioniste - lasciando da parte le frizioni temporanee che si sono verificate tra sionisti e britannici - con il sostegno dell'imperialismo francese e americano e la benedizione della sinistra burocrazia sovietica. La maggior parte degli abitanti della Palestina è stata costretta a emigrare, a vagare come paria nei vari Stati arabi della regione, e quella rimasta all'interno dei confini del nuovo "paese" da allora ha subito non solo un enorme sfruttamento eccessivo, ma tutte le conseguenze della legislazione ferocemente razzista che prevale in Israele, paragonabile solo a quella dell'apartheid sudafricano.

Israele non è un paese qualsiasi, ma un prodotto artificiale, il prodotto della controriluzione imperialista-fascista, uno Stato invadente e razzista, la cui esistenza si basa su massacri, genocidi, espropri e l'espulsione dalle sue terre della massiccia popolazione palestinese.

Noi argentini siamo ben consapevoli di un fenomeno simile a quello di Israele: le isole Malvinas. 134 anni fa, le truppe britanniche invasero quella parte del territorio nazionale argentino, imposero il loro dominio con la forza militare e le trasformarono in un'enclave coloniale. Imperialismo e sionisti = razzisti = fascisti israeliani fecero lo stesso nel territorio palestinese, dal 1948. Con una differenza che aumenta il crimine: mentre quella parte del territorio argentino era disabitata, le terre su cui era imposto lo Stato fascista erano abitate da milioni di contadini pacifici, per lo più palestinesi, che venivano invasi, massacrati e sfrattati. Così come le Malvinas[2] - dopo la sconfitta della guerra del 1982 - rimangono un'enclave coloniale britannica in territorio argentino, Israele è un paese enclave, basato sulla persecuzione della popolazione nativa, dei palestinesi, sia all'interno che all'esterno di Israele.

Ricordiamo compagni: dal 1948, per i rivoluzionari è valida la seguente definizione:

        "Stato ebraico" = esistenza di

                                 Israele = enclave = genocidio

Torneremo!  Il grido di guerra dei Palestinesi

Sebbene l'invasione imperialista, sionista, fascista abbia trionfato nel 1948, imponendo lo Stato di Israele, da allora è iniziata la guerra contro Israele di tutte le masse arabe e dei palestinesi in particolare per tornare nelle loro terre e riconquistare i propri diritti. Il fatto di dover affrontare costantemente l'aggressione militare dei sionisti = fascisti israeliani causata dall'esistenza di Israele e dall'essere stati lasciati senza terra, dall'essersi trasformata in una nazione senza territorio, che ha dovuto subire anche non solo gli attacchi diretti dell'imperialismo e degli israeliani, ma anche di settori della borghesia e dei proprietari terrieri arabi , portò alla loro lotta che si svolgeva quasi esclusivamente in forma militare, con i fedayn, i famosi combattenti contro l'esercito israeliano, e con tutti i tipi di azioni e attacchi di sabotaggio, sia contro l'imperialismo che contro gli invasori sionisti.

Negli anni '60 fu costituita l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che divenne l'organizzazione centrale per tutti i palestinesi espropriati dall'imperialismo e da Israele. Da allora l'OLP ha condotto la guerra dei palestinesi a tornare in patria. La resistenza palestinese fu forgiata e l'OLP divenne grande e forte, fino a quando non divenne riconosciuta in tutto il mondo come rappresentanza nazionale del popolo palestinese, perché espose l'unica soluzione democratica al "problema" palestinese: la distruzione dello Stato di Israele, per permettere alla stragrande maggioranza della popolazione, i palestinesi, di tornare nelle loro terre. Nel caso di questo popolo punito, il loro diritto all'autodeterminazione nazionale inizia con il recupero delle terre da cui sono stati selvaggiamente espulsi. Se si ottiene il diritto democratico dei palestinesi al ritorno, ciò significa la scomparsa dello Stato fascista = sionista, perché i palestinesi sono la maggioranza indiscussa. Democraticamente, i palestinesi saranno in grado di stabilire uno "Stato laico, democratico e non razzista" (come dice la Carta nazionale dell'OLP), che sarà l'unico che sarà in grado di portare la pace nella regione e permettere ai suoi abitanti musulmani, ebrei e cristiani di godere degli stessi diritti.

La posizione dei rivoluzionari è chiara. Proprio come fin dall'inizio combattiamo il sionismo per il suo carattere razzista-fascista, dal 1948 abbiamo appoggiato incondizionatamente questa guerra, che significa la lotta democratica del popolo palestinese, e poi dell'OLP, per distruggere Israele e tornare nei suoi territori espropriati. Ricordiamo i colleghi:

Autodeterminazione dei palestinesi= distruzione di Israele

L'ala "democratica" dei fascisti

Israele, fin dalla sua esistenza, incoraggiò lo sviluppo di un'ala del sionismo che criticava le azioni più ripugnanti dell'esercito israeliano, i genocidi più scandalosi, i piani più espansionistici dei vari governi, con l'obiettivo preciso di cercare sostegno tra le organizzazioni di sinistra e l'opinione democratica dei diversi paesi per il riconoscimento dello "Stato ebraico", fascista, razzista, genocida, che avrebbe dato legittimità all'esistenza di Israele.

Questa ala "democratica" del sionismo, nota anche come "sinistra", o "socialista", fa appello alla seguente falsificazione di argomenti: in Medio Oriente ci sarebbero "due" popoli che storicamente hanno combattuto per la loro liberazione nazionale, i palestinesi e gli "ebrei". Quest'ultimo avrebbe fatto un passo immenso poiché Israele esiste, e ciò sarebbe il risultato del "trionfo del Sionismo, il movimento di liberazione del popolo ebraico". La differenza tra palestinesi ed "ebrei" sarebbe che i palestinesi non hanno ancora raggiunto il trionfo, non hanno un loro stato e gli "ebrei" invece si. Spetta ai palestinesi "anche" avere il loro Stato e devono continuare la loro lotta, ma non dovrebbero farlo "contro" Israele, ma "fianco a fianco". In entrambi i movimenti c'erano "ultras". Da un lato, i "cattivi governi" di Israele, che hanno ambizioni espansioniste ingiuste. Dall'altra, l'OLP, che non sta combattendo per l'autodeterminazione palestinese, ma è un'organizzazione di "assassini", "terroristi fanatici", "fascisti", che combattono militarmente gli abitanti innocenti dietro il loro obiettivo "razzista" di distruggere Israele.

Tutta questa argomentazione sinistramente falsa, alimentata direttamente dallo stesso Israele, dalle sue ambasciate nei vari paesi e dall'imperialismo, ha un obiettivo molto chiaro: mascherare l'enorme ingiustizia, il crimine contro la democrazia che significa l'esistenza di Israele e colpire la lotta leale dei palestinesi, cercando di farli rinunciare a recuperare ciò che è democraticamente loro. , rinunciare al loro diritto di ritornare alle loro terre e di accettare come fatto irreversibile l'esistenza del "paese" degli invasori, Israele. La sua politica si riassume nella formula del "riconoscimento reciproco": che i palestinesi accettino il diritto di Israele di esistere come nazione, rinuncino alla giusta lotta per la sua distruzione.

In definitiva, questo sintetizza l'essenza del sionismo, che è sinonimo dell'esistenza di Israele. L'ala "destra" si accontenta di garantire la sua esistenza con i milioni di dollari che l'imperialismo, in particolare gli Stati Uniti, inietta ogni anno nell'economia israeliana per sopravvivere e con la forza militare del suo esercito. L'ala "democratica" cerca di adornarlo con il consenso di settori democratici e "di sinistra", e con una vernice "propalestina". Questa è, in ultima analisi, la sfumatura della differenza tra le due ali del fascismo sionista.

Ecco perché, compagni, noi rivoluzionari ripudiamo la formula sionista = fascista del "riconoscimento reciproco".

 

"riconoscimento che ricevo" = esistenza di Israele = fascismo.

 



[1] Da intendere maomettana come musulmana ( N.d.T.)

[2] Ribattezzate Falkland dagli inglesi.

Portogallo: a 50 anni dalla rivoluzione dei garofani

Riportiamo un articolo pubblicato dalla UIT perché ci sembra un contributo utile per la comprensione storica degli avvenimenti in questione ...