giovedì 10 giugno 2021

LE ELEZIONI PERU'

 


Contro i partiti borghesi e reazionari che vorrebbero annullare il voto, ma senza la minima illusione nel nuovo Presidente Castillo

TRATTO DAL SITO https://www.pclavoratori.it/
pedrocastillo


Mentre scriviamo è ancora in corso il conteggio dei voti delle elezioni presidenziali in Perù. Il partito reazionario di Fuerza Popular, guidato da Keiko Fujimori, figlia del golpista Alberto, contesta la vittoria di stretta misura di Pedro Castillo, chiede l’annullamento di 200000 voti, mobilita la piazza di Lima contro la “frode comunista”. Soprattutto spera che il conteggio delle schede del voto estero possa ribaltare il risultato. Ma appare improbabile che ciò avvenga.

Probabile è invece che una presidenza Castillo possa trascinare con sé una radicalizzazione dello scontro di classe in Perù. In un quadro latino-americano segnato nell’ultima fase dalla crisi rivoluzionaria in Colombia, dall’ascesa del movimento di massa in Ecuador, dalla ripresa della mobilitazione in Cile.


UN PAESE SACCHEGGIATO DALL’IMPERIALISMO

La vittoria di Pedro Castillo è un portato della grande crisi politica e sociale che il Perù attraversa.

Il paese è stato spogliato dal lungo corso delle politiche liberiste, inaugurato da Alberto Fujimori. Eletto nel ‘90 quale Presidente del Perù, Fujimori attuò un colpo di Stato nel ‘92, sciogliendo il Parlamento, cambiando la Costituzione, concentrando nelle proprie mani tutte le principali leve del potere. Iniziò così la lunga stagione dell’austerità, delle privatizzazioni al servizio degli interessi imperialisti, della precarizzazione selvaggia del lavoro, dei tagli alle pensioni in omaggio al pagamento del debito pubblico peruviano. Fu anche la stagione degli squadroni della morte contro militanti comunisti, attivisti sindacali, capi delle comunità indigene. La sterilizzazione forzata delle popolazioni indigene fu uno degli atti più brutali della dittatura Fujimorista.

Fujimori cadde nel 2000, travolto dagli scandali per corruzione e dalle incriminazioni giudiziarie. Ma la Costituzione da lui varata nel ‘93 è tuttora intatta. Riconosce il diritto all’evasione fiscale dei grandi capitalisti, attraverso il sistema dei “contratti privati” con lo Stato, privilegia gli investimenti privati riservando allo Stato un ruolo puramente sussidiario, prevede una forte limitazioni delle libertà sindacali. Tutti i governi borghesi che si sono alternati in Perù negli ultimi trent’anni hanno custodito gelosamente questa eredità di Fujimori, a tutela della borghesia nazionale e dell’imperialismo, americano ed europeo.

L’economia capitalistica peruviana ha conosciuto tassi di crescita molto alti sino a tempi recenti, con un tasso medio superiore alla media del continente latino-americano (+5,9% nell’ultimo decennio), ma in un quadro di estrema polarizzazione tra ricchezza e povertà. Tra il relativo benessere sociale di un settore rilevante della classe media urbana e l’immiserimento progressivo della popolazione povera delle periferie, delle campagne, delle comunità indigene.

L’irruzione della pandemia e della recessione mondiale ha precipitato la crisi sociale a livelli mai conosciuti. Sei milioni di posti di lavoro distrutti, una popolazione attiva ridotta al 39,5%, precarizzazione totale del lavoro con il completo scardinamento della contrattazione, un divario sempre più abissale tra città e campagna. Mentre il Covid ha falcidiato 186000 persone su una popolazione di 32 milioni di abitanti, con un tasso di mortalità del 10% dei contagiati, il più alto al mondo. Riflesso dell’assenza di un sistema sanitario in molte regioni del paese, in particolare nelle regioni rurali.


DUE BLOCCHI SOCIALI CONTRAPPOSTI

Il crollo della società peruviana ha sospinto nell’ultimo anno una forte instabilità politica, col rapido succedersi di diversi governi, ogni volta travolti dagli scandali, ogni volta oggetto di vaste contestazioni di massa. Ciò in un quadro di progressiva frammentazione della rappresentanza politica borghese, che il primo turno del voto presidenziale ha ben documentato. La borghesia si è divisa tra Keiko Fujimori (14,5%), un partito ultraliberista (10,7%), una formazione di estrema destra (“Porky”, 12,2%). Ciò ha consentito a Pedro Castillo di primeggiare con il 18,1% dei voti.

La polarizzazione del secondo turno tra Fujimori e Castillo ha visto contrapposti due blocchi sociali.

Keiko Fujimori ha raccolto attorno a sé la piccola e media borghesia urbana legata alle professioni liberali, alla piccola impresa, al commercio. Una classe che esercita una egemonia maggioritaria su ampi settori popolari nelle città. Keiko ha ottenuto a Lima ben il 65% dei voti. La sua campagna elettorale è stata di tono maccartista contro il “pericolo comunista” (Castillo). Ma anche smaccatamente populista, nelle migliori tradizioni di famiglia: sino a promettere la redistribuzione sociale dei profitti delle grandi compagnie. Il vero fine di Keiko era quello di vincere per tirar fuori il padre di galera, e con lui i clan affaristici e faccendieri che aveva protetto.

Pedro Castillo ha polarizzato attorno a sé il voto popolare contro Fujimori e la loro dinastia. Ha vinto con larghissimo margine nelle 6 regioni più povere con l’80% dei voti, spopolando nelle campagne e nei centri minerari. Nelle città ha raccolto il voto della maggioranza dei salariati, in particolare nel settore pubblico. La sua vittoria porta il segno della volontà di rottura della classe operaia e della maggioranza della popolazione povera con le politiche dominanti dell’ultimo mezzo secolo. Come tale va salutata positivamente dai marxisti rivoluzionari, che in Perù non a caso hanno dato indicazione di voto per Castillo al secondo turno.

Giustamente però si è trattato di un appoggio elettorale critico, senza nessuna identificazione in Castillo, senza abbellire il suo profilo politico, senza tacere sulla realtà effettiva del suo programma.


IL PROGRAMMA REALE DI CASTILLO

Pedro Castillo è un sindacalista che diresse nel 2017 un importante sciopero degli insegnanti per ottenere aumenti salariali. Uno sciopero che scavalcò la burocrazia sindacale ottenendo l’appoggio dell’opposizione sindacale interna. L’emersione della sua figura come difensore dei lavoratori ha avuto questa origine, sicuramente progressiva. La sua estraneità al circo politico tradizionale gli ha permesso inoltre di intercettare la domanda di cambiamento e di svolta contro “i vecchi politici corrotti” espressa dalle mobilitazioni dell’ultimo anno. La sua provenienza rurale ha familiarizzato l’immagine di protettore delle campagne contro gli affaristi e gli affamatori delle città, rivestendolo dei panni di leader contadino. Il 50,2% è la risultante di tutto questo.

Ma tutto questo non fa di Castillo ciò che non è: un presidente “comunista”. Solo chi confonde la realtà con le finzioni strumentali della propaganda reazionaria può prendere un simile abbaglio.

Il programma sociale originario di Perù Libre di Castillo è un onesto programma antiliberista nel quadro del capitalismo peruviano, fondato su nazionalizzazioni con indennizzo del settore minerario ed energetico. Una versione peruviana della politica di Morales in Bolivia. Il suo programma politico prevede una Assemblea costituente che cambi la Costituzione del ‘93, obiettivo sicuramente democratico. Nulla sul debito estero, nulla sui corpi repressivi dello Stato, nessuna reale riforma agraria. Terreni su cui già il programma iniziale Perù Libre confermava la continuità strutturale della politica borghese peruviana.


IL PASSO DEL GAMBERO DI PERÙ LIBRE

Oltretutto questo programma riformista è stato progressivamente edulcorato da Castillo nel corso della campagna elettorale. L’8 giugno il portavoce economico di Perù Libre, Pedro Francke, ha tranquillizzato la borghesia peruviana e i circoli imperialisti con queste parole:

“Rispetteremo la proprietà privata scrupolosamente... Rispetteremo l’autonomia della Banca Nazionale Peruviana e i suoi rapporti con gli investitori... Ripetiamo che non abbiamo previsto nel nostro programma economico statizzazioni, espropri, confische, controllo dei cambi, controllo dei prezzi... Rispetteremo tutti gli impegni di pagamento del debito pubblico peruviano... Vogliamo il dialogo aperto con tutti gli imprenditori onesti, il cui ruolo nella industrializzazione e nello sviluppo del paese è fondamentale”.

Un programma di collaborazione di classe in piena regola. Il classico passo del gambero dei partiti riformisti quando passano dall’opposizione al governo: archiviazione degli stessi propositi riformisti, assunzione pura e semplice delle compatibilità capitaliste.

Peraltro, Castillo non si è mai riferito alla classe lavoratrice. Tutta la sua campagna elettorale si è sviluppata attorno al richiamo del “popolo”, della “gente”, della “patria”, in chiave classicamente populista. Mentre sul terreno dei diritti civili Castillo ha esibito il lato più regressivo e imbarazzante: rifiuto del diritto d’aborto e più ingenerale delle rivendicazioni femministe, rifiuto di ogni riconoscimento dei diritti degli omosessuali, difesa ostentata della famiglia patriarcale. Un omaggio alla cultura diffusa delle sue zone rurali di provenienza, che erano e sono il suo principale bacino elettorale.


LA POSIZIONE DEI MARXISTI RIVOLUZIONARI

Vedremo se Castillo consoliderà la propria vittoria e formerà un proprio governo. Di certo non sarà un governo dei lavoratori, cioè di rottura con l’ordine capitalista e imperialista. I marxisti rivoluzionari peruviani saranno in prima fila nel contrastare i disegni della reazione borghese di contestare e annullare il voto popolare. Ma non daranno un appoggio politico a un governo borghese “di sinistra”. Come non lo diedero i bolscevichi a Kerensky, neppure nel momento in cui era minacciato da Kornilov. Come non l’abbiamo dato a Chavez o a Morales, pur opponendoci alle minacce dell’imperialismo. Come non l’abbiamo dato ai governi Prodi, Tsipras, Sanchez, anche quando erano appoggiati da partiti che si autodefiniscono “comunisti”.

La questione del governo, come la questione della guerra, segna una rigorosa linea di demarcazione tra marxismo rivoluzionario, riformismo, centrismo, in tutta la lunga storia del movimento operaio. La socialdemocrazia prima, lo stalinismo poi (a partire dal VII Congresso dell’Internazionale Comunista del 1935, col varo dei governi di Fronte Popolare) hanno cancellato questa linea di demarcazione inaugurando la lunga stagione dei governi di coalizione con “la borghesia democratica”. Ma questa demarcazione è riproposta ciclicamente nella sua attualità a tutte le latitudini del mondo. Tanto più in un contesto storico segnato dal crollo dell’Unione Sovietica e dalla crisi del capitalismo internazionale.

Recuperare il principio dell’opposizione comunista a tutti i governi della borghesia, non significa porre un segno di equivalenza tra tutti i governi borghesi, ciò che sarebbe ed è una posizione di estremismo settario e infantile. Significa semplicemente difendere una elementare collocazione di classe. Che è la precondizione di una politica rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

giovedì 20 maggio 2021

Proposte per una nuova politica del PCL nella fase attuale


Il governo Draghi a più di tre mesi dal suo insediamento non ha ancora sciolto il nodo del Recovery Plan, mentre la popolazione sta soffrendo più che mai la crisi pandemica innescata un anno fa dalla comparsa del Covid e giunta ora a un punto di non ritorno. Draghi sicuramente ha messo bene in chiaro la sua politica, e seppur la genesi è simile a quella del governo Monti, sia i contesti che l’indirizzo politico sono diversi.


Compito arduo si prospetta per Draghi, ovvero quello di avviare una fase di stabilità politica. Il fatto che la crisi pandemica imporrebbe, in questo caso, di far circolare moneta e non misure repressive (austerity) ne sono un’indicazione. Il che non vuol dire che arriveranno soldi al proletariato, a parte le solite briciole assistenziali magari in misura maggiore. Questo è quello che lascia intendere la stampa borghese per invitare tutte le forze sociali, burocrazie sindacali in primis, ad abbracciare calorosamente l’unità nazionale. I soldi arriveranno ancor più copiosamente alla borghesia, rimandando a un secondo tempo, verosimilmente al prossimo governo e quindi alle prossime elezioni, le grane di un debito pubblico che andrà a crescere.

Il governo avrà il sostegno economico, di non poco conto, dello strumento RRF (Recovery and Resilience Facility). Il fatto che l’Europa e la borghesia italiana chiedano un investimento “sano” e che il denaro venga distribuito in modo funzionale al capitale rappresenta il canovaccio in cui si muoverà il Premier Draghi. La possibilità che il futuro economico del paese sarà caratterizzato da misure in deficit in modo maggiore rispetto agli anni passati è più di una semplice probabilità. Insomma si prospetta uno scenario inverso rispetto a quello di Monti, ovvero nessuna immediata politica “lacrime e sangue”, ma una politica del debito con alimentazione di denaro.

«Trattandosi di un governo che farà investimenti e spese, e non austerità», Goldman Sachs ritiene che l’esecutivo Draghi si reggerà «su basi più solide rispetto a quelle di qualsiasi altro governo tecnico che lo ha preceduto nel recente passato».

Naturalmente per fare questo Draghi avrà bisogno di “riforme strutturali di cui l’Italia ha bisogno per facilitare l‘allocazione e l’utilizzo dei fondi europei”, quindi si procederà ancora sulla strada della compressione dei diritti per il mondo del lavoro che saranno sacrificati in nome della crisi per permettere un “miglioramento” del sistema sanitario italiano.

La realtà per il mondo del lavoro e per la povera gente sarà ancora più dura. Questa alleanza trasversale dei partiti non fa che aumentare il peso dei padroni e del grande capitale. Questo governo, in stretta sintonia con la BCE, avrà il compito di far accettare una serie di misure liberali in nome della pandemia, comprimendo i diritti della povera gente. Non avrà un minimo di resistenza da parte delle organizzazioni operaie.

La classe operaia negli ultimi decenni ha subito e vissuto il mercimonio ideologico da parte delle loro rappresentanze politiche e sindacali (PRC, CGIL ecc.) sempre più prone alla politica del compromesso in cambio della sopravvivenza del proprio apparato (che, tra l’altro, non sempre è riuscito). Il fallimento del gruppo dirigente della sinistra ha creato un cortocircuito politico nella propria base di riferimento favorendo l’ascesa, da prospettive diverse, del grillismo (come partito antisistemico) e del salvinismo (lasciando terreno libero al proliferare del populismo becero). Sul versante sindacale, la CGIL invece di chiamare alla lotta il mondo del lavoro contro il massacro operato da Renzi, si è genuflessa ad esso, seppellendo in alcuni casi anche la dignità.

In questo contesto, di fronte a questo governo reazionario, la risposta della sinistra e della sinistra rivoluzionaria deve essere chiara e all’altezza dei compiti, partendo dal rilancio di un ampio fronte delle sinistre politiche, sindacali e di movimento in opposizione al governo Draghi. La politica tradizionale, il vecchio gioco di ruolo del ‘bravo rivoluzionario’, deve essere messo da parte e definitivamente archiviato. Le forme organizzate, di fronte unitario, atte puramente a delimitare e a mettere steccati ideologici devono essere abbandonate e sostituite da un reale fronte unitario che comprenda tutte le forze della sinistra che si oppongono al governo delle Banche.

Ladini e la CGIL di fronte a questo ennesimo salasso di diritti e turbo-liberismo non riescono a prenderne atto e agire di conseguenza (almeno ora), sono accecati dalla voglia di concertazione che nelle forme (zero nella sostanza) Draghi pare concedergli. La sinistra di opposizione a questo governo deve lavorare per uno sciopero generale, va avanzata e proposta un'azione di massa ininterrotta, con l'obiettivo di chiudere nel caveau Draghi e suoi sgherri politici.

Se la Cgil e la burocrazia non seguirà, come altamente probabile, questa politica, la sinistra ha il dovere di andare avanti comunque con chi è della partita. In più si deve far promotrice di una grande assemblea nazionale delle forze di opposizione di classe e stilare una piattaforma di lotta generale che dia una prospettiva alla mobilitazione di massa.

Dandoci come obiettivo quello di tentare di penetrare non solo nei settori di avanguardia ma anche nelle aziende a noi più vicine per poter cercare di risvegliare le coscienze di quei lavoratori e lavoratrici che ancora credono e sperano di salvarsi dal braccio armato della crisi.

È di fondamentale importanza ritornare a presidiare i cancelli delle fabbriche per cercare di rilanciare una delle principali rivendicazione della lotta operaia e cioè la nazionalizzazione delle aziende che licenziano e chiudono sotto il controllo dei lavoratori senza indennizzo ai grandi gruppi del capitale per far capire che il padrone ha bisogno dei lavoratori, ai lavoratori invece il padrone non serve. Tutto questo in un quadro unitario a partire dalla necessità e dalle tante opportunità che può rappresentare, in questo contesto storico-politico, un coordinamento organizzato di forze che si richiamano alla rivoluzione proletaria.


UNIRE I RIVOLUZIONARI UNA NUOVA VIA POLITICA

Il compito storico immediato della classe operaia consiste quindi nello strappare questi apparati dalle mani delle classi dirigenti, nell’infrangerli, nel distruggerli, e nel sostituirli con nuovi organi di potere proletari. Nello stesso tempo, lo stato maggiore rivoluzionario della classe operaia è straordinariamente interessato ad avere i suoi portavoce nelle istituzioni parlamentari della borghesia per facilitare questo compito di distruzione. Ne risulta con estrema chiarezza la differenza radicale fra la tattica del comunista che entra nel parlamento con obiettivi rivoluzionari e la tattica del parlamentare socialista. Questi parte dal presupposto di una relativa stabilità, di una durata indefinita del regime attuale, si pone il compito di ottenere con ogni mezzo delle riforme ed è interessato a che ogni conquista delle masse sia da queste considerata un merito del parlamentarismo socialista (Turati, Longuet, ecc) [1].

Il compito dei leninisti è partecipare, salvo in una situazione rivoluzionaria, alle elezioni borghesi, utilizzando tale tribuna per le rivendicazioni della classe operaia. Su questo punto le organizzazioni rivoluzionari serie non possono esimersi. Chiudersi dietro l’inutilità delle elezioni borghesi da parte dei comunisti spesso cela la propria incapacità nell’incidere nelle dinamiche politiche e/o il proprio settarismo misto ad autoconservazione (da Dungeon of Dragon della politica marxista rivoluzionaria).

Lenin sul tema è stato molto chiaro e il suo metodo, il metodo del bolscevismo, non ammette distorsioni come quando alla V conferenza del PSDR votò con gran parte dei menscevichi sull’uso della tribuna parlamentare (uno delle rarissime volte che Lenin si trovò in accordo con i menscevichi).

«I comunisti, [...] denunciano e rivelano agli operai e alle masse lavoratrici la pura e semplice verità: di fatto, la repubblica democratica, l'Assemblea costituente, il suffragio universale, ecc. sono la dittatura della borghesia, e per emancipare il lavoro dall'oppressione del capitale non c'è altra via che la sostituzione di questa dittatura con la dittatura del proletariato. Solo la dittatura del proletariato può emancipare l'umanità dall'oppressione del capitale, dalla menzogna, dalla falsità, dall'ipocrisia della democrazia borghese, che è la democrazia per i ricchi, e instaurare la democrazia per i poveri, cioè rendere effettivamente accessibili agli operai e ai contadini poveri i benefici della democrazia, che restano oggi (pesino nella repubblica - borghese - più democratica) inaccessibili di fatto alla stragrande maggioranza dei lavoratori» [2].

La lotta sull’utilizzo della tribuna elettorale non è importante solamente come puntualizzazione storica, ma deve essere assimilata anche come metodo.

Trotsky e il movimento trotskista hanno rappresentato e rappresentano il meglio del movimento marxista rivoluzionario, rappresentano il potere dei consigli, l’internazionalismo, la democrazia operaia, testimoniano la resistenza all’oppressione burocratica stalinista.

Non ci si può definire marxisti rivoluzionari senza ricollegarsi al bolscevismo (lotta per il potere dei soviet, dell’internazionalismo contro il tradimento della socialdemocrazia). Allo stesso modo oggi non possiamo definirci veri comunisti se non rivendichiamo il trotskysmo come base per il rilancio della lotta di classe contro i rigurgiti stalinisti, contro la ‘deificazione’ della Korea del Nord ecc...

Riprendere il meglio del marxismo rivoluzionario non è una semplice dichiarazione di intenti ma esige delle responsabilità politiche verso la classe operaia. La ripetizione acritica dello schema “dell’Ottobre”, del programma comunista nella prassi non si coniuga con la difesa degli interessi storici della classe operaia. Alcuni gruppi dirigenti, anche del trotskysmo, nei fatti hanno preso le distanze dal marxismo rivoluzionario, non tanto dal punto di vista formale, ma dal punto di vista sostanziale rifiutando nei fatti l’opposizione allo stalinismo, rifiutando il comunismo e la rivoluzione socialista mondiale e preferendo a questo la chiusura nel proprio recinto fatto di settarismi e idiosincrasie (già sconfitte dalla storia).

Noi, come tendenza CQI del PCL, ci rivolgiamo alla base di queste organizzazioni e gli diciamo: «Compagni federiamoci per dare in Italia una proposta marxista rivoluzionaria, per dare un’alternativa alla classe operaia italiana, per opporci al rossobrunismo stalinsta. È un nostro dovere, una nostra responsabilità»
È un nostro dovere rispondere a questa nuova ondata reazionaria (Governo Draghi) e per farlo dobbiamo cambiare tattica.

Possiamo avere un peso nella lotta di classe, in questo paese, se ci lasciamo dietro le spalle le scelte politiche sbagliate, non più in linea con l’oggi e affrontiamo i prossimi appuntamenti politici in modo serio e non pregiudizievole.

Il “soli contro tutti” (come, di contro, essere la componente di sinistra di un ennesimo “agglomerato riformista”) non premia. Il chiudersi dietro i nostri simboli e le nostre tradizioni tattiche non ci ha aiutato sino ad ora e non crediamo possa farlo in futuro.

Le scelte politiche sino a qui seguite dalle forze che si richiamano al trotskysmo e il loro relativo orientamento tattico di fronte alle elezioni, ha disarmato a vari livelli i propri militanti e li ha lasciati impreparati al fatto compiuto, ha creato in loro false aspettative su risultati (non solo elettorali ma anche di sviluppo) che sistematicamente non ci sono stati. Ora dobbiamo parlare tra noi e insieme costruire un patto federativo sotto un unico simbolo, un coordinamento permanente.

Dobbiamo opporci alle illusioni tipicamente centriste che il partito rivoluzionario possa essere il risultato di un processo storico “inevitabile” e “immutabile”, ove ‘entrismo’ e ‘indipendenza politica’ (fuori dalla logica del fronte rivoluzionario) siano verità assolute e di per sé immutabili.

I marxisti rivoluzionari dovrebbero sapere, e sicuramente sanno, che un intervento corretto all’interno delle dinamiche di classe (a seconda del momento storico) può permettere a noi anche una capitalizzazione in termini di crescita e consenso. Vi è un momento per la presentazione elettorale indipendente, vi è un momento per l’entrismo, vi è un momento, come ora, per raggrupparsi sotto un cartello elettorale e costruire un coordinamento permanente delle forze rivoluzionarie.

Facciamo come in Argentina ove le forze marxiste si sono unite di fronte alle elezioni sotto una unica sigla, senza sciogliersi, in un progetto a lungo periodo e sono riusciti a portare la voce dei marxisti rivoluzionari nel Paese e a stimolare le lotte come è successo per la grande vittoria pro-aborto. Usciamo dai vecchi schemi e mettiamo a disposizione le nostre avanguardie per un progetto fattibile, possibile e chiaro. Se non lo vogliamo fare per noi facciamolo almeno per la classe operaia.


RICOSTRUIRE LA QUARTA INTERNAZIONALE

IL 22 Marzo del 1932 Trotsky scriveva «Se le organizzazioni più importanti della classe operaia tedesca continueranno con la loro attuale politica, credo che la vittoria del fascismo sarà quasi automatica e assicurata, e in un lasso di tempo relativamente breve».

La costruzione della Quarta Internazionale è il baricentro della politica marxista, il baricentro del PCL. La Quarta internazionale è l’unica strada che ha rappresentato e rappresenta per storia, programma e battaglia la possibilità di dotare la classe operaia di una direzione internazionale che guidi al superamento del sistema capitalistico. Oggi più che mai la battaglia per rifondare la Quarta Internazionale significa battersi per costruire una direzione internazionale all’altezza dei compiti; non è più procrastinabile, una vera e propria organizzazione basata sulla discussone, lontana da scorciatoie frazionistiche.

Quando Trotsky, dopo l’avvento del nazismo e la definitiva mutazione dell’internazionale stalinizzata, diede l’impulso per la fondazione della Quarta lo fece non solo per l’incombente esplosione della Seconda Guerra mondiale ma anche e soprattutto perché voleva assicurare l’eredità del bolscevismo attraverso un’avanguardia e un programma.

Trotsky e l’Opposizione di Sinistra [3] diedero vita al “blocco dei quattro” (il Socialistische Arbeiterpartei SAP tedesco e con due partiti olandesi – il Revolutionair Socialistische Partij RSP e l’Onafhankelijke Socialistische Partij OSP) a Parigi il 27-28 agosto del 1933 attorno ad un nuovo progetto politico, la costruzione di una nuova internazionale. Trotsky stesso scrisse il testo “Dichiarazione sulla necessità e sui principi di una nuova Internazionale”. Questa “dichiarazione dei quattro” nasce come una sorta di polo marxista di sinistra con lo scopo di attrarre verso l’Opposizione di Sinistra formazioni centriste come l’Independent Labour Party (ILP) britannico o lo Sveriges Kommunistiska Parti (SKP) svedese. La prospettiva di allargare il “blocco dei quattro” ad altre organizzazioni non andò in porto e se da un lato si denunciava il “fallimento della politica e delle organizzazioni della Seconda e della Terza Internazionale”, dall’altra faceva appello “a ricreare il movimento internazionale della classe operaia e a ricercare l’unità internazionale dei lavoratori su di una base socialista rivoluzionaria”. Queste posizioni sostenute dal SAP e dall’OSP che erano sicuramente il risultato del compromesso, evidenziavano i limiti dei centristi ma permisero a Trotsky di continuare il suo progetto di ricostruzione dell’Internazionale.

Trotsky e l’Opposizione di Sinistra non hanno mai voluto, nei fatti, rilanciare la nuova Internazionale con organizzazioni centriste ma hanno cercato tatticamente di strapparne la base. Volevano, insomma, rovesciare la logica erronea a cui il movimento trotskysta veniva assimilato, ovvero il settarismo.

Trotsky dal novembre del 1938, ovvero due mesi dopo la fondazione della nuova Internazionale, si dedicò alla chiarificazione delle idee della Quarta Internazionale (In difesa del marxismo) [4]. Non lo fece prima. In Trotsky il processo di unificazione dei marxisti rivoluzionari non avvenne tramite una sorta di radiografia politica delle singole organizzazioni, ma tramite la discussione e il programma.

Ora si tratta di ripartire da questo metodo. Cercare di unire il variegato mondo dei trotskysti conseguenti senza analisi chimiche. Insomma pensare oggi che i grantisti siano meglio dei lambertisti, dei morenisti o viceversa non solo non è utile ma ci allontana dall’obiettivo che dovrebbe essere comune, ricostruire la Quarta.

Le formazioni politiche che oggi precludono un processo fusionistico, ad esempio criticando la tattica opinabile dell’entrismo del movimento morenista nei sindacati peronisti, sono semplicemente dei settari senza prospettiva. Nessuno pensa sia stato giusto fare entrismo nel sindacato peronista, così come nessuno dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) pensare che l’assenza quasi totale di centralismo democratico dei lambertisti (e dei suoi addentellati) lo sia, nessuno dovrebbe pensare che sia stato utile l’entrismo strategico di Ted Grant nel Labour Party e infine nessuno dovrebbe sostenere che il menscevismo di Trotsky sia stata una pecca indelebile nella sua fedina politica; di sicuro non lo è stato per Lenin. Questo metodo non ci appartiene. Il distinguo si fa sui programmi e la democrazia.

IL PCL, per parte sua, ha indirizzato e deve continuarlo a fare (raggruppando) i propri sforzi verso la costruzione di un’organizzazione di quadri rivoluzionari educati e orientati alla rifondazione della Quarta Internazionale. Su questa strada si sono commessi naturalmente degli errori (abbiamo appreso - almeno una parte – dall’esperienza del CRQI, ad esempio, che il concetto di democrazia interna non è un aspetto secondario) ma da questa strada non si è mai usciti, fino ad ora, per imboccare scorciatoie che poi si rivelano e si sono sempre rivelate nella storia come dei vicoli ciechi. Anzi l’esperienza ci ha insegnato quanto questo impegno, aperto e senza mascherature strumentali sia intimamente connesso alla lotta di classe, come la costruzione del partito internazionale sia un tutt’uno con la preparazione della rivoluzione comunista. Le forze e i sedimenti ci permettono di entrare in una nuova fase, quella del rilancio dell’Internazionale.

La Rifondazione della Quarta è un lavoro necessario; non può avvenire come semplice sommatoria delle singole organizzazioni ma deve essere il frutto di una sana discussione basata sul centralismo democratico e sull’unità d’intenti, gli “appelli-boutade” alla unificazione di alcune organizzazioni sono poco convincenti e appaiono chiaramente strumentali, e altrettanto poco convincenti sono i tentativi di “inglobare” nella loro internazionale di riferimento altre organizzazioni, internazionali-frazione, che agiscono come se fossero i detentori della verità assoluta.

Crediamo, come Tendenza CQI del PCL, che sia importante ripartire dalla UIT. La UIT non è il fine ma il mezzo, tra le organizzazioni rivoluzionarie è una delle poche (per non dire l’unica) a non autoproclamarsi Quarta Internazionale, è tra le poche a funzionare in modo centralista democratico. La UIT ha saputo leggere bene, inoltre, le dinamiche delle società, le nuove relazioni come l’imperialismo cinese ; ha saputo avanzare parole d’ordine corrette come “il governo dei lavoratori”. Come Unità Internazionale dei Lavoratori Quarta Internazionale (UIT-CI) lavora attivamente e pratica attivamente la lotta di classe internazionale come è nella campagna “No ai brevetti per i vaccini Covid-19”. Vaccini per tutti. Lavora per un piano di emergenza e sostegno dei lavoratori travolti dalla crisi Covid, patrimoniale per i grandi capitali, espropriazione e nazionalizzazione delle multinazionali.
La UIT, al contrario di tutte le altre, qui sta la differenza di non poco conto, è uscita dal metodo di costruzione per gemmazione dal proprio ascendente (morenismo, lambertismo, healysmo, grantismo ecc).


CONCLUSIONE

IL PCL oggi è l’unica alternativa di classe rivoluzionaria in Italia ove si può dibattere, dissentire e proporre. Invitiamo tutte le compagne e i compagni presenti in Italia e “senza patria” a entrare nel PCL e, con noi, rilanciare questo progetto rivoluzionario.

Certo, per fare questo è necessario una chiarificazione politica, una chiarificazione strettamente connessa al programma. L’esperienza ci insegna che in mancanza di una chiara base di principio si costruisce nel vuoto.
Il trotskysmo è stato sempre accusato di “ideologismo” e di assenza di pragmatismo. Ecco, noi diciamo che la realtà è esattamente capovolta, il trotskysmo non ha nulla di ideologico (nel senso di schematico), l’astrattismo lo ha chi pensa che la Korea del Nord o la Cina siano paesi socialisti, chi ha pensato e pensa sotto altre forme che il “bertinottismo” rappresentasse l’innovazione del marxismo rivoluzionario; ecco questi aspetti sono la rimozione della storia e della lotta di classe. Il vero pregiudizio ideologico sta nel rimuovere questo patrimonio di esperienza: magari per promuovere sostegni critici o acritici a governi pentastellati.

Proprio per questo il rilancio dell’opposizione comunista richiede il recupero del trotskysmo come asse politico. Il recupero e l’attualizzazione dei principi programmatici come l’opposizione ai governi borghesi, il rilancio della conquista del potere da parte dei lavoratori, dei soviet, di un programma di transizione che colleghi le lotte immediate ad una prospettiva socialista e dell’internazionalismo. Senza questo metodo si è votati alla sconfitta e al dimenticatoio.


Note

1 - II Congresso I.C. Introduzione di Trotsky: "La nuova epoca e il nuovo parlamentarismo"
2 - Lenin, "Democrazia e Dittatura" (1918)
3 - Opposizione di Sinistra: termine che viene utilizzato dal movimento trotskista dall’aprile 1930 al settembre 1933.
4 - Testo di Trotsky

sabato 1 maggio 2021

CONDANNATO IL POLIZIOTTO RAZZISTA CHE ASSASSINÒ GEORGE FLOYD


di Simón Rodríguez, dirigente UIT-CI



Il 20 aprile, l’ex poliziotto Derek Chauvin è stato condannato per l’assassinio di George Floyd. Una giuria l’ha dichiarato colpevole delle tre imputazioni: omicidio colposo, di secondo grado preterintenzionale e di terzo grado. La lettura del verdetto è stata trasmessa per televisione, che ha mostrato anche il momento in cui un inespressivo Chauvin veniva ammanettato e allontanato dall’aula scortato dagli agenti per essere trasferito in carcere.

Si è indubbiamente trattato di una vittoria della rivolta antirazzista dell’estate dell’anno scorso, durante la quale sono scesi in piazza più di venti milioni di persone in cortei giganteschi in centinaia di città di tutti gli Stati del Paese, incuranti della repressione della polizia e della Guardia nazionale, incendiando commissariati e rovesciando statue e monumenti razzisti.

Ci si attende che la pena, che dovrà essere stabilita da un giudice nelle prossime settimane, sia di più di dieci anni di detenzione. La sentenza è stata pronunciata dai giovani e dalle comunità che hanno constatato che con le loro mobilitazioni si è potuta aprire una breccia nelle pratiche di istituzioni razziste fin nel midollo. Si è trattato di una svolta storica. Secondo l’Unione Americana per le Libertà Civili è la prima volta nella storia dello Stato del Minnesota che un poliziotto bianco è stato condannato per l’assassinio di un uomo di colore in sua custodia.

Si stima che poco più del 1% delle denunce di brutalità poliziesca sfoci in qualche tipo di sanzione in questo Stato. La polizia impiega metodi violenti sette volte più frequentemente contro neri che contro bianchi nella capitale statale, Minneapolis. Ma nel resto del Paese le cose non sono diverse. Fra il 2005 e il 2017 sono state assassinate circa mille persone all’anno dalla polizia degli Stati Uniti. In tutto questo periodo, solo 29 poliziotti sono stati condannati per omicidio volontario o preterintenzionale (BBC, 15/4/2021).

giovedì 1 aprile 2021

Pablo e il pablismo: la parabola dell’adattamento





 «... Il futuro della società degli uomini è funzione del loro libero arbitrio che, spinto da una più profonda consapevolezza delle condizioni che lo determinano in ultima analisi, trova la forza per mobilitare gli uomini a trasformare la società, secondo un progetto consapevole. Siamo ancora lontani da una società di uomini consapevoli, e soprattutto determinati ad agire di conseguenza».

Michel Raptis
SOCIALISME ET AUTOGESTION (contribution à une esquisse des fondements de la démocratie directe), 1977


Raramente nel movimento operaio, in particolar modo nella sua parte sana, quella del movimento trotskysta, si sono affacciate alla storia personalità così complesse e contraddittorie come quella di Pablo. Michel Raptis (Pablo) era in possesso di grandi capacità politiche, personali e sociali che gli consentirono di attirare a sé ed influenzare la vita politica di molti sinceri comunisti. Aveva la capacità di comunicare in modo efficace con i compagni e di creare dei forti e duraturi legami politici. Nessuno come Pablo ha avuto nella sua vita politica così tanto consenso quanto dissenso, nessuno come lui si è fatto promotore di tante unificazioni e al tempo stesso di tante scissioni all’interno del movimento trotskysta.

Michel Pablo, pseudonimo di Michel Raptis, nasce ad Alessandria d’Egitto il 24 agosto 1911. Figlio di Nikolaos Raptisun, ingegnere civile greco, trascorre la sua infanzia in Egitto sino a sette anni ove frequenta la scuola greca; successivamente segue la sua famiglia in Grecia prima a Creta e poi ad Atene. Nella capitale ellenica Pablo si appassiona alla politica e agli studi universitari (ingegneria). Si laurea e sposa Elli Diovouniotis, la sua compagna di una vita.

Nel 1928 Pablo entra a far parte del movimento degli Archeio-Marxisti un'organizzazione del variegato arcipelago della sinistra comunista greca, in quel periodo gli Archeio marxisti erano guidati da Yorghos Vitsoris che nel 1932 portò l’organizzazione a fondersi con l’Opposizione Trotskysta creando così il Gruppo Comunista Unitario (KEO). Il promettente Raptis attraverso una serie di riflessioni e azioni politiche tutt’altro che scontate portò la corrente di Aghis Stinas (dirigente del Partito Comunista Greco KKE), il LAKKE, e la formazione Spartacus di Pantelis Poulioupolos (figura di spicco del trotskysmo greco) a fondersi con il KEO dando vita così nel 1934 all’Organizzazione Comunista Internazionale della Grecia (OKDE) sezione ufficiale dell'opposizione internazionale di sinistra.

Nell’agosto del 1936 un terribile evento scuote la Grecia, Metaxas prende il potere e ne diviene il dittatore. Ben presto il nuovo despota plasma il proprio regime a copia ellenica del regime fascista di Mussolini. La dittatura di Metaxas assimila, naturalmente, anche i brutali metodi squadristi di Mussolini con annesse violenze e carcerazioni per gli oppositori e Pablo assieme alla moglie è tra questi. Nel 1936, il dirigente greco viene fermato dalle forze fasciste di Metaxas e picchiato a sangue per giorni. Successivamente viene fatto deportare sull'isola di Folegandros. Solo dopo circa un anno di detenzione nel 1937, grazie anche all’aiuto del mondo universitario dell'École Polytechnique che lanciò una e vera campagna per la sua liberazione, viene rilasciato dal carcere e costretto all’esilio (durato alcuni decenni).

Nel settembre 1938 Pablo con un altro compagno greco dell’OKDE, G. Vitsoris è tra i delegati della conferenza di fondazione della Quarta Internazionale svoltasi a Périgny nei pressi di Parigi.
Pablo è ancora in Francia durante lo scoppio della seconda guerra mondiale e si adopera con grande energia per il movimento trotskysta, un movimento sempre più perseguitato dallo stalinismo. Pablo, in questo periodo storico a cavallo tra gli anni trenta e quaranta, ha il grande merito di riunificare e consolidare la direzione della Quarta. Nei primi anni quaranta dopo la morte di Trotsky (per mano di una spia stalinista) è la personalità europea più importante del trotskysmo, la sua influenza tra le file della Quarta si basa su due aspetti strettamente connessi tra loro: 1) l’indiscutibile carisma, 2) il sostegno dell'SWP statunitense, allora la sezione più ricca e numerosa della QI.

Pablo alla fine della seconda guerra mondiale è presente sia alla prima conferenza internazionale della QI che al secondo congresso mondiale nel 1948. Proprio dal secondo congresso avviene la sua definitiva ascesa ai vertici della Quarta Internazionale e diviene, nei fatti, il principale dirigente, un ruolo che terrà sino al 1960.

La Quarta alla fine degli anni quaranta con alla guida Pablo sostiene con forza, in modo del tutto erroneo, Tito e sopravvaluta l'importanza della rottura tra Tito e Stalin. Il leader della Quarta vede in Tito e nella Jugoslavia un esempio positivo per il movimento operaio internazionale. Pablo elabora in progressione anche un’altra analisi ardita e catastrofista, quella dell’imminente terza guerra mondiale che sarebbe scaturita dal conflitto coreano (1950/53). Presuppone che la morte di Stalin (1953) possa fare evolvere la burocrazia sovietica verso il socialismo, insomma la burocrazia agli occhi di Pablo ha ormai un ruolo progressista. La direzione della Quarta, sempre sotto l’influenza di Pablo, carica anche di un significato che potremmo definire “socialisteggiante” la nuova ascesa delle rivoluzioni anticoloniali.

In sintesi, Pablo, dalla fine degli anni quaranta sino ai primi anni, fa una vera e propria revisione teorica del trotskismo, priva il movimento politico della necessità del partito (entrismo sui generis, di cui parleremo più avanti), rimuovendo così nei fatti il leninismo. Pablo rende obsoleto e supera lo schema dell’Ottobre russo, il “Che Fare?” leninista è solo una vecchia lettura. Queste politiche e i suoi relativi fallimenti portarono ad un colpo di coda e ad una reazione del movimento trotskysta. Alcune sezioni e dirigenti del trotskysmo non tolleravano più la politica di Pablo e i suoi metodi burocratici (ad esempio l'espulsione della componente maggioritaria dell'allora sezione francese della QI) e decisero di aprire la discussione.

Le forze più sane del movimento trotskysta affrontarono la battaglia contro il "revisionismo pablista". La maggioranza dei trotskisti francesi lo fecero sotto la direzione di Lambert e Bleibtreu, gli inglesi sotto quella di Healy. Anche l’Swp statunitense di Cannon e una fetta consistente dei trotskisti latino-americani influenzati da Nahuel Moreno, ruppero con la Quarta “pablizzata” e fondarono una nuova Internazionale CI.

IL CI non fu all’altezza delle aspettative, l’SWP di Cannon era completamente avvitato nel federalismo organizzativo, i lambertisti francesi erano avulsi ai metodi democratici e scivolarono verso la socialdemocrazia, mentre gli inglesi di Healy strizzarono gli occhi a dittatori, nord africani prima e arabi poi. Unica reale alternativa nel corso della storia del trotskysmo ortodosso sul terreno internazionale, ovviamente con tutti i suoi limiti (entrismo nel peronismo) fu Moreno che nel corso della sua esistenza politica costruì, cosa di non poco conto, un'internazionale consistente, (LIT) organizzata e gestita in modo centralista democratico.

Dopo la scissione del 1953, Pablo rimase ancora per quasi un decennio il capo teorico e politico della Quarta Internazionale supportato dai vari Mandel, Frank e Maitan.
Pablo, nonostante la rottura della Quarta, continuò il suo lavoro politico internazionale dando un supporto politico e teorico al movimento, scrivendo testi sulla storia della QI, la questione femminile e le rivoluzioni arabe.

Nella seconda metà degli anni Cinquanta e all'inizio degli anni Sessanta, Pablo era convinto che il movimento rivoluzionario avrebbe dovuto avere un ruolo da protagonista nei paesi allora definiti del “Terzo Mondo”, insomma la Quarta doveva concentrarsi sulle rivoluzioni anticoloniali e nelle lotte di liberazione nazionale antimperialiste in corso in Africa, Asia (Algeria e Vietnam) e Cuba. L’impegno di Pablo non era solamente teorico, ma aveva anche un riflesso pratico (uno dei suoi punti di forza). Fu determinante nella creazione e nell’organizzazione (contrabbando) a supporto dell'FLN, in particolare con laboratori addetti alla stampa e alla falsificazione di denaro e documenti. Furono cerate reti di collegamenti in Sicilia, Germania e Svezia a sostegno del FLN, questo gli valse nel 1960 l’arresto. Il suo avvocato, nota curiosa, fu Jacques Verges, che in seguito fu anche il difensore di Bruno Breguet e Magdelena Kopp [1]. Fu condannato ad un anno e mezzo di carcere insieme a Sal Santen [2] uno dei responsabili organizzativi della Quarta Internazionale. Scarcerato nel 1961, Pablo, continuò a svolgere la sua politica e si recò in Marocco ove sostenne la rivoluzione algerina. Dopo la vittoria del FNL algerino (Fronte di liberazione nazionale), dal 1962 al 1965 divenne consigliere politico e amico personale di Ben Bella, il capo del governo Algerino.

All'interno della QI, tuttavia, cresceva il malcontento verso Pablo. Il suo potere e la sua influenza iniziarono a scemare dalla fine degli anni '50 in concomitanza del suo arresto nei Paesi Bassi.
Mandel, Maitan e Frank dopo aver sostenuto in modo incondizionato per più di un decennio il revisionismo pablista, decisero di allontanare Pablo dalla guida della Quarta Internazionale, un allontanamento che si rivelò più dalla persona che dalla sua politica.

La maggioranza dei quadri della QI non condivideva più alcune posizioni di Pablo, come ad esempio la sua analisi della rottura tra Cina e Urss 1960/62 e la sua gestione “ademocratica” dell’Internazionale, perciò decise di andare allo scontro politico.
«Pablo cominciava a tempestarci di lettere, tra l’altro con recriminazioni per le carenze di cui ci saremmo resi responsabili durante la sua detenzione e nel suo processo...», cosi riporta Maitan (Per una storia della Quarta Internazionale).

Pablo per i dirigenti della Quarta era colpevole di opporsi, diremmo in modo frontale, al tentativo di riunificazione dei trotskysti dopo la diaspora del ‘53, una riunificazione caldeggiata da Mandel, Joseph Hansen e da altre figure di spicco dell'SWP americano. Pablo criticava le posizioni degli “scissionisti” ma più di tutto temeva il suo ridimensionamento politico nel coso di una ricomposizione politica. Quando avvenne la riunificazione nel 1963, Pablo era già stato rimosso dalla guida della Quarta Internazionale che nel frattempo assunse un nuovo nome SUQI (Segretariato Unificato Quarta Internazionale).

Pablo diede vita ad una sua corrente internazionale, Tendenza Marxista Rivoluzionaria (TMR) con un particolar radicamento in Australia, Francia, Grecia ed Inghilterra ove pubblicavano la rivista "Socialist Alternatives" [3].
Pablo, nella sua lunga vita politica, ebbe un buon rapporto con Fidel Castro, Guevara, Ben Bella, Allende, e persino con M. Bleibtreu, suo principale oppositore ai tempi della scissione degli anni 50 della Quarta Internazionale.

Nel 1968 tornò finalmente in Grecia, insieme ad Andreas Papandreou e diede un discreto impulso alla fondazione del PASOK allontanandosene nel 1980. Nella prima metà degli anni novanta fu riammesso nella Quarta Internazionale (SUQI): «Alla fine sentiva il richiamo della foresta: come mi avrebbe detto un giorno voleva morire nella Quarta Internazionale. Così iniziammo le consultazioni per il suo rientro…» [4] e quando morì nel 1996 gli furono concessi i funerali di stato in Grecia.


L’ASCESA DEL PABLISMO

Nell'immediato dopoguerra il movimento trotskista era stato duramente colpito e decapitato dei suoi principali dirigenti per mano degli stalinisti. A questo drammatico evento si sommò un fatto inedito: la rivoluzione Jugoslava.

I trotskisti – a ragione - mantennero dopo la morte di Trotsky l’impianto di analisi critico verso la burocrazia sovietica, ma sbagliarono analizzando in modo approssimativo e ottimistico il processo rivoluzionario che si stava affacciando nei Balcani. A differenza dei paesi dell'Europa orientale, nei quali le trasformazioni politiche, sociali ed economiche dopo la Seconda Guerra mondiale, erano avvenute dall’alto tramite l’imposizione della burocrazia stalinista, nella Jugoslavia si stava avviando una vera rivoluzione politica promossa e guidata dal PCJ. Insomma il potere era stato preso da un partito comunista in contrasto con Stalin e questo evento esigeva una chiarificazione politica per la Quarta Internazionale.

Pablo nel 1951, definì la Jugoslavia uno Stato operaio sano, e gli uomini di Tito "compagni" e/o "centristi di sinistra", quindi la Jugoslavia era divenuto uno «Stato operaio», sostanzialmente avulso dalla burocrazia. Nel '49 Pablo, in un testo intitolato "Sulla natura di classe in Jugoslavia”, scrisse: «Nel periodo storico della transizione dal capitalismo al socialismo saremo testimoni non di Stati operai normali, bensì di Stati operai più o meno degenerati, vale a dire di Stati con forti deformazioni burocratiche che potranno raggiungere il livello totale di una espropriazione politica del proletariato». Raptis sosteneva l’evoluzione inevitabile dell’apparato stalinista in modo del tutto meccanicistico. Pablo pensava che sino a che il capitalismo non fosse stato superato in tutto il mondo non era possibile fare a meno dello stalinismo. Lo stalinismo dunque sotto la pressione degli eventi avrebbe avuto un ruolo progressista, rivoluzionario. Quindi che senso avrebbe avuto costruire un'organizzazione indipendente (la Quarta Internazionale) se i vari partiti comunisti avessero svolto più o meno inconsciamente un compito rivoluzionario?

L’analisi errata sulla possibile rigenerazione dello stalinismo coadiuvata dalla spinta dei movimenti di massa e dell’ormai imminente terza guerra mondiale portò il movimento trotskysta, per usare un eufemismo, su dei binari sbagliati.
Iniziò così il periodo dell' ”entrismo sui generis” che accompagnò alla quasi completa dissoluzione il movimento trotskysta. Il partito trotskysta non era più fondamentale e i militanti trotskysti dovevano essere sepolti nei partiti e negli apparati stalinisti da cui si attendeva il prossimo e certo risorgimento. Il programma rivoluzionario era così congelato, tematiche come il fronte unico, il programma di transizione e la possibilità di sviluppare e dirigere lotte erano ormai un lontano ricordo per i militanti rivoluzionari.

Questa politica portò ad un vero proprio cedimento e adattamento teorico del movimento trotskysta a figure come Tito, Mao TseTung, Castro, Ingrao, Ben Bella, Bertinotti, Lula ecc. Lo schema pablista era sempre lo stesso, ovvero quello del superamento politico e pratico del partito. Se in Jugoslavia era stata possibile una rivoluzione sana sotto l’impulso del PCJ ormai rigenerato dagli eventi oggettivi, così era possibile che le mobilitazioni anticolonialiste guidate dalle direzioni piccolo borghesi potessero evolvere verso il socialismo. Il risultato fu disastroso con la liquefazione del movimento trotskysta che ancora oggi paghiamo.


GENESI DEL PABLISMO

Come è stata possibile questa politica, come è stato possibile che alcuni dirigenti di assoluta caratura siano stati travolti dalla linea della dissoluzione, dalla teoria dell’entrismo sui generis?
In parte abbiamo già risposto, l’uccisione dei migliori dirigenti del movimento trotskysta ha indubbiamente inciso nel processo di analisi e valutazione degli eventi politici, ma qui si va oltre. Il pablismo non è solo un adattamento politico ma anche, per alcuni aspetti, un adattamento psicologico agli eventi, un opportunismo dell’animo, una debolezza caratteriale prima anocora che politica, una risposta sbagliata alle pressioni esterne. Nessuna lettura politica è sempre e solamente politica ma ci sono fattori che incidono e che catalizzano le scelte politiche.

In psicologia, per essere chiari, le strategie di adattamento vengono definite con la parola inglese di “coping”, con il coping si indicano una serie di «meccanismi psicologici adattativi messi in atto da un individuo per fronteggiare problemi emotivi ed interpersonali, allo scopo di gestire, ridurre o tollerare lo stress ed il conflitto» [5].

I meccanismi psicologici di coping sono dunque comunemente chiamati strategie di adattamento. È possibile quindi, tornando a noi, che l’adattamento di Pablo, Maitan e Mandel sia stato anche il frutto di pressioni oggettive, quali la vittoria dello stalinismo nella Seconda Guerra mondiale? Possono aver inciso la paura e la difficoltà di opporsi allo stalinismo (non era cosa facile in quegli anni, e molti furono i trotskysti che pagarono con la vita il loro dissenso a Stalin)? Quanto hanno pesato le problematiche legate alla costruzione del partito (non era né semplice e né facile costruire partiti indipendenti con la concorrenza stalinista al suo apice)? Insomma nel pablismo e nel suo processo degenerativo possono aver anche inciso altri fattori oltre a quello politico? La risposta è sì, perché il pablismo è in sostanza un adattamento alle pressioni esterne, l’esigenza di uscire dal minoritarismo “trotskysta” usando la scorciatoia opportunista.

Una lettura anche psicologia, caratteriale può aiutare, senza fare sconti e giustificare nessuno, a capire come sia stato possibile disperdere, in quegli anni, il grande patrimonio politico lasciato da Lev Trotsky.


QUALI SONO LE RESPONSABILITÀ DEL PABLISMO?

Le responsabilità del pablismo furono quello che potremmo definire una serie di capitolazioni politiche, capitolazioni che portarono il movimento trotskysta di volta in volta tra le braccia di Mao, Nasser, Ben Bella, Guevara (con relativo adattamento alla guerriglia). E questo nei casi migliori, perché il peggio furono gli scivoloni verso i governi borghesi come è accaduto per LSSP (trotskysti di Cylon che sostennero un governo di fronte popolare), con i trotskysti brasiliani che sostennero il governo borghese di Lula o gli italiani a sostegno del secondo governo Prodi. Questi cedimenti accelerarono il processo di sgretolamento della Quarta che l’hanno resa oggi una sorta di federazione di organizzazioni che saltuariamente si scambiano impressioni senza un funzionamento centralizzato. Il problema rimane quello di cercare di superare nei fatti, non sulla carta, il pablismo ancora vivo e vegeto.

Il pablismo prevede che le correnti marxiste rivoluzionarie debbano essere calamitate dalle forze riformiste e/o centriste per poterle fare evolvere in forze rivoluzionarie (esemplificativo fu l’articolo scritto nel 2002 dal Leader dell’attuale Sinistra Anticapitalista, Franco Turigliatto, che all’epoca era ancora nel PRC, e pubblicato su "Bandiera Rossa" col titolo «La svolta rivoluzionaria di Bertinotti»); il marxismo rivoluzionario teorizza esattamente l’opposto, e cioè che solo un partito rivoluzionario può fare evolvere e calamitare verso di sé e verso il socialismo forze centriste.

Se come marxisti rivoluzionari non rompiamo con questo schema, difficilmente potremo rappresentare la voce del mondo del lavoro; se ancora le forze dichiaratamente marxiste rivoluzionarie inseguono i Bertinotti o i Landini di turno, se ancora a livello locale, nazionale, i marxisti rivoluzionari rincorrono forze riformiste o si chiudono nel loro settarismo più viscerale, difficilmente la classe operaia potrà contare su una forza genuinamente rivoluzionaria.

Solo il rilancio di un programma rivoluzionario, può far uscire il trotskysmo dal suo ripiegamento politico e candidarsi ad essere la vera e sana alternativa per i lavoratori.



NOTE

1 - http://www.gerograssi.it/cms2/file/casomoro/B163/0958_002.pdf
2 - http://www.contretemps.eu/a-propos-de-sal-santen-1915-1998-trotskyste-juif-hollandais-anticolonialiste/
3 - https://britishpabloism.wordpress.com/2016/09/01/first-blog-post/
4 - Per Una storia della Quarta Internazionale. L. Maitan
5 - https://it.wikipedia.org/wiki/Strategie_adattative_(psicologia)


Bibliografia essenziale

IL CENTRISMO SUI GENERIS di Roberto Massari
LA LUNGA MARCIA DEL TROTSKYSMO di Dario Renzi
PER UNA STORIA DELLA QUARTA INTERNAZIONALE di Livio Maitan
CHI SONO QUESTI TROTSKYSTI ? di Daniel Bensaid
IL TROTSKYSMO di J.J Marie
APPUNTI PER UNA STORIA DELLA QUARTA di Pierre Frank
LA STRADA PERCORSA di Livio Maitan
HISTORY OF BRITSH TROTSKYSM di Ted Grant
BUROCRAZIA E RIVOLUZIONE di Pierre Navile
I PRIMI DIECI ANNI DEL PCUS di J. P. Cannon
LA RIVOLUZIONE PERDUTA di P. BROUE


Link utili

https://medium.com/@JRogan3000/keir-starmer-trotskyism-and-pabloism-976c4c46d8f6
http://trotskysmo.blogspot.com/
https://www.marxists.org/archive/pablo/bio/bio-bibl_pablo.pdf
http://files.spazioweb.it/aruba27963/file/paolo_casciola_le_origini_del_pablismo_1945-1950.pdf
http://www.progettocomunista.it/98IIConfITOCrisiIV.htm
https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=5984
https://ilmarxismolibertario.wordpress.com/2015/10/21/appunti-per-una-storia-del-trotskismo-di-stefano-santarelli-prima-parte/
https://www.marxists.org/archive/pablo/index.htm

venerdì 26 febbraio 2021

PROPOSTA A TUTTE LE ORGANIZZAZIONI DELLA SINISTRA ANTICAPITALISTA



Pubblichiamo questa lettera, scritta in collaborazione con Democrazia Atea, 
rivolta a tutte le organizzazioni presenti nel territorio delle Marche



Care compagne e cari compagni,

Vorremmo porre a voi tutte/i le nostre riflessioni sulla reale e concreta fase politica che di fatto si è aperta con la fiducia al nuovo governo Mattarella-Draghi per aprire con tutte le forze della sinistra anticapitalista, partitiche, sindacali e di movimento, un confronto per entrare nel merito delle questioni. D’altro canto è nostra intenzione questa volta entrare nel merito di alcuni fatti e dinamiche che ci porteranno a porre alcuni elementi di critica a quelle organizzazioni che, dal nostro punto di vista, non hanno risposto nella giusta maniera al manifesto appello che più di un anno fa ha portato alla nascita del Coordinamento delle Sinistre di Opposizione a livello nazionale e locale.

CASA ACCADE IN CATALOGNA

 



Nel 2017, l’Assemblea della Generalitat catalana, il governo catalano, era stata sciolta causa “l’affronto referendario (dichiarazione di indipendenza)” dal Premier reazionario di Madrid, Mariano Rajoy. Finito, nel maggio 2018, il commissariamento della Catalogna voluto da Madrid, l’amministrazione catalana ha provato a dotarsi di un governo. Le elezioni avevano prodotto una maggioranza indipendentista anche se molto esigua in termini di numeri: 66 favorevoli, 65 contrari e l’astensione dei 4 deputati della CUP (Candidatura di Unità Popolare).

venerdì 15 gennaio 2021

L'assalto dei trumpisti e il fallimento della democrazia borghese americana


di Armando Attilio Tronca



Il 6 gennaio a Capitol Hill, sede del Governo degli Stati Uniti che ospita l'edificio con cupola del Campidoglio, il Senato, la Camera dei rappresentanti e la Corte Suprema, si è assistito ad un fatto senza precedenti. La sessione del Senato, che avrebbe dovuto certificare l'elezione a presidente USA di Joe Biden, è stata interrotta dall'incursione nell'aula di gruppi fascistoidi e suprematisti bianchi, sostenitori di Trump, che volevano di fatto impedire che tale sessione si svolgesse.

Portogallo: a 50 anni dalla rivoluzione dei garofani

Riportiamo un articolo pubblicato dalla UIT perché ci sembra un contributo utile per la comprensione storica degli avvenimenti in questione ...