sabato 26 maggio 2012
IL METODO TROTSKYSTA, IL METODO DEL PCL
LA CRISI DEL CAPITALISMO RAFFORZA L'IDEA COMUNISTA
La crisi economica sociale profonda e strutturale, combinata all'impossibilità di recupero
dello stato in crisi (causa del debito pubblico) sta producendo da un lato effetti meccanici
ordinari (ma straordinari per ampiezza) per il grande capitale (licenziamenti, precariato,
cassa integrazione) e dall'altro un'aumentare di manifestazioni di dissenso in tutto il
mondo come in Grecia, Spagna, ecc.
Si moltiplicano e si estendono le frizioni sociali; le contraddizioni capitale/lavoro, agevolate
anche dalla politica dei “tecnici” (Monti), non riguardano solamente i diretti sfruttati (la
classe operaia), ma si combinano anche con le contraddizioni di genere (violenze in
famiglia, rigurgito clericale) e con le contraddizioni di etnia (Lega Nord e Destra indicano
nel migrante il problema dell’occupazione e della “sicurezza”, cercando di dividere la
classe operaia). Si sviluppano quindi in questo ambiente le ragioni fondanti di rifiuto di
questo sistema (che premiano anche il populismo di Grillo).
La forza di una strategia rivoluzionaria si fonda sul fatto che essa aderisce alla materialità
della realtà e dei suoi movimenti, battendosi perchè la società coscientemente e
materialmente si trasformi superando il sistema capitalistico, modificando i rapporti di
proprietà, riappropriandosi dei mezzi e delle condizioni della produzione. Non basta avere
una buona connessione di rete (per citare Grillo), ma bisogna distruggere il capitalismo e
costruire il socialismo. È un processo difficile e impegnativo in cui la militanza ha un ruolo
fondamentale. Svolgere, come PCL, un ruolo primario basato sul coinvolgimento attivo
della maggioranza delle persone, diviene la strategia rivoluzionaria più credibile e reale.
METODO TRANSITORIO
I marxisti rivoluzionari si adoperano per costruire un ponte tra le esigenze del presente e la
coscienza di massa, così come si presenta nell'immediato, e la necessità di un progetto
comunista; perchè sono profondamente convinti che le aspirazioni e le esigenze degli
sfruttati possano trovare risposta solo in questo senso e non possano essere pienamente
acquisite in maniera spontanea.
Questo metodo fu sviluppato per la prima volata da Marx e Engels nel "Manifesto del
Partito Comunista" in seguito sviluppato dai bolscevichi.
Nel programma di transizione, Trotskij definiva tutta una serie di parole d'ordine di
carattere immediato, democratico e transitorio confacenti ai bisogni essenziali delle masse
nelle diverse situazioni i cui si trovavano, finalizzate soprattutto a far comprendere la
necessità di superare il sistema capitalistico e ad instaurare un governo dei lavoratori.
Trotskij stesso riteneva che il "Programma Transitorio" dovesse essere costantemente
sottomesso alla verifica dell'esperienza e trasformato in base ad essa, ma il grande merito
del testo risiede nell'impostazione metodologica.
Esso è in diretta connessione con la teoria della rivoluzione permanente, secondo la quale
qualunque lotta socio-economica nell'epoca del capitalismo tende ad essere una lotta per
il potere, ed i compiti democratici, anche nei paesi in via di sviluppo, non possono essere
portati a termine se non dalla rivoluzione comunista, che potrà trionfare solo su scala
internazionale.
Il programma transitorio non può ridursi ad uno schema scolastico e rigido, ed anzi per
sua stessa natura esso richiede un'articolazione duttile, capace di rapporto con la concreta
dinamica della lotta di classe. Ma l'essenziale è il suo metodo: è la riconduzione agli scopi
rivoluzionari di tutta la politica quotidiana, in ogni ambito di insediamento sociale,
territoriale, sindacale, fuori da ogni logica settaria, localista o sindacalista. Proprio per
questo non si può richiedere ad un programma di transizione il rispetto delle compatibilità:
al contrario esso si fonda sul presupposto che le esigenze generali delle masse sono, in
questa epoca di crisi, incompatibili con la struttura capitalistica della società.
Ma questo non può avvenire per assunto. Compito dei giovani marxisti rivoluzionari è
accompagnare quest’esperienza partendo dai fatti, nell'inserimento dei giovani nelle
battaglie politiche e dalle lotte sociali vigenti con un’agitazione e una propaganda
adeguata che sappia far comprendere al mondo dei lavoratori, degli studenti e dei migranti
chi è il nemico e come poterlo abbattere.
FRONTE UNICO
La politica del fronte e la sua relativa concretizzazione è direttamente collegata e
finalizzata alla costruzione del PCL.
La costruzione è prioritaria, ma non si costruisce nel vuoto: con la linea del fronte non solo
rispondiamo in anticipo ad una giusta metodologia di lotta, ma intercettiamo anche il
“sentimento” di desiderio d’unità presente tra la massa e tra il movimento della sinistra.
Con il fronte delimitiamo i nostri confini tramite una linea unitaria e direttamente indichiamo
la strada per la costruzione di un vero partito comunista.
È giusto dunque chiamare all'unità, su singoli punti concreti, tutte le organizzazioni del
mondo operaio, comprese quelle a direzione borghese. Questa tattica può essere
concretamente utile a lavoratori, giovani, migranti, permettendo ai loro settori più arretrati
di ascoltare le proposte rivoluzionarie, smascherando facilmente le direzioni riformiste e
centriste. L'appello del fronte unico può essere lanciato a tutta una serie di forze politiche
e sociali del mondo della sinistra che si sottraggono al sistema dominante, proponendo
alcuni punti di lotta comune (abolizione delle leggi precarizzanti, scuola pubblica,
abolizione dei privilegi clericali, diritti minoranze sessuali).
Questa politica può permettere di costruire un punto di riferimento alternativo agli apparati
dominanti a patto che non sia intesa come una sorta di cartello politico verticista-elettorale,
ma come una reale risposta alla spinta e ripresa della lotta di classe.
PER IL TROTSKISMO E LA RIFONDAZIONE DELLA QUARTA INTERNAZIONALE
La lotta per il socialismo per sua stessa natura è internazionale. Non potrà mai trionfare se
tutte le catene del sistema capitalistico non saranno spezzate. Per questo
l'internazionalismo è il nostro carattere fondante e non una semplice retorica. La
costruzione del partito e la presa del potere sono parte di un programma e di una strategia
internazionale.
Siamo parte di un movimento che nonostante i massacri e le persecuzioni ha resistito alla
prova storica. Non esistono oggi al mondo organizzazioni rivoluzionarie che non
provengano da una matrice trotskista.
Lo stalinismo e le sue menzogne si sono sgretolate come neve al sole; solo noi, come
trotskisti, siamo in grado di poter perseguire la strada verso il socialismo.
Come PCL ci rifacciamo apertamente agli insegnanti di Marx, Engels, Lenin, Rosa
Luxemburg e Trotskij. Seguiamo la strada aperta dal movimento trotskijsta come
opposizione di sinistra (BL), con i primi due congressi della Quarta Internazionale prima
dell'avvento del "pablismo" e con gli insegnamenti del SWP statunitense sino agli anni 50
guidato da J.P. Cannon.
Questo non è un giuramento di fedeltà, non siamo feticisti. Non vogliamo ricopiare alla
lettera nessuno. Il marxismo è un metodo. Ciò vuol dire saper riconoscere la validità di un
metodo e di posizioni di principio temprate dalla storia del movimento operaio. Vuol dire,
soprattutto, saperli applicare in modo dialettico nella società di oggi nell'impegno per la
sua trasformazione rivoluzionaria.
Si aggiorna ciò che si recupera, non ciò che si rimuove…
L'ANTIFASCISMO DI CLASSE!
Karl Radek[1] scriveva che la dittatura fascista è paragonabile a "cerchi di ferro con la
quale la borghesia tenta di consolidare la botte sfasciata del capitalismo"; occorre
sottolineare che la botte, contrariamente a quanto si potrebbe ritenere, non è stata
sfasciata dall'azione rivoluzionaria della classe operaia; il fascismo non è la risposta della
borghesia a un attacco al proletariato, ma piuttosto l'espressione della decadenza
dell'economia capitalistica. La botte, insomma, si è sfasciata da sola.
Oggi più che mai assistiamo ad una ripresa politica delle organizzazioni di estrema destra.
Il loro "risveglio" trova nella crisi e nella copertura dei vari governi (sino a poco tempo fa in
carica, alcuni sostituiti) di centrodestra o di destra (Italia, Francia, est Europa) dei partner
importanti. Basti pensare a CasaPound che trae linfa... dalla giunta Polverini (PDL).
Il dovere, il primo compito di un'organizzazione rivoluzionaria come la nostra è quello di
saper intercettare il malcontento presente nelle periferie e spiegare a tutti che il fascismo
non è la soluzione. Dobbiamo parlare di cultura, la destra è portatrice di dogmi e false
verità (Dio, patria e famiglia), noi dobbiamo rispondere con la lotta di classe
internazionalista allo sciovinismo piccoloborghese che la destra esprime. Le persone,
questo dobbiamo spiegare in modo certosino, non si dividono per nazionalità, etnia o
religione, ma tra sfruttati e sfruttatori.
L’antifascismo è stato nella storia essenzialmente prerogativa dei militanti comunisti,
socialisti ed anarchici, i quali hanno pagato al fascismo il prezzo più alto in termini di
repressione, mentre altri, come il Partito Popolare (antenato della DC), hanno sostenuto
l’avvento della dittatura fascista fino a far parte del primo governo Mussolini.
Da alcuni anni assistitiamo a squallidi tentativi di “pacificazione”, tesi ad affermare il
concetto che partigiani e repubblichini fascisti fossero tutti uguali, tutti egualmente italiani e
patrioti (in questi giorni a Roma è apparso tra le vie della città un manifesto atto a spiegare
l'”onore" dei repubblichini di Salò).
Oggi, come ieri, bisogna dunque guardarsi da chi tenta di cambiare la storia per affermare
nel presente un nuovo autoritarismo fatto di razzismo e discriminazioni nei confronti di ogni
“diversità”, di negazione dei diritti dei lavoratori, di repressione poliziesca del dissenso,
d’annientamento di ogni garanzia sociale.
È necessario, anche, stare attenti anche a chi agita strumentalmente la bandiera
dell’antifascismo per nobili calcoli elettorali: come in passato ha fatto il centrosinistra che
ha tra le sue fila Luciano Violante che da Presidente della Camera dei Deputati nel 1996
sostenne, nel suo discorso di insediamento, che bisognava “capire le ragioni dei ragazzi
di Salò”.
Se oggi c’è qualcosa da ricordare, facciamolo commemorando i 40.000 italiani che furono
strappati dalle loro case e deportati nei lager dai militi della Repubblica Sociale o dalle
truppe tedesche; di questi 30.000 erano partigiani, antifascisti e lavoratori arrestati in gran
parte dopo gli scioperi del marzo del 1943.
E, soprattutto, non dobbiamo dimenticare i crimini dello stalinismo italiano che con Togliatti
ha promosso l’amnistia (un vero e proprio tradimento nei confronti dei partigiani i quali
hanno visto i loro carnefici essere graziati dal "Migliore") nel dopoguerra:
Un atto rilevante dell'attività di governo di Palmiro Togliatti, ministro di Grazia e
Giustizia nonché segretario del PCI, è consistito nell'emanazione dell'amnistia per
reati comuni, politici e militari: un atto che, approvato all'unanimità dal governo De
Gasperi per celebrare la nascita della Repubblica, ha determinato la liberazione di
migliaia di fascisti, senza distinzione tra gli imputati di reati minori e i responsabili
di gravi crimini. Nel primo mese di applicazione tornarono in libertà 7000 fascisti
detenuti: tra i primi beneficiari del provvedimento figurano un colonnello dei
carabinieri condannato all'ergastolo per l'assassinio dei fratelli Rosselli e quattro
torturatori della famigerata banda Koch.
Per questo la nostra politica come PCL (unico partito marxista rivoluzionario presente in
Italia) deve avere un respiro anche politico e non limitarsi alle manifestazioni di rimbalzo
(25 aprile come oggi) o alle sole folkloristiche pratiche sociali messe in pratica della
schegge dell’autonomia movimentista. Oggi essere antifascisti da veri comunisti vuol dire
opporsi alle e nelle istituzioni locali e nazionali che molto spesso (come nel caso delle
giunte Rutelli e Veltroni) hanno tollerato le sedi d'estrema destra. Amministrazioni locali
che spesso si reggono con il sostegno acritico e prono di forze antagoniste o comuniste
(riformiste) come PRC e PDCI.
L'antifascismo per noi non è un fronte popolare né un blocco per la democrazia, ma un
metodo politico eretto sull'internazionalismo e la lotta di classe. Il fascismo, il popolo delle
scimmie, può essere sconfitto definitivamente solamente con la presa del potere da parte
del mondo del lavoro.
Eugenio Gemmo, D.N. PCL
1. ^ Bolscevico ucciso dalla purghe di Stalin
giovedì 19 aprile 2012
IL PROFETA DI DEUTSCHER E’ DI NUOVO IN LIBRERIA
La trilogia Isaac
Deutscher (giornalista, militante comunista con simpatie trotskyste espulso,
negli anni 30, dal Partito Comunista Polacco per dichiarato antistalinismo) dedicata
a Trotsky è sicuramente, insieme alla biografia di Brouè (La Rivoluzione Perduta
della Bollata Boringhieri ormai introvabile) una delle migliori biografie tradotte
in italiano sul rivoluzionario sovietico. Deutscher fa , da penna eccezionale
qual’ è , un buon ritratto della vita del rivoluzionario ucraino si addentra
nell’attività politica di Trotsky, ma cerca anche, cosa non semplice, di
tracciarne un profilo psicologico. Un tuffo nelle rivoluzioni, in intrecci
familiari, in vittorie e sconfitte politiche (spesso drammatiche), queste sono
le coordinate in cui l’autore si muove per descrivere Trotsky,
Lo scrittore analizza
in profondità il lato umano di Trotsky le due mogli, i quattro figli (tutti
uccisi direttamente o indirettamente dallo stalinismo), le sue relazioni
affettive di amicizia con altri grandi rivoluzionari dal leader dei bolscevichi
Lenin, passando per Raikovskij, Radek ecc hanno un posto centrale in questa
opera letteraria.
Deutscher, dunque,
sottolinea la vita privata di Trotsky come una sorta di supplemento essenziale alla
vita politica di Trotsky e lo fa per
poter tratteggiare al meglio il quadro della personalità del protagonista.
Certamente le vittorie politiche del capo dell’Armata Rossa hanno un posto di
rilievo nella biografia, anche perché sarebbe impossibile non evidenziare i
suoi successi politici.
Sarebbe stato
impossibile per l’ex militante trotskysta Deutscher non citare come l’appena
ventiseienne Trotsky divenne presidente del soviet di Pietroburgo nel 1905,
sarebbe stato impossibile non raccontare il ruolo di capo politico/organizzativo
che Trotsky ebbe nelle giornate dell’Ottobre Sovietico, difficile sarebbe stato
non raccontare di come Trotsky prima con Lenin e poi da solo si sia opposto in
modo netto alla degenerazione e alla politica stalinista, ancor più difficile
sarebbe stato eludere l’apporto teorico che il fondatore della Quarta
Internazionale ha lasciato al marxismo
rivoluzionario dalla teoria della Rivoluzione Permanente, alla tattica del
Fronte Unico, al Programma di Transizione ecc…
La biografia di
Deutscher seppur monumentale come abbiamo scritto (grande ricerca dell’autore e
va ricordato che è stata scritta in piena epoca sovietica ove l’accessibilità
agli archivi della storia bolscevica era, per usare un eufemismo, alquanto
difficile) tende a volte a sottovalutare
o perlomeno a non dargli la giusta importanza storica ad alcuni aspetti
politici della storia politica di Trotsky come ad esempio la Quarta Internazionale.
L’importanza che Quarta Internazionale riveste
per Trotsky, il suolo compito storico, il suo contributo al marxismo
rivoluzionario viene più da una volta ridimensionata dallo scrittore, nel
secondo e soprattutto terzo volume, come proposta politica.
Indubbiamente,
indipendentemente dalle critiche, questa ristampa della trilogia di Deutscher per
opera della casa editrice Pgreco ha molti meriti tra cui quello di far
conoscere ai giovani, agli appassionati della storia bolscevica il pensiero di
Trotsky un aspetto che reputo utile e non
di poco conto…
Andando più affondo
nei tre tomi ( IL PROFETA ARMATO, IL PROFETO DISARMATO, IL PROFETO ESILIATO) si
trovano alcune osservazioni interessanti che richiedono attenzione, Deutscher,
ad esempio, riporta una descrizione su
Trotsky fatta dal grande oratore bolscevico Lunacharsky: ” IL suo successo in questo campo non fu dovuto però alla sua coscienza
degli uomini, ma alla chiarezza e precisione dei suoi piani, al suo impulso e alla sua forza di
volontà, ed al suo metodico sistema di lavoro. La capacità di un lavoro
metodico, nel quale superò Lenin, era rara in un paese in cui la gente non dava
gran valore al tempo e alla fatica. La sua attuale e intima collaborazione con
Lenin era fondata su un evidente equilibrio individuale tanto quanto sugli
scopi comuni a cui tendevano. “(IL
Profeta armato pag 465)
Trotksy era proprio
così come lo descrive Lunacharsky metodico nel lavoro, illustre teorico (il
migliore dei bolscevichi) e dotato di una grande forza di volontà che gli ha
permesso per diciassette anni di contrapporsi da marxista rivoluzionario, con
l’uso della sola propria penna, alle calunnie, alle violenze e alle
mistificazioni fabbricate dal “ nuovo
Gengis Khan” 1 Stalin.
Trotksy viene
descritto nei testi come un “profeta” quale in certo senso fu. Trotsky non solo
riuscì con il metodo marxista a leggere
con lucidità le dinamiche politiche, come se avesse una sfera di cristallo, che
portarono allo scoppio della seconda guerra mondiale sin dalla metà degli anni
30, ma riuscì a teorizzare la giusta “ricetta” per la rivoluzione (rivoluzione
permanente) prima di tutti i marxisti rivoluzionari di inizio novecento anche
dello stesso Lenin che vi giunse , circa
una decina d’anni dopo Trotsky, nell’aprile del 1917 con le famose “Tesi
d’Aprile”.
Oltre a dipingere
Trotsky in tutti suoi lati come abbiamo detto da quello politico a quello
personale lo scrittore polacco centra alcuni “effetti collaterali” che la
figura di Trotsky ha prodotto negli ambienti sovietici. Prova, Deutscher, ad analizzare le motivazioni
per cui Trotsky divenne innominabile nell’ Unione Sovietica e non solo- si
pensi che in Urss ai tempi di Stalin nel dizionario storico era presente la
voce trotskysmo (variante del fascismo) e non Trotsky-, com’è possibile, si
domanda l’autore, nonostante la “destalinizzazione” di Khrusciov Trotsky non venisse riabilitato dal PCR?
Perché era ancora considerato come uno spettro di cui non si poteva pronunciare
il nome?
“Dopo la dichiarazione di Khrusciov che
Stalin aveva annientato i propri critici del partito ricorrendo a false e mostruose
accuse, gli storici aspettavano un’esplicita
Riabilitazione delle vittime delle grandi
purghe… Verso la fine del 1956 o inizio 57 durante la reazione contro la
rivolta ungherese, Mosca decise di abbandonare la restaurazione della verità
storica. I dilemmi e le vicissitudini
della vita contemporanea tornarono a riflettersi sugli scritti storici,
e in particolare sulla trattazione di Trotsky.
…Khrusciov tenta di bandire la verità su
Trotsky senza ricorrere ad un’adulterazione sfacciata si contenta di una
distorsione “ridotta “e questo basta a ridicolizzare l’anatema.” (prefazione del Profeta disarmato)
Insomma il
trotskysmo, come giustamente Deutscher ci fa notare, non ha rappresentato
solamente un problema di verità storica per gli stalinisti di tutte le
sfumature, ma ha rappresentato è rappresenta l’alternativa rivoluzionaria alla
controrivoluzione dei regimi burocratici stalinisti. Trotsky era di fatto incompatibile con la letteratura
“ufficiale”sovietica. La burocrazia sovietica per mantenere i suoi privilegi
doveva lasciare chiusa in un cassetto la Rivoluzione Permanente e il
suo autore…
Un'altra notazione,
l’ultima su la destalinizzazione, assai interessante che emerge e riportiamo tra le pagine del Profeta
disarmato nella sua prefazione è la seguente:” In quella seduta Khrusciov parlando sulla mozione per l’espulsione di
Molotov, Kaganovic e Malenkov ricordò le grandi purghe, l’argomento che
ricorreva in tutti i dibattiti segreti dalla morte di Stalin. Indicando Molotov
e Kaganovic esclamo:” Le vostre mani sono macchiate di sangue dei nostri capi e
di innumerevoli bolscevichi innocenti!” “ Anche le tue lo sono!” urlarono i
due. Sì anche le mie lo sono rispose Khrusciov” lo ammetto, ma durante le
grandi purghe ho semplicemente eseguito i vostri ordini allora non ero nel
Poltbureau e non sono responsabile delle sue decisioni i responsabili siete
voi.” Quando più tardi Mikojan raccontando il fatto al Comsomol di Mosca gli
venne chiesto perché i complici di Stalin non venissero sottoposti ad un regolare
processo. Si dice che Mikojan abbia risposto:” Non possiamo farlo se
cominciassimo a mettere gente del genere sul banco degli imputati chissà dove
ci fermeremmo. Abbiamo tutti partecipato alle purghe.”
Tornando a Trotsky
e ai trotskysti vi è un altro aspetto fondamentale che possiamo trovare
nell’edizione del giornalista polacco.
La capacità dei
trotskysti di resistere all’oppressione stalinista, di come i veri
rivoluzionari hanno lottato per il socialismo senza perdere, quando avevano
perso tutto (affetti, famiglia, lavoro ecc) rinchiusi nei gulag stalinisti, la
dignità e la forza delle idee.
Così un testimone
oculare, nel terzo volume della casa editrice Pgreco il Profeta esiliato (pag.525)
descrive i trotskysti nel gulag di Vortuka:
“I trotskysti propriamente detti, i seguaci
di L.D. Trotsky erano il gruppo più numeroso. Arrivarono alla miniera nel 1936
e furono sistemati di due vaste baracche. Rifiutarono categoricamente di
scendere nei pozzi. Lavoravano soltanto alle uscite non più di otto ore il
giorno, invece di dieci o dodici ore come prescriveva il regolamento e come
erano costretti a fare tutti gli altri occupanti del campo. Ignoravano il
regolamento con metodo e ostentazione. La maggior parte di loro aveva trascorso
una decina d’anni in isolamento, dapprima nelle prigioni, poi nei campi delle
isole Solvoskij e infine a Vortuka. I trotskysti erano gli unici gruppi di
prigionieri politici che criticavano apertamente l’indirizzo staliniano e
resistevano in carcere in modo palese e organizzato.”
Questo, se qualcuno
si domandasse cosa vuol dire è essere trotskysti, è essere trotskysti…
Eugenio Gemmo D.N.
PCL
1 Bucharin durante un viaggio diplomatico in Germania
descrive ad un esule menscevico “Stalin come il nuovo Gengis Khan” ( Gli uomini di
Stalin. Montefiore)
domenica 26 febbraio 2012
Cile 1973. La storia del MIR
STORIA E RUOLO DEL MIR
La vicenda generosa e tragica del Movimiento de Izquierda
Revolucionaria, la maggiore organizzazione rivoluzionaria latinoamericana degli
anni sessanta-settanta
di Tiziano Bagarolo
Alla fine degli anni sessanta esiste in Cile
un’organizzazione rivoluzionaria che non ha eguali nel Cono sud dell’America
latina per consistenza militante e radicamento sociale, il Movimiento de
Izquierda Revolucionaria (Mir), forte di circa 2500 militanti, con una forte
presenza negli ambienti studenteschi universitari, un significativo impianto in
alcuni settori della classe operaia e nella Cut, capace di esercitare una
influenza di massa in settori di pobladores (abitanti dei quartieri poveri, delle
periferie), in particolare a Santiago. Questa organizzazione avrà in seguito un
ruolo importante negli anni dell’Unidad Popular, senza arrivare tuttavia a
intaccare l’egemonia riformista sulla maggioranza del proletariato e delle
masse cilene. Inoltre sarà l’unica forza organizzata a mettere in atto un
tentativo di resistenza armata nei primi tempi della dittatura, pagando a
questo sforzo generoso un prezzo altissimo di sangue. La sconfitta e gli errori
di questi rivoluzionari non ci impediscono di riconoscere i loro meriti e il
valore del loro sacrificio, emblematici degli errori e del sacrificio di una
intera generazione di rivoluzionari latinoamericani.
Il Mir sorge nel 1965 – nel contesto creato dalla vittoria
della rivoluzione cubana in tutta l’America latina e dall’ascesa del movimento
delle masse in Cile – dalla confluenza di diverse organizzazioni preesistenti,
come sbocco di un processo di raggruppamento rivoluzionario promosso da
Clotario Blest, dirigente sindacale di grande prestigio, già presidente della
Cut. In questo processo di raggruppamento, sono coinvolte in momenti successivi
varie componenti di diversa origine e provenienza (trotskista, socialista,
comunista, castrista, radicale e anarchica (1). Nei documenti programmatici di
fondazione, il Mir proclama il carattere “socialista, permanente e
ininterrotto” della rivoluzione cilena, in aperta contrapposizione alla teoria
staliniana della rivoluzione a tappe condivisa dal PC cileno. Il Mir si
dichiara inoltre per la via insurrezionale e la lotta armata per la conquista
del potere (2). Primo segretario viene eletto Enrique Sepulveda, già fondatore
del trotskismo in Cile. Segue un periodo di strutturazione che vede crescere
rapidamente e il numero dei militanti (inizialmente meno di 600) e l’influenza
in diversi ambienti sociali.
I trotskisti nella formazione del Mir
I trotskisti cileni hanno svolto un ruolo importante, e
controverso, nella nascita e nella storia del Mir. E’ perciò utile spendere
qualche parola anche sulla storia del trotskismo cileno. Storia che inizia con
la formazione di Izquierda Comunista nel 1933, che subito si collega con
l’Opposizione di sinistra internazionale di Trotsky, e da cui sorge più tardi
il Partido Obrero Revolucionario (Por). Il Por, che ha un buon radicamento
operaio, conquista una significativa influenza nell’avanguardia del movimento
operaio cileno in connessione alle crisi che il PS e il PC attraversano in
seguito alla partecipazione o all’appoggio ai fronti popolari di Aguirre Cerda
(alla fine degli anni trenta) e di Gonzalez Videla (alla fine degli anni
quaranta), alla fondazione della Cut nel 1953 e all’ascesa delle lotte operaie
a metà degli anni cinquanta, in cui il Por gioca un ruolo significativo (3).
Proprio nel momento in cui il Por sta raccogliendo i primi frutti della sua
battaglia, la scelta “entrista” della direzione mondiale della Quarta
Internazionale (rappresentata in America latina da Posadas) porta nel 1954 alla
decisione di confluire nel Partito socialista popolare. Ma il Por non scompare,
grazie all’opposizione a questa politica liquidazionista da parte di un piccolo
nucleo costituito da Humberto Valenzuela, il suo leader più prestigioso, e da
sei operai, nucleo che nei due anni successivi ricostruisce un’organizzazione
di circa 150 militanti conquistando un settore della Gioventù comunista in
rottura col partito.
Nel frattempo, tuttavia, con la formazione, per iniziativa
del PC, del Frente de Accion Popular (Frap), alleanza elettorale di sinistra in
una logica di fronte popolare, si riconsolida l’egemonia del PC e del PS sul
movimento operaio. Il Por partecipa in modo indipendente ai comitati del Frap e
nel 1958 sostiene “criticamente” la candidatura alle presidenziali di Allende.
Una nuova fase si apre in America latina con la vittoria della
rivoluzione cubana, il cui esempio influenza la nascita di una nuova
generazione di rivoluzionari, che crede di trovare nella guerra di guerriglia
un’alternativa strategica allo stalinismo, particolarmente compromesso in
America latina. Nel quadro della svolta “estremista” del Segretariato unificato
(a cui il Por aderisce nel 1963), anche i trotskisti cileni si orientano verso
le nascenti formazioni influenzate dal castrismo e partecipano dal 1962 al
processo di raggruppamento che nel 1965 sfocia nella costituzione del Mir. In
effetti, i trotskisti avranno un’influenza determinante nella formulazioni
politico-programmatiche contenute nei documenti costitutivi del Mir, e diversi
trotskisti occuperanno incarichi di primo piano nell’organizzazione. Di fatto,
però, questa influenza si rivelerà più formale che reale nel forgiare gli
orientamenti e l’agire effettivi del movimento.
La scelta “fochista”
Un cambio al vertice, che avrà un peso significativo
nell’evoluzione successiva del Mir, avviene in occasione del terzo congresso
(dicembre 1967).
L’episodio merita di essere raccontato. Durante la
discussione per l’elezione degli organismi dirigenti il “trotskista” Valenzuela
propone come segretario generale Miguel Enriquez in nome del rinnovamento e
dell’apertura alla giovane generazione. Un dirigente non trotskista, il “pelao”
Zapata, propone invece Luis Vitale in nome delle ragioni dell’esperienza. Ma
Valenzuela fa pervenire a Vitale un biglietto con questo messaggio: “Se
accetti, probabilmente sarai eletto, ma sarebbe far mettere sul Mir l’etichetta
di trotskista, e non conviene”. Vitale declina dunque la candidatura (4). Viene
eletto segretario Miguel Enriquez, che ha allora 23 anni. Il giovane
segretario, stimato unanimemente ma poco sperimentato, è espressione della
componente influenzata dal guevarismo che vede la lotta armata come un compito
d’avanguardia. Il rifiuto della teoria della rivoluzione a tappe e della via
pacifica al socialismo, viene tradotto dal nuovo segretario come astensionismo
elettorale e avvio della lotta armata sotto forma di guerriglia rurale, a cui
viene attribuita la funzione di accelerare lo sviluppo delle condizioni della
presa del potere (5).
Il Mir non rinuncia comunque al lavoro di massa, in
particolare nelle città; si orienta anzi alla costruzione di “fronti di massa”
fra i contadini poveri, i pobladores e gli studenti e al lavoro nella Cut. Nel
contempo attua delle azioni armate sia per autofinanziamento sia di natura
propagandistica le quali, tuttavia, nel contesto dato, risultano poco
comprensibili alle masse ed estranee alla loro esperienza e danno al governo
più di un pretesto per scatenare e giustificare la repressione. Già nel 1967 il
governo democristiano aveva sospeso il giornale del Mir e scatenato una
campagna “antiterrorismo” che aveva condotto all’arresto di molti militanti.
Nel maggio del 1969, in seguito al sequestro dimostrativo di un giornalista
reazionario da parte di un commando del Mir (azione per altro sconfessata dalla
direzione), il governo Frei scatena la caccia ai militanti rivoluzionari
costringendo i dirigenti del Mir alla clandestinità.
E’ in tale difficile contesto che a metà del 1969 si verifica
la resa dei conti fra le due anime del movimento. La prima è quella del
segretario e di molti “giovani” ed è sintetizzabile con lo slogan: “No alle
elezioni, l’unica prospettiva è la lotta armata”. Enriquez esclude in effetti
la possibilità di una vittoria elettorale della sinistra e pone il passaggio
alla lotta armata come compito prioritario. La seconda è rappresentata da molti
dei “vecchi”, che danno un giudizio diverso del momento politico: l’ascesa
delle masse ha cambiato il quadro ed è necessario subordinare l’azione armata
al lavoro di radicamento nei movimenti che si sviluppano. In quest’ambito è
necessario relazionarsi con le masse che seguono i partiti dell’Unidad Popular
con una indicazione di voto “critico” e inserendosi nei comitati dell’UP che
vanno formandosi in tutto il paese. Alla vigilia del quarto congresso (che non
avrà mai luogo), nella riunione del comitato centrale che si tiene a fine
luglio, questa differenziazione porta a una drammatica crisi che si conclude
con l’esclusione dal movimento di una consistente minoranza (6 membri su 15 del
comitato centrale) identificata come “trotskista” (6). Miguel Enriquez chiede
l’epurazione dei dirigenti che dissentono, affermando la necessità di
un’accelerazione nella costruzione di un’organizzazione adatta alla lotta
armata, ossia un partito rivoluzionario disciplinato e omogeneo ideologicamente
(nel quale non sono più ammesse le tendenze) e capace di unire azione politica
e pratica militare (i militanti devono essere pronti alla più rigorosa clandestinità).
Con la scissione, provocata a freddo dal vertice, il Mir
perde in un sol colpo un pezzo del suo gruppo dirigente più sperimentato e
radicato nel movimento sindacale. A ciò fa seguito la diaspora del 30% dei
militanti. E, quel che è peggio, si trova con una linea sbagliata – la
strategia “fochista” – che lo estrania dalle masse e lo porta del tutto
impreparato all’appuntamento con la vittoria elettorale dell’Unidad Popular e
con i relativi compiti, in primis la battaglia per strappare le larghe masse
all’egemonia riformista. La pratiche armate sostitutiste, non comprese dalle
masse, squalificano oltre tutto le questioni dell’armamento e dell’autodifesa
proprio nel momento in cui diventa di importanza vitale contrastare le
illusioni sulla “via pacifica al socialismo” diffuse dai riformisti e dalla
vittoria elettorale.
I dirigenti e i quadri esclusi – che hanno dimostrato
certamente una maggiore capacità di lettura della nuova situazione e dei
compiti che essa pone ai rivoluzionari –, dati i modi e i tempi in cui la
rottura si verifica, non hanno il tempo e il modo di costituire una forza
organizzata appena credibile per poter esercitare un’influenza sui grandi
eventi degli anni successivi. Alcuni, fra cui Humberto Valenzuela e Luis
Vitale, costituiscono il Frente Revolucionario; altri danno vita alla Tendencia
Revolucionaria Octobre. Alla fine del 1972 gli uni e gli altri si riuniscono
nel Partido Socialista Revolucionario (7).
Il Mir e il governo Allende
“La vittoria di Allende non entrava nei nostri calcoli”
ammetteranno successivamente i dirigenti del Mir (8). Ciò costringe il
movimento a un aggiustamento di linea che lo porta a dare la priorità
all’inserimento nelle organizzazioni di massa. Sconterà tuttavia la scissione e
i precedenti errori di orientamento con una presenza marginale nella classe
operaia. Nelle elezioni per la direzione della Cut del giugno 1972, malgrado il
prestigio di Clotario Blest, il Mir non ottiene che il 2% dei voti.
Subito dopo la vittoria di Allende il 4 settembre 1973,
ancor prima della sua assunzione effettiva della carica il 4 novembre
successivo, il Mir mette a disposizione del compañero presidente alcuni dei sui
uomini più preparati per costituire la sicurezza personale del presidente della
Repubblica. Alcuni dei massimi dirigenti del Mir, per altro, conservano buoni
rapporti personali con Allende, anche per preesistenti legami familiari (fra
l’altro, il padre di Miguel Enriquez è nominato da Allende ministro
dell’educazione). Più in generale il Mir finisce per adottare una posizione di
fiancheggiamento, neppure tanto critico, della sinistra del Partito socialista
(tendenza Altamirano), che appoggia alle elezioni del 1972, e i suoi dirigenti
hanno frequenti incontri con i dirigenti della sinistra del partito di Allende
(9). Di fatto, il Mir rinuncia a condurre una coerente e chiara battaglia fra
le masse per l’egemonia, per costruire una direzione alternativa a quella che
sta conducendo il proletariato alla disfatta. Nonostante il suo rifiuto del
riformismo, il Mir non critica mai il governo Allende per quello che esso
rappresenta: un fronte popolare, ossia una strategia di collaborazione di
classe che, assumendo l’orizzonte della “costituzionalità” borghese, rinuncia
in ultima analisi alla lotta per la conquista del potere. Il Mir critica
soprattutto gli aspetti “tecnocratici” e “moderati” della politica dell’UP,
allorché i suoi ministri insistono sulla disciplina del lavoro o sulla
necessità di stabilizzare l’economia. Cerca sicuramente di assecondare e
indirizzare la spinta delle masse verso la creazione dei cordones industriales
e di propri strumenti di potere. Attua inoltre un lavoro di agitazione e
penetrazione nella base delle forze armate, in vista della lotta contro la
controrivoluzione, giudicata giustamente incombente.
Resta il fatto che, complessivamente, il Mir agisce
essenzialmente come pungolo critico dei riformisti, come se la “critica
marxista” e la pressione delle masse potessero indurre l’Unidad Popular a
correggere e a superare i propri “errori” (che non sono in verità inadeguatezze
tattiche, ma il portato di una strategia). Così facendo, si tira addosso l’odio
del PC che arriva ad accusare il Mir di fare il gioco della reazione (10).
Le relazioni con Cuba
Sul piano internazionale il Mir intrattiene rapporti con
vari movimenti di guerriglia in America latina. Nel 1966 un settore del
movimento ha contatti con un fiduciario del Che (in quel momento in Bolivia).
All’epoca dell’Unidad Popular mantiene strette relazioni con Cuba. Secondo
dichiarazioni di suoi dirigenti, Fidel Castro ha promesso loro che “al momento
opportuno manderà le armi per tutti i rivoluzionari”. Ma quel momento tarda ad
arrivare. Secondo il racconto di un testimone, il giorno del golpe “andammo
all’ambasciata (di Cuba) ... ma il funzionario responsabile si negò.” Una volta
sconfitta la resistenza operaia, “dopo il golpe, le armi arrivarono più di
quelle di cui avevamo bisogno... più di quelle che potevano custodire.” (11).
Dopo il colpo di Stato di Pinochet, il Mir cerca di organizzare
la resistenza armata alla dittatura, pagando un prezzo altissimo, con centinaia
di caduti e scomparsi, a questo sforzo generoso. Nell’autunno del 1974 cadono
combattendo anche Miguel Enriquez e Bautista van Schowen.
Indebolito da questi colpi, il Mir comunque continua la
lotta. Nel 1981 tenta di aprire un fronte guerrigliero nella regione mapuche.
Ma isolati e inesperti, i guerriglieri sono decimati dalla repressione; gli
ultimi si rifugiano in Argentina nel 1983. Il dibattito sull’insuccesso della
strategia della lotta armata porta a metà degli anni ottanta alla divisione in
tre tronconi.
Note
(1) Il Mir nacque nell’agosto 1965 dalla fusione del Partido
Socialista Popular (Psp, segretario Humberto Valenzula) e del movimento
Vanguardia Revolucionaria Marxista (Vrm, segretario Enrique Sepulveda), che a
loro volta, erano il risultato di precedenti processi di confluenza di tendenze
e organizzazioni preesistenti. In particolare il Partido Socialista Popular
(Psp) era nato nel 1963 dalla confluenza del Movimiento 3 de Noviembre (M3N)
promosso nel 1961 da Clotario Blest; del Movimiento Social Progresista, nato da
una scissione della Gioventù radicale; dal Partido Obrero Revolucionario (Por),
trotskista, i cui dirigenti più rappresentativi erano Humberto Valenzuela,
dirigente sindacale, già candidato operaio alla presidenza della Repubblica nel
1942, e Luis Vitale, docente universitario a Santiago; da vari spezzoni della
sinistra socialista come l’Opposición Socialista de Izquierda (Osi). Il gruppo
Vanguardia Revolucionaria Marxista (Vrm) era nato dall’unificazione fra
Vanguardia Nacional del Pueblo, guidata da Enrique Sepulveda e il Movimiento de
Resistencia Antiimperialista, guidato da Luis Reinoso, già dirigente del PC, espulso
dal partito per “deviazioni militariste” a cui si unirono nel 1963 il Partido
Revolucionario Trotskista e nel 1964 il Movimiento Revolucionario Comunista,
una scissione della gioventù comunista, e l’Ejercito Revolucionario de
Trabajadores y Estudiantes (Erte), formazione sorta in ambiente studentesco a
Concepcion, influenzata dall’esperienza cubana e dall’esempio del Che, fra i
cui dirigenti si distinguevano Luciano Cruz, Miguel Enriquez e Bautista van
Schowen, poco più che ventenni. Cfr. Luis Vitale, Contribucion a la Historia
del Mir (1965-1970).
(2) “Il Mir rigetta la teoria della “via pacifica” perché
disarma il proletariato ed è inapplicabile, dal momento che la borghesia
resisterà, anche con la dittatura totalitaria e la guerra civile, prima di
rinunciare pacificamente al potere.” Cfr. Luis Vitale, op. cit.
(3) Per queste e le altre informazioni sul trotskismo cileno
si rimanda a Nicolas Miranda, Contribucion para una historia del trotskysmo
chileno, e agli scritti di Luis Vitale.
(4) Riferito da Luis Vitale, op. cit.
(5) “L’apertura di alcuni primi focos armados ... creeranno
gradualmente le condizioni rivoluzionarie dette “oggettive“, vale a dire
permetteranno di conquistare progressivamente la popolazione per integrarla
alla lotta armata. Si costituirà così l’esercito rivoluzionario, in pieno
regime borghese, e potremo così conquistare il potere politico...” Da un
documento interno del Mir citato da Carlos Sandoval Ambiado, Mir (una
historia); in www.chilevive.cl.
(6) Secondo Luis Vitale, nel dibattito alla base del
movimento la seconda posizone stava conquistando consensi al punto che era
prevedibile che la posizione del segretario potesse essere sconfitta oppure
potesse vincere di stretta misura.
(7) Il Psr viene riconosciuto come sezione cilena del
Segretariato unificato della Quarta Internazionale (“Quarta Internazionale”, n
10-11, novembre 1973).
(8) Si Veda la dichiarazione della direzione del 14
settembre 1970, riportata in appendice al libro di Regis Debray, La via cilena.
(9) Sulla sinistra del PS va detto che essa si distingueva
per una verbosità rivoluzionaria a cui non corrispondeva però la capacità di
proporre e di attuare una strategia rivoluzionaria conseguente fra i
lavoratori. Sulla natura “centrista” di questa “sinistra” basti riferire le
critiche che essa rivolse proprio al Mir: arrivò a rimproverare all’“alleato”
di “indebolire l’autorità del governo, incentivare l’indisciplina, provocare
rotture a sinistra e contribuire a confondere la classe operaia e i contadini”
in quanto cercava di trasformare il poder popular “in un doppio potere,
contrapposto alle istituzioni borghesi, senza tener conto che in organi
importanti di queste (erano) istallate le forze popolari”! (citato da M.
Novello, vedi indicazioni bibliositografiche).
(10) Non mancò molto che il PC arrivasse ad attuare contro
il Mir la politica di aperta repressione praticata negli anni trenta in Spagna
dagli stalinisti; la Ley de armas andava in tale direzione.
(11) Dichiarazioni di Roberto Moreno in un’intervista alla
TV cilena nel 1998.
[da: Marxismo rivoluzionario n. 2 ( ottobre-dicembre 2003)]
martedì 17 gennaio 2012
CHE COS' E' L' ECOMARXISMO
Buona parte di questo lavoro riprende la relazione tenuta
il 29 aprile 1993 a
Palazzolo Milanese, nell'ambito degli incontri su “Marx e l'ambiente” promossi
dalla Associazione Culturale Punto Rosso di Paderno Dugnano (Milano).
Premessa
E' noto che la questione ambientale diventa un tema politico
di primaria importanza all'inizio degli anni settanta.
Nell'aprile del 1970 ha luogo la prima giornata della terra
(Earth day) negli Stati Uniti. Due anni più tardi si riunisce a Stoccolma la
prima conferenza mondiale delle Nazioni Unite sull'ambiente. In quegli anni
escono anche alcuni libri che segnano una tappa fondamentale nel dibattito
sulla questione ecologica e prefigurano gli approcci teorico-ideologici dei
successivi decenni.
Tra gli scritti più emblematici possiamo elencare: il
rapporto al Club di Roma The Limits to Growth (1972, titolo malamente tradotto
in italiano con I limiti dello sviluppo); l'opera di Barry Commoner The Closing
Circle (1971, tit. trad. it. Il cerchio da chiudere); lo scritto di due
redattori della rivista inglese “The ecologist”, Edward Goldsmith e Robert
Allen, A Blueprint for Survival (1972, un programma per la sopravvivenza,
pubblicato in italiano col titolo La morte ecologica).
Il primo di questi scritti sintetizza il punto di vista
delle tendenze riformistico-tecnocratiche del capitale (per dirla con una
formula semplificante). Per l'epoca, esso esprime con grande efficacia le
preoccupazioni per l'emergente crisi ecologica che si fanno strada in gruppi di
studiosi e di intellettuali legati alle classi dominanti. Nel rapporto si
lancia un forte allarme nei riguardi del cieco ottimismo della ideologia della
crescita, allora imperante, si afferma l'esigenza di un nuovo approccio globale
ai temi dello sviluppo e dell'ambiente (si avanza l'obiettivo della cosiddetta
“crescita zero”) e si auspica la attuazione di riforme profonde, pur nel quadro
economico-sociale esistente.
L'ultimo scritto è una delle prime espressioni organiche di
un nuovo punto di vista che negli anni seguenti sarebbe stato definito
“ecologismo”. Esso propugna la necessità di una rottura radicale con lo stato
di cose esistenti, ma la pone innanzi tutto su un piano culturale ed etico, più
che politico e sociale; centrali sono la proposta di una rivoluzione culturale,
la critica della ideologia della crescita, del consumismo, delle velleità di
dominio tecnologico sulla natura, l'esigenza di riconoscere e di rispettare i
legami che intercorrono fra la specie umana e l'ecosistema terrestre.
Anche lo scritto di Barry Commoner Il cerchio da chiudere
esprime un punto di vista di rottura con l'esistente; ma questa rottura vi è
concepita non solo come rivoluzione culturale ma anche e soprattutto come
svolta radicale in campo politico e sociale. Citando Karl Marx, Barry Commoner
riconduce la crisi ecologica al conflitto fra la logica di funzionamento della
natura (degli ecosistemi) e i meccanismi di funzionamento della economia
capitalistica. Mentre la prima tende alla stabilità e opera con cicli chiusi,
la seconda promuove la crescita secondo schemi lineari che sfociano nella
perturbazione degli equilibri naturali. Per uscire dalla crisi egli propone
perciò di cambiare il modello di sviluppo e i meccanismi economici, di
conferire priorità ai vincoli ecologici e non al profitto, e di attivare una
pianificazione democratica della produzione, da sottoporre al controllo dei
cittadini, in relazione ai veri bisogni sociali e alla difesa dell'ambiente.
L'impostazione di Commoner, chiaramente influenzata dal
marxismo anche se non riconducibile direttamente ad esso (Commoner è
essenzialmente un biologo, e le sue incursioni teoriche in campo sociale e
soprattutto economico non hanno lo stesso valore delle sue elaborazioni
ecologiche) divenne negli anni settanta il punto di riferimento di coloro che a
sinistra affrontavano la questione ambientale. In questo senso il ruolo di
Commoner è stato sicuramente molto positivo e importante.
Nel panorama delle posizioni teorico-ideologiche che
emergono agli inizi degli anni settanta in relazione all'esplodere della
questione ecologica, non c'è dunque un posto di primo piano per il marxismo,
anche se c'è una sua rilevante influenza su una delle principali correnti che
si sviluppano (alla quale spesso si fa riferimento con il termine di “ecologia
politica”).
Perché il marxismo resta in secondo piano? Forse perché non
ha niente da dire? O forse perché i marxisti erano “distratti”?
Parlo altrove di ciò che si può trovare sui temi ecologici
nei testi classici del marxismo (1). Qui cerco di rispondere sommariamente
all'ultimo quesito, come premessa storica al discorso sull'ecomarxismo.
La mia opinione, in sintesi, è la seguente.
Da un lato, ritengo che la ragione principale del fatto che
il marxismo non ha giocato un ruolo di primo piano fra le posizioni ideologiche
emerse in relazione alla crisi ecologica sia stato il ritardo delle forze
maggioritarie del movimento operaio e della sinistra a capire l'importanza dei
nuovi problemi e dei nuovi movimenti. In fin dei conti, i sindacati e i partiti
tradizionali della sinistra (tutti: socialdemocratici, socialisti, laburisti,
comunisti e eurocomunisti) condividevano allora l'ideologia dello sviluppo
secondo la quale la crescita economica e quella industriale sono in se stesse
positive, quale che sia il prezzo pagato dall'ambiente, perché creano posti di
lavoro e benessere, e qualificavano le critiche degli ecologisti come
antindustriali e magari reazionarie.
E' vero che alcune forze minoritarie e d'avanguardia nella
sinistra e nel sindacato provarono a confrontarsi davvero con i problemi
dell'ambiente, a partire dai temi del nucleare e della salute in fabbrica, e
ciò accadde soprattutto in paesi dove erano nati e/o si erano sviluppati negli
anni settanta movimenti di estrema sinistra di ispirazione marxista con un
certo radicamento sociale. In Italia, ad esempio, nacquero esperienze
importanti come i collettivi di operai e tecnici di Castellanza e di Marghera,
la rivista “Sapere”, il movimento di Medicina Democratica ispirato all'opera di
Giulio Maccacaro, ecc. Queste esperienze hanno prodotto interessanti letture
dei problemi ecologici in chiave marxista e approcci politico-teorici tesi a
combinare lotta ambientalista e lotta di classe in una prospettiva
anticapitalistica (un importante tentativo politico-teorico in questo senso fu
compiuto da Democrazia proletaria negli anni ottanta), ma tutto questo è
rimasto confinato in ristretti ambiti nazionali e non ha prodotto scritti
teorici di rilievo tali da configurare un punto di vista marxista originale e
autorevole sui temi della crisi ecologica, almeno fino ad anni piuttosto
recenti.
D'altro lato, se sulle questioni ecologiche sono mancate
autorevoli opere di teoria marxista capaci di diventare senso comune ciò si
deve anche al fatto che abbiamo avuto a lungo una infelice divaricazione fra
marxismo ed ecologia, o meglio fra i movimenti classisti-marxisti e i movimenti
ambientalisti:
1. anche quando si occupavano di problemi ecologici i primi
tendevano a negare validità teorica all'ecologismo criticandolo, sotto molti
aspetti a ragione, come inadeguato, negando però nel contempo l'esigenza di un
ripensamento delle tradizionali coordinate ideologiche, economicistiche e
“industrialiste”, del movimento operaio e, soprattutto, dimostrandosi nei fatti
inconseguenti nella loro lotta anticapitalistica, con ciò precludendo la
possibilità di un dialogo fertile tra movimenti classisti e movimenti
ecologisti;
2. nella misura in cui rivendicavano una propria autonomia
politica e teorica i secondi tendevano a loro volta a respingere il marxismo e
i riferimenti classisti, giudicando il primo una variante dell'ideologia
industrialista mentre la classe operaia veniva ritenuta coinvolta e
cointeressata nei meccanismi di sfruttamento e di devastazione della natura
(2).
Questa divaricazione si è ben presto sviluppata anche sul
terreno politico con la nascita dei Verdi come corrente politica autonoma che
rivendicava un suo spazio e una sua collocazione politica originale,
esemplificata dalla formula “né di destra né di sinistra”, che per i marxisti
suona come una bestemmia (3).
Storicamente parlando, questa divaricazione era
probabilmente inevitabile. Essa corrisponde a una di quelle cesure storiche che
segnano i passaggi di fase e i mutamenti nella coscienza collettiva e che
costringono le ideologie esistenti a fare i conti con i nuovi dati della realtà
(ad aggiornare la propria attrezzatura teorica o perire) non solo attraverso la
comprensione intellettuale, ma anche e soprattutto attraverso le sfide portate
dai nuovi movimenti sociali.
A me sembra che questa situazione cominci a cambiare verso
la fine degli anni ottanta, in contemporanea con il mutamento repentino e
radicale del panorama geo-politico e ideologico del mondo contemporaneo (4).
Da un lato il crollo dell'Urss e dei regimi dell'Europa
orientale, nonché la crisi delle forze tradizionali della sinistra in
Occidente, ha liquidato la credibilità di una tradizione marxista ormai
sclerotica e inadeguata, lasciando il terreno più sgombro per nuovi tentativi
di ripensamento o di ricostruzione del marxismo stesso, per quanto ciò avvenga,
come è evidente, in un contesto politico e sociale molto più arduo e difficile.
Da un altro lato, le conseguenze in materia di ambiente
della ondata neoliberista che ha spazzato l'Occidente durante gli anni ottanta,
i suoi drammatici effetti sui paesi del cosiddetto Terzo Mondo, i magri
risultati ottenuti dai Verdi nei paesi europei in cui si sono messi alla prova
negli ultimi anni, hanno reso visibile la debolezza di fondo dell'approccio
aclassista e eminentemente etico-culturale alla questione ambientale e hanno
riproposto l'esigenza di indagare i meccanismi strutturali alla base della
crisi planetaria, tema su cui il marxismo ha tradizionalmente qualcosa da dire.
E' in questo contesto che negli ultimi anni si assiste ad
una ripresa di interesse per il marxismo e che si comincia a parlare di
“ecomarxismo”, termine entrato nell'uso con l'opera di James O'Connor (5).
L'ecomarxismo di James O'Connor
James O'Connor ha proposto l'ecomarxismo in una serie di
saggi degli ultimi cinque anni. Il primo, intitolato nella traduzione italiana
con una formula fortunata L'ecomarxismo (1989), risale nella versione inglese
all'autunno del 1988. Un secondo scritto importante è l'editoriale del numero 1
della rivista “Capitalismo Natura Socialismo” (marzo 1991). La formulazione
forse più compiuta e soddisfacente dell'ecomarxismo è il saggio The Second
Contradiction of Capitalism: Causes and Consequences, pubblicato in italiano
sul n. 6 (dicembre 1992) di “CNS” italiana. Per la politica dell'ecomarxismo,
infine, oltre a diversi stralci dai testi già citati, assumono un particolare
rilievo altri due scritti: Verso un'economia politica della natura, sul n. 4
(marzo 1992) di “CNS” italiana, e Think Globally, Act Locally? Towards an
International Red Green Movement, comparso nel fascicolo del dicembre 1992 di
“CNS” americana e tradotto nel n. 7 (marzo 1993) di “CNS” italiana. Faremo
riferimento essenzialmente a questi testi anche per la nostra trattazione.
In questi lavori O'Connor delinea uno schema teorico,
ispirato al marxismo ma con accenti nuovi, che si prova a spiegare gli aspetti
ecologici della crisi capitalistica e le loro implicazioni.
Ritardi e vuoti teorici della tradizione marxista e
socialista
Noto in Italia soprattutto per un libro pubblicato negli
anni settanta, La crisi fiscale dello Stato (ma ha al suo attivo molte altre
opere), James O'Connor ha sempre prestato un'attenzione particolare al tema
delle crisi economiche nei paesi a capitalismo maturo. Non gli poteva perciò
sfuggire il ritardo e il vuoto di elaborazione marxista in materia di crisi
ecologica. Scrive sul n. 1 di “CNS” (6):
“Non esiste nessuna trattazione sistematica marxista o
neo-marxista della dialettica delle tendenze di breve o di lungo periodo delle
crisi ecologiche ed economiche […]. Nonostante l'ambientalismo costituisca uno
dei più importanti movimenti sociali sia negli Stati Uniti che negli altri
paesi, e nonostante la crisi ecologica abbia ormai raggiunto il mondo intero, i
marxisti e i socialisti hanno fatto finora pochi e deboli tentativi di dare una
spiegazione teorica di questi fatti […]. Né esiste una spiegazione
soddisfacente della dialettica della storia e della natura, che si collochi
come interfaccia tra le scienze naturali e quelle sociali, e che si doti di un
parametro di misura per definire quel che la natura dovrebbe essere, rispetto a
quel che essa è oggi.”
Di conseguenza, pur cercando di aggiornare la strumentazione
teorica del marxismo a partire dal marxismo, James O'Connor non manca di
esprimere giudizi piuttosto drastici - che non mi sento di condividere - su
questa tradizione e sui suoi fondatori (7):
“La teoria marxista non ha alcun fondamento nella scienza
ecologica, nonostante gli sforzi compiuti dai socialisti - da Podolinskij a
Commoner - per convincere i marxisti a muoversi in questa direzione […].”
si può leggere nel medesimo scritto.
E ancora:
“Marxisti e socialisti non hanno prestato molta attenzione,
finora, alla natura e all'ecologia […].”
Ecologia e materialismo storico
Giudico invece condivisibile - e davvero centrale - quello
che O'Connor indica come il punto di partenza di una riflessione marxista sulle
relazioni fra storia e natura, e cioè l'esigenza di integrare l'ecologia
(l'economia della natura) e il materialismo storico. Ciò significa da un lato
tener conto dei fattori naturali che influenzano la dialettica della società
umana, dall'altro considerare il rapporto uomo-natura non un dato meramente
“naturale”, ma mediato dai rapporti sociali e dalla lotta di classe (8):
“In realtà, il termine chiave che media tra storia naturale
e quella umana, o che funziona come interfaccia tra storia e natura, è il
lavoro, organizzato e diviso in compiti specializzati, inclusa la divisione tra
lavoro manuale e lavoro intellettuale: la storia della natura può dunque essere
analizzata, sul piano teorico, come storia del lavoro. Nelle società classiste,
poiché il lavoro è sfruttato dalle classi proprietarie, la storia della natura
diventa quella dello sfruttamento e della resistenza allo sfruttamento. Non
solo la storia umana ma anche la storia naturale è dunque storia delle lotte di
classe.” (nostra sottolineatura). Inoltre, “l'accumulazione e la crisi
capitalistica hanno effetti devastanti sulla qualità della terra, dell'acqua e
dell'aria, e questi effetti, a loro volta, limitano le possibilità di
accumulazione capitalistica in futuro.”
Queste affermazioni - che chiariscono il carattere
storicamente determinato dei problemi che insorgono nel rapporto società-natura
- non vanno lette come una negazione della “oggettività” della natura e tanto
meno come una riduzione della natura a mero oggetto del lavoro,
dell'appropriazione e dello sfruttamento, ovvero a mera variabile dipendente
della accumulazione del capitale. Scrive bene O'Connor (9):
“Ovviamente, la natura si modifica per conto suo in modi
complessi, al tempo stesso in cui viene modificata dall'attività materiale
umana. La natura è dunque un partner attivo nella vita materiale della specie
umana, e quindi nella coscienza e nella storia umana, e lo sviluppo
dell'ecologia e della sensibilità ecologica ne è una testimonianza forte.”
Ancora (10):
“I cambiamenti prodotti dagli esseri umani sulla natura,
contribuiscono a loro volta a definire possibilità e vincoli della storia
umana. Gli uomini cambiano la natura; contemporaneamente, la natura cambia se
stessa e i percorsi della storia umana. Questa è l'unica strada possibile per
qualsiasi revisione o estensione del marxismo e del materialismo storico.”
Forze, rapporti e condizioni di produzione
Questo il quadro di riferimento generale del pensiero di
James O'Connor. Passiamo adesso a esaminare più da vicino gli aspetti analitici
più rilevanti del suo contributo teorico.
Merito non secondario di O'Connor è quello di aver
richiamato l'attenzione dei marxisti su una categoria chiave della teoria dei
modi di produzione, lasciata spesso in secondo piano dai marxisti, la categoria
delle condizioni di produzione. Lo schema teorico con cui Marx analizza i modi
di produzione, infatti, distingue tre categorie generali di elementi: le
condizioni della produzione, i rapporti di produzione, le forze produttive. Non
solo, dunque, la distinzione forze produttive-rapporti di produzione, come
viene in genere detto. Di queste tre categorie oggi, in relazione alla crisi
ecologica, tende ad assumere un rilievo sempre maggiore e tendenzialmente
centrale proprio l'elemento delle condizioni di produzione.
Che cosa sono forze, rapporti e condizioni di produzione?
Brevemente qualche richiamo di concetti piuttosto noti.
Le forze produttive sono tutto ciò che entra attivamente nel
processo produttivo, dalla forza lavoro alle macchine e alle fonti di energia,
dai modi di divisione-cooperazione del lavoro alla scienza.
I rapporti di produzione sono le relazioni che si
stabiliscono fra le diverse classi in relazione al processo di produzione e
alla appropriazione dei mezzi di produzione e dei prodotti del lavoro sociale.
Un esempio: nella società schiavistica il proprietario dei mezzi di produzione
(la terra, le officine, gli attrezzi, ecc.), è proprietario anche degli
schiavi, nonché del risultato del loro lavoro. Invece nella società
capitalistica il proprietario dei mezzi di produzione non è proprietario dei
lavoratori che impiega, ma acquista sul mercato in cambio del salario l'uso
della forza lavoro di lavoratori formalmente “liberi”, e questo gli dà il
“diritto” di appropriarsi del risultato del loro lavoro. Marx ha dimostrato che
in entrambi i casi, anche se in modo diverso, avviene necessariamente uno
sfruttamento del lavoratore, mascherato, nel caso del capitalismo, dietro
l'apparenza di uno scambio “libero ed eguale” sul mercato.
Secondo il materialismo storico c'è una dialettica costante
fra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione. A un
certo livello di sviluppo delle forze produttive corrispondono, grosso modo,
determinati rapporti di produzione (11). Ad esempio, il rapporto
capitale-lavoro quale noi lo conosciamo oggi non poteva svilupparsi fino in
fondo prima della rivoluzione industriale e dello sviluppo del sistema di
fabbrica fondato sulle macchine. D'altra parte, lo stesso progresso delle forze
produttive tende a rendere superati determinati rapporti sociali di produzione
che diventano un ostacolo ad ogni ulteriore sviluppo. Le classi sociali legate
alle nuove forze produttive, interessate a stabilire rapporti sociali più
avanzati, cercano perciò di soppiantare le vecchie classi dominanti. Questa,
schematicamente, la dialettica storica fra forze produttive e rapporti di
produzione; dialettica che si può leggere nella vicenda storica che ha condotto
alla disgregazione della società feudale e all'ascesa della borghesia e del
capitalismo industriale.
E' evidente da questo schizzo della dialettica forze
produttive-rapporti di produzione che questo schema non riesce a dare conto
adeguatamente del dato nuovo dell'attuale crisi capitalistica che in quanto
crisi ecologica presenta aspetti di una crisi di eccesso di sviluppo, piuttosto
che di blocco dello stesso. Si può spiegare il degrado dell'ambiente come
risultato della contraddizione fra sviluppo delle forze produttive e
l'intralcio di rapporti sociali di produzione superati? (12)
Solo in parte. In realtà, secondo O'Connor, è più facile
spiegare i problemi ambientali come il risultato di una contraddizione che
emerge nel corso dello sviluppo capitalistico fra lo sviluppo delle forze
produttive entro i rapporti di produzione dati (capitalistici), da un lato, e
le condizioni della produzione, dall'altro (13). E' quella che James O'Connor definisce
la “seconda contraddizione del capitalismo”.
Le condizioni della produzione
Ma che cosa sono le condizioni della produzione?
Questo concetto, in verità, è già presente in Marx e nel
Capitale. Giustamente James O'Connor lo ha ripreso e posto al centro della
riflessione sui temi del rapporto fra accumulazione capitalistica e degrado
della natura (14).
Per Marx sono condizioni della produzione la forza-lavoro
umana (il lavoratore) e i suoi mezzi di lavoro, e inoltre tutti quegli elementi
senza i quali il processo di produzione non potrebbe aver luogo, anche se
alcuni di essi non entrano attivamente in esso e nel processo di valorizzazione
(15).
Marx distingue le condizioni di produzione in questi tre
gruppi:
1. le “condizioni personali”, cioè la forza lavoro umana;
2. le “condizioni esterne”, cioè la natura, l'ambiente;
3. le “condizioni generali, comunitarie”, cioè lo spazio
urbano, le comunicazioni, le infrastrutture di trasporto, ecc. Questa
tripartizione è ripresa da O'Connor che vi aggiunge una specificazione
importante (17):
“Sotto il profilo teorico, le condizioni di produzione si
riferiscono a tutto quel che è trattato come merce nonostante non sia stato
prodotto come merce in base alla legge del valore, o legge dei mercati.”
Questa definizione generale ci consente, dice O'Connor, di
trattare insieme cose diverse come la forza lavoro, la terra, lo spazio urbano,
la natura, individuando tratti comuni e differenze tra capitale, forza lavoro,
natura, da una parte, e movimento operaio e nuovi movimenti sociali dall'altra.
Una riflessione prima di procedere: è evidente che il fatto
che i marxisti abbiano ad un certo punto trascurato questo elemento della
teoria marxiana (le condizioni di produzione) non è senza relazione con quanto
ho osservato all'inizio, e cioè i ritardi nella comprensione dei problemi
ambientali. Se essi avessero fatto più caso alle condizioni di produzione in
relazione ai rapporti di produzione e alle forze produttive, avrebbero
sicuramente scoperto molto prima la necessità di fare i conti con la natura,
con i modi in cui essa entra nella produzione e ne viene modificata. E
avrebbero anche scoperto negli scritti di Marx e di Engels decine e decine di
passi in cui già si prendevano in esame questi problemi, pur nei limiti in cui
essi si presentavano nel secolo scorso (17).
Lo Stato e le condizioni della produzione
James O'Connor richiama con forza l'attenzione su un aspetto
che riguarda in modo particolare il modo in cui la natura viene trattata nella
società capitalistica: se le condizioni di produzione non sono prodotte come le
altre merci all'interno del processo capitalistico di produzione, come vi
entrano? In base a quale processo di “capitalizzazione” (ovvero di
appropriazione e riduzione a elemento del ciclo di valorizzazione del
capitale)?
Questa capitalizzazione delle condizioni della produzione,
in particolare della natura e dell'ambiente antropizzato, è garantita non dai
rapporti di produzione e riproduzione del capitale in senso proprio, bensì
dallo stato, da rapporti in ultima analisi politici, i quali sono influenzati
dalla lotta di classe, anche se non sempre direttamente dalla lotta di classe
sui luoghi di lavoro; la capitalizzazione delle condizioni della produzione è
piuttosto l'oggetto del contendere dei “nuovi movimenti sociali” (18):
“Né la forza lavoro né la natura, nelle loro dimensioni di
spazio e tempo, sono prodotte dal sistema capitalistico, e ciononostante il
capitale tratta le condizioni di produzione come se fossero merci, o beni
capitali.”
Perché ciò avvenga, occorre che la capitalizzazione della
natura venga mediata, regolata dallo stato:
“Lo stato si colloca tra il capitale e la natura - o media
tra il capitale e la natura - con l'inevitabile conseguenza di politicizzare le
condizioni della produzione.”
“Poiché le condizioni di produzione non sono prodotte come
merci, è necessario che qualcuno le renda disponibili al capitale nella
quantità, qualità, tempi e luoghi necessari. Questo qualcuno è lo stato: tutte
le attività dello stato liberal-borghese - ad eccezione del battere moneta e
delle forze armate - rientrano nella categoria della 'regolazione o produzione
delle condizioni di produzione'”
afferma altrove O'Connor (19), e fa degli esempi di
politiche che si riferiscono ai tre tipi di condizioni:
“1) lavoro, famiglia, istruzione e politiche di welfare; 2)
trasporti urbani, comunicazioni, uso del territorio e politica urbanistica; 3)
acqua, aria, terra, coste e parchi.”
E' un fatto sotto gli occhi di tutti che molti dei movimenti
di lotta che sono venuti alla luce negli ultimi decenni, sia nei paesi
capitalistici avanzati, sia nei paesi dipendenti, riguardano i terreni sopra
elencati: le condizioni di vita delle persone (che influenzano la riproduzione
e l'offerta sul mercato della forza lavoro); l'accesso alle risorse naturali e
il trattamento dell'ambiente (normativa antiinquinamento per aria, acqua,
rifiuti, difesa del suolo, delle foreste, della biodiversità e così via); l'uso
del territorio, le politiche urbanistiche (piani regolatori, aree dismesse), le
politiche dei trasporti e delle comunicazioni ecc. A tale proposito O'Connor fa
una osservazione molto acuta e giusta (20):
“La struttura e le politiche degli stati differiscono
grandemente tra i diversi paesi, quindi anche le opportunità e i vincoli dei
movimenti sociali differiscono ampiamente da un luogo ad un altro. Di qui
l'importanza che le politiche regionali e locali hanno per la sinistra oggi.
L'attenzione a tutto quel che è “locale” è accresciuta dalla specificità dei
“luoghi” della politica e della burocrazia, come di quelli sociali, culturali
ed ecologici. I nuovi movimenti sociali sono più politici dei sindacati, ma
anche più locali e regionali, ad eccezione di quei sindacati che hanno
privilegiato la salute e la sicurezza sul posto di lavoro e sul territorio, la
cura dei bambini, il trasporto casa-lavoro, l'abitazione.”
Prima e seconda contraddizione del capitalismo
Credo che sia adesso più chiara la differenza tra la prima e
la seconda contraddizione di cui parla O'Connor. La prima contraddizione del
capitalismo è quella tradizionale, fra capitale e lavoro, analizzata in modo
esauriente da Marx, che si manifesta innanzitutto sui luoghi di produzione e
nelle dinamiche del salario, della occupazione, del saggio di sfruttamento.
Alla prima contraddizione si riconduce la crisi capitalistica di tipo classico
dovuta a sovrapproduzione e a difficoltà di realizzo dal lato della domanda. La
prima contraddizione “è interna al sistema”, dice O'Connor.
La seconda contraddizione è invece “esterna al sistema”,
ossia si situa sulla frontiera tra il sistema economico capitalistico e
l'“ambiente” in cui esso opera e si sviluppa e di cui si alimenta: la natura,
gli uomini e l'ambiente materiale, sociale e culturale da essi forgiato. Nella
seconda contraddizione non c'è un elemento centrale, dice ancora O'Connor, ma
dipende dalle circostanze di tempo e di luogo quello che di volta in volta è il
più significativo. Inoltre, egli osserva, non è possibile una teoria puramente
economica della seconda contraddizione, anche se dal punto di vista economico
essa tende a presentarsi come aumento dei costi di riproduzione del capitale,
come carenza di capitale da investire (21).
Questo peraltro indica anche il limite di qualsiasi
possibile “ecocapitalismo” fondato sullo sviluppo dell'ecobusiness, cioè di un
settore preposto al disinquinamento e al ripristino di ciò che viene inquinato
e degradato dal resto del sistema: questo settore rappresenta per il capitale
nel suo insieme un costo, anche se in prima istanza partecipa alla
valorizzazione.
Cause e conseguenze della seconda contraddizione
La causa principale della seconda contraddizione è il fatto
che le condizioni di produzione, che pure non sono prodotte né sono
(ri)producibili come merci, vengono assoggettate alla legge del profitto e
della valorizzazione, e non alle proprie leggi interne. Ad esempio, lo
sfruttamento agricolo di un terreno o quello di un'area forestale non sono
regolati dai principi di sostenibilità ecologica, ma dalle possibilità di
valorizzazione economica (dalle possibilità di ricavarne un profitto). Lo
sviluppo capitalistico è stato in effetti caratterizzato lungo tutta la sua
storia dall'appropriazione e dall'uso autodistruttivo della forza lavoro,
dell'ambiente, delle risorse, dello spazio urbano ecc. (22).
Lo sviluppo successivo alla seconda guerra mondiale, sarebbe
stato inimmaginabile senza deforestazione, senza inquinamento dell'aria e
dell'acqua, senza il buco dell'ozono e gli altri disastri ecologici, senza la
congestione delle metropoli, il degrado urbano e il collasso dei trasporti;
senza la crisi dei sistemi di sanità pubblica e dell'istruzione ecc. Se il
capitale si fosse preoccupato di tutto ciò, osserva O'Connor, in questo
dopoguerra i tassi di crescita del prodotto nazionale negli Stati Uniti
sarebbero stati inferiori di oltre la metà (23).
Limiti “naturali” creati dal capitale
Una conseguenza della “capitalizzazione della natura” e
della seconda contraddizione è l'insorgere di scarsità che non sono
fisico-ecologiche ma sociali: sono limiti creati dal capitale.
Scrive O'Connor (24):
“Il capitale incontra limiti - spesso autoprodotti - di
spazio, lavoro disciplinato e socializzato, buona terra, aria pulita e così di
seguito. La versione borghese di questo problema è quello dei limiti alla
crescita, teorizzata dal Club di Roma e da molti suoi epigoni. La versione
marxista è che il capitale non incontra mai limiti assoluti, ma limitazioni di
materie prime, di spazio e così di seguito, e deficit di flessibilità, che si
esprimono sotto forma di crisi economica. La crisi è comunque sempre
localizzata, a causa delle specificità di luogo delle condizioni di produzione
- e questa è una delle ragioni per la natura discontinua e squilibrata dei
periodi di prosperità e di quelli di crisi.”
E' utile pertanto, anche se in termini del tutto astratti,
distinguere fra due modalità di crisi capitalistica:
1. la crisi capitalistica di tipo ecologico che deriva dalle
difficoltà che il capitale crea a se stesso, per così dire, alla sua
riproduzione normale, in quanto degrada e distrugge le condizioni di produzione
trattandole come fossero merci, inducendo in tal modo un aumento dei costi e la
comparsa di limiti alla crescita autoprodotti che non sono necessariamente
limiti “naturali”;
2. la crisi “classica” di sovrapproduzione già analizzata da
Marx e dai marxisti, che si presenta spesso sotto forma di carenza di domanda
(crisi di realizzo).
Per O'Connor il capitalismo risponde alle crisi - e alle
lotte sociali che le accompagnano - con processi di ristrutturazione che
tendono a promuovere una maggiore socializzazione delle forze e delle
condizioni della produzione, nonché dei rapporti sociali (25):
“Quando il capitale minaccia se stesso, distruggendo o
danneggiando le sue stesse condizioni di produzione […] si determina una crisi
economica da costi. Il capitale cerca allora di ristrutturare le condizioni di
produzione nel tentativo di ridurre i costi. Normalmente ciò comporta più
intervento statale, e cioè forme più sociali di produzione delle condizioni di
produzione.”
Nella crisi di tipo classico l'agente di questa
trasformazione è, con le sue lotte, la classe operaia. Nella crisi di tipo
ecologico gli agenti della trasformazione sono i nuovi movimenti sociali.
Questa maggiore socializzazione dei rapporti e delle condizioni di produzione è
una condizione necessaria, anche se non ancora sufficiente, afferma O'Connor,
per “immaginare la possibilità del socialismo” (26).
Questa trattazione è interessante, individua tendenze reali,
ma a mio parere ha il difetto di presentarle in modo eccessivamente
deterministico. I modi della socializzazione in atto sono tutt'altro che
univoci e predeterminati. Essa infatti può assumere forme autoritarie, ad
esempio la costituzione di una ecoburocrazia soggetta al capitale; oppure
passare per una estensione sostanziale della democrazia, ad esempio tramite la
diffusione di forme di controllo e di veto operaio e popolare sulle attività
produttive (sul cosa, come, quanto e per chi produrre) e sui processi
decisionali che riguardano il territorio e l'ambiente, da un lato, e sui
servizi sociali, dall'altro, nonché di forme di autogestione democratica degli
stessi.
Questa seconda possibilità, tuttavia, non è compatibile col
sistema statale esistente, se non per brevi periodi di intensa mobilitazione di
massa e di tendenziale dualismo di potere.
Tutto ciò ci conduce al tema della politica
dell'ecomarxismo.
La politica dell'ecomarxismo
La riflessione di James O'Connor si muove a un livello di
grande astrazione. Tuttavia egli ne trae anche alcune indicazioni concrete di
strategia politica. Nel valutarle va tenuto conto che, benché egli presti
attenzione anche alla situazione europea e mondiale, fa i conti innanzitutto
con la più frammentata e meno strutturata situazione americana, dove è più
debole la presenza e il ruolo delle forze politiche tradizionali del movimento
operaio e dove nella sinistra maggiore è l'influenza delle posizioni
post-marxiste, cioè di posizioni che hanno rinunciato all'obiettivo del
socialismo e che propongono cambiamenti in un orizzonte democratico-radicale
(27).
La posizione di James O'Connor emerge dunque dal confronto
con questi interlocutori principali: l'ecologismo e il post-marxismo.
Nuovi movimenti sociali
I processi di riproduzione e di regolazione delle condizioni
di produzione sono in effetti il “luogo” in cui si manifestano i nuovi
movimenti sociali.
Questi luoghi della riproduzione e della regolazione delle
condizioni di produzione sono i più vari: la famiglia, gli apparati
dell'istruzione, l'ambiente urbano, le infrastrutture, lo stato sociale e la
sanità, l'ambiente naturale, la conservazione delle risorse biologiche, le
realtà locali e regionali ecc. E' giusto osservare a questo proposito, che “i
problemi che riguardano le condizioni di produzione sono problemi di classe, ma
sono anche qualcosa di più (non di meno) dei problemi di classe” e che “le
lotte sulle condizioni [di produzione] sono non di meno ma di più di un
problema di classe” (28).
Osserva O'Connor che (29):
“la nascita dei nuovi movimenti sociali, organizzatasi
intorno alle condizioni di produzione, ha spostato la lotta di classe dai
luoghi di lavoro al territorio; dagli scioperi dei lavoratori al boicottaggio
delle merci da parte dei consumatori; dal capitale alla burocrazia statale, che
è diventata il principale bersaglio delle lotte […]”. I nuovi movimenti si
occupano di “sanità, istruzione, condizioni urbane ed ambiente, sottolineandone
il valore d'uso anziché quello di scambio, tentando di rafforzare le forme
democratiche del processo decisionale, contro il potere tecnico della
burocrazia e dello stato.”
Marxisti ed ecologisti
E' un punto fermo spesso sottolineato da O'Connor che esiste
un fondamento storico reale perché, nella nuova situazione creata dalla crisi
ecologica, il movimento “socialista” e quello “ecologista” convergano in un
unico movimento di carattere radicale che vada oltre gli scopi assegnati
tradizionalmente al socialismo e si ponga il compito di realizzare un nuovo
equilibrio con la natura.
Dalla metà degli anni settanta si è realizzata una più
stretta interrelazione fra crisi economiche e crisi ecologica, la qual cosa
rende attuali tanto le istanze del socialismo che dell'ecologia (30):
“Non è eccessivo dire che ecologia e socialismo sono le due
facce di uno stesso processo storico […]. E' il capitalismo che favorisce oggi
il “matrimonio” tra socialismo ed ecologia.”
A mio a parere, queste osservazioni tendono a dare troppo
per scontato ciò che è invece da costruire pazientemente. E' vero che le lotte
sull'ambiente tendono a scontrarsi con gli assetti del potere capitalistico, ma
esse non assumono spontaneamente una dinamica anticapitalistica e socialista
convergente con le lotte del movimento operaio se non interviene un soggetto
cosciente portatore di un progetto di ricomposizione del fronte di lotta e di
un disegno strategico di potere e di trasformazione sociale.
Questa è in effetti una potenzialità su cui lavorare, non
già un dato storico da cui partire.
Aggiungo che le forze politiche verdi nate in questi anni
hanno esplicitamente rinunciato a lavorare per un progetto in questo senso,
limitandosi a cercare di dare alle istanze dell'ambiente una rappresentanza
istituzionale tutto meno che antagonistica.
Democrazia radicale o socialismo?
Il pensiero post-marxista nega la validità del marxismo, dei
tradizionali riferimenti classisti e della contraddizione capitale-lavoro.
Valorizza invece i nuovi movimenti e si pone l'obiettivo di una “democrazia
radicale” da acquisire mediante l'estensione dei diritti democratici a nuovi
ambiti (ambiente ecc.) come mezzo per imbrigliare e controllare le dinamiche
distruttive del capitalismo senza sopprimerlo (fra i più noti teorici
post-marxisti si può qui ricordare il tedesco Klaus Offe).
O'Connor fa parecchie concessioni a queste posizioni. Anche
per lui vanno oggi declinando il movimento operaio tradizionale e l'importanza
delle lotte di fabbrica, mentre svolgono un ruolo crescente i nuovi movimenti
sociali. Rispetto alla prospettiva del socialismo non è chiaro se O'Connor la
giudichi ancora all'ordine del giorno o se invece anche per lui l'unico
orizzonte possibile sia la “democrazia radicale”.
In effetti, in O'Connor non è sempre chiara la distinzione
fra la società futura preconizzata dai fondatori del marxismo e il “socialismo
realmente realizzato” che della prima è stato per molti aspetti la negazione.
Egli afferma dunque che il socialismo tradizionalmente inteso è andato incontro
a un fallimento. Esso aveva definito se stesso come il movimento in grado di
portare a compimento le promesse del capitalismo in campo politico-sociale
(uguaglianza, libertà, fraternità) e in campo economico (abbondanza materiale).
Alla prova storica esso ha fallito non solo su tali terreni (ha partorito uno stato
burocratico-autoritario e la penuria materiale) ma anche sul piano etico ed
ecologico (non ha superato la prassi etico-politica antropocentrica del
capitalismo, ha promosso uno sviluppo delle forze produttive incurante della
natura) (31).
O'Connor attribuisce questo fallimento ai limiti intrinseci
del materialismo storico marxista il quale non avrebbe considerato in modo
adeguato il rapporto con la natura (32). Per quanto Marx e Engels abbiamo
spesso insistito sul fatto che l'attività materiale degli esseri umani ha due
aspetti, e cioè consiste in un rapporto sociale e in un rapporto materiale, il
materialismo storico ha trascurato che la vita materiale è anche interscambio
tra esseri umani e natura, e che dunque la concezione materialistica della storia
non si riduce al condizionamento dei rapporti sociali ma include l'influenza
dei rapporti materiali con la natura. A questo proposito O'Connor fa una
significativa citazione (33):
“Nel tentativo di sfuggire all'accusa di riduzionismo
biologico, il marxismo è caduto nella forma opposta di riduzionismo, che
sostiene il prevalere del dominio dei fattori sociali sopra quelli naturali,
eliminando il biologico dalla nostra esistenza.”
Questa critica di O'Connor è giusta, a mio parere, se
rivolta ad alcune versioni tradizionali, economicistiche o storicistiche, del
marxismo; lo è molto meno per quel che riguarda personalmente Marx e Engels e i
loro scritti (34).
Anche per O'Connor, comunque, l'orizzonte in cui occorre
agire è quello di un approfondimento della democrazia, almeno come passaggio
intermedio. Le lotte pongono “una domanda universale […] di democratizzare lo
stato, la famiglia, la comunità locale ecc. […]” (35). Altrove si delinea una
prospettiva apparentemente più netta, ma in modo vago (36):
“Si potrebbe dire che abbiamo bisogno del socialismo almeno
per rendere trasparenti i rapporti sociali di produzione e porre fine alla
legge del mercato, al feticismo consumistico, allo sfruttamento degli esseri
umani da parte di altri esseri umani; e abbiamo bisogno dell'ecologismo almeno
per rendere trasparenti le forze sociali di produzione e per porre fine al
degrado, alla distruzione e allo sfruttamento della terra.”
Critica delle strategie verdi
Recentemente O'Connor ha formulato una analisi critica delle
cosiddette “strategie verdi”, assente dai suoi scritti precedenti dai quali
emergeva un giudizio a mio parere eccessivamente acritico verso questi stessi
movimenti. Forse le verifiche degli ultimi anni hanno suggerito a O'Connor un
approfondimento dell'argomento che lo ha condotto a precisare alcuni assi che
distinguono la strategia ecomarxista (o rosso-verde) dalle tradizionali
strategie verdi.
Una riflessione interessante a questo proposito è quella
comparsa sul n. 12 di “Capitalism Nature Socialism” (n. 7 di “CNS” italiana,
marzo 1993) nell'editoriale dello stesso O'Connor intitolato Think Globally,
Act Locally? Towards an International Red Green Movement (37). L'articolo
discute lo slogan “pensare globalmente, agire localmente”, da sempre insegna
degli ecologisti, con riferimento al quadro politico mondiale scaturito dalla
fine del bipolarismo e dalla caduta dell'Urss.
Stiamo vivendo in una fase di accelerata globalizzazione
della economia capitalistica mondiale, segnata dalla tendenza alla caduta dei
tassi di crescita economica. Il capitale ristrutturandosi per ridurre i costi
del lavoro, dell'energia e delle materie prime, nonché il tempo di riproduzione
del capitale, tende a centralizzare il potere nelle imprese e nelle banche
transnazionali.
L'intensificazione dello sfruttamento del lavoro si
accompagna a una nuova disoccupazione di massa, a differenze crescenti nella
distribuzione del reddito e a un crescente degrado ecologico poiché la deregulation
consente al capitale di ridurre i costi di produzione “esternalizzandoli”, cioè
scaricandoli sull'ambiente.
Con l'emergere della crisi ambientale globale i movimenti
che vi si oppongono (comunità locali, movimenti verdi, organizzazioni non
governative ecc.) tendono ad agire in parallelo alle forze classiste come
movimenti di resistenza alla marcia del capitale. In altre parole, vediamo
aumentare le contaminazioni e le convergenze fra movimenti “rossi” e “verdi”,
intendendo O'Connor col primo termine quelli classisti e col secondo i
movimenti ambientalisti (38).
“I contorni di un movimento rosso-verde cominciano dunque a
delinearsi, al Nord e al Sud, e consistono in un vasto arco di organizzazioni,
movimenti e ideologie da quelle più settarie a quelle politicamente più aperte
e libere” (39).
Pensare e agire globalmente e localmente
Per O'Connor è possibile “organizzare un movimento
rosso-verde internazionale” capace di superare il divide et impera del capitale
e di contrapporgli un fronte unico di soggetti vecchi e nuovi: lavoratori,
ambientalisti, contadini, movimenti femministi, cittadini inquinati, popoli
nativi ecc., ma a condizione di superare il punto di vista verde “pensare
globalmente, agire localmente” per integrarvi il principio “pensare localmente,
agire globalmente”, e arrivare a “pensare e agire globalmente e localmente”.
Per i verdi, scrive O'Connor, lo slogan “pensare
globalmente, agire localmente” significa pensare agli effetti delle nostre
azioni locali sull'ambiente globale; di qui l'insistenza per provvedimenti
concreti anche locali per proteggere le specie e gli ecosistemi, ridurre i
rifiuti, i consumi energetici, gli sprechi di materie prime ecc. Essi tuttavia
(40):
“non offrono nessuno strumento per trasformare il “locale”
in “globale”. Il movimento verde non ha alcun sistema per riflettere sui modi
in cui il locale è determinato dal globale […]. I verdi inoltre sottovalutano
la crescente centralizzazione del potere politico ed economico, e sottovalutano
quindi il fatto che gli “ambienti locali” sono sempre più vincolati e
determinati dalla ristrutturazione e dal cambiamento economico e politico
globale.”
Questa sottovalutazione porta a non considerare che “il
divario tra le buone intenzioni e i cattivi effetti indesiderati delle azioni
locali tende ad allargarsi”.
O'Connor fa l'esempio della lotta contro i rifiuti tossici
nei paesi avanzati: essa spinge il capitale ad aumentare l'esportazione delle
sostanze tossiche verso i paesi del Terzo Mondo, dove è più facile eludere
leggi, controlli e movimenti ambientalisti. In realtà, le situazioni locali
sono al tempo stesso frammentate e interconnesse dalla divisione internazionale
del lavoro che è un dato globale. Invece di teorizzare il dualismo fra globale
e locale, osserva O'Connor, è utile cercare di capire come le situazioni locali
sono in relazione fra loro e con la totalità nel quadro dell'economia mondiale.
“Pensare globalmente, agire localmente è un autoinganno”
conclude O'Connor, che “sostituisce il pensiero globale alla strategia
globale”. Agire globalmente, invece, significa rendersi conto delle conseguenze
non volute delle pratiche verdi e agire di conseguenza.
Il capitale del nord del mondo agisce da sempre globalmente
verso il sud, per estrarre da esso materie prime, energia e forza lavoro a buon
mercato. Anche alcune proposte benintenzionate del movimento verde volte a
contrastare l'impatto ecologico dello sfruttamento capitalistico nel sud del
mondo (lo scambio debito contro natura, le proposte di adottare modelli
agricoli sostenibili, la rivalutazione delle tecnologie indigene ecc.) in
realtà rischiano di legittimare l'esistente divisione del lavoro e le
condizioni di miseria del sud in nome di una battaglia comune in difesa della
natura planetaria.
Scrive O'Connor (41):
“'Agire globalmente' richiede consapevolezza di pensiero e
di azione strategica, non solo di fronte ai comportamenti socialmente ed
ecologicamente disastrosi di una particolare impresa o industria ma anche di
fronte alle agenzie internazionali, le cui decisioni riguardano milioni di
persone. Gli obiettivi prioritari sono, sotto questo profilo, il Fondo
monetario internazionale (Fmi), la
Banca mondiale, il Gatt (accordo generale sulle tariffe e il
commercio) e le nuove entità regionali (la Cee , la
Nafta , aerea di libero scambio del Nordamerica, e l'impero
finanziario informale detenuto dal Giappone in Asia). Le loro politiche sul
debito, l''aggiustamento strutturale' e gli investimenti infrastrutturali nel
Terzo Mondo, e le loro regole per il governo del commercio regionale e mondiale
hanno creato incalcolabili danni ecologici e miseria umana.
“'Agire globalmente' significa costringere il Fmi e le altre
agenzie economiche mondiali non-democratiche a rendere conto dei loro programmi
e delle loro politiche, pretendere che le politiche future siano rapportate
alle necessità dei popoli e delle fragili ecologie mondiali, piuttostoché agli
interessi delle banche centrali, ai ministri del Tesoro e ai monopoli
finanziari privati.”
Porsi sul terreno di un'azione globale richiede la
costruzione di “un movimento ambientalista di tipo nuovo, un movimento
rosso-verde” dice O'Connor, un obiettivo difficile ma stimolante.
Questo movimento in realtà già esiste, giudica O'Connor; è
fatto dai milioni di persone che in tutto il mondo sono impegnate nelle lotte
sociali e ambientali le quali sempre più comprendono i nessi globali dei
processi responsabili del deterioramento delle condizioni sociali e ambientali.
Solo che agiscono ancora sparpagliate, frammentate, disorganizzate sul piano
internazionale.
Una nuova internazionale
“Sviluppare e rafforzare i collegamenti tra i gruppi e gli
attivisti locali, e tra gli intellettuali e gli studiosi rosso-verdi, richiede
un movimento internazionale - una 'quinta internazionale'. Questa nuova
internazionale dovrebbe avere profonda conoscenza sia dell'ecologia che
dell'economia capitalistica: la sua 'linea' dovrebbe essere non 'celebrare le
differenze' ma 'quel che si ha in comune'; il suo obiettivo, costruire un punto
di vista internazionale e coordinare le strategie politiche globali” (42).
Occorre lavorare senza settarismi in questa direzione,
suggerisce O'Connor; non abbiamo nulla da perdere e tutto da guadagnare.
Credo che nei suoi termini generali, l'analisi critica delle
strategie verdi tradizionali svolta da O'Connor e la sua indicazione
dell'esigenza di un movimento internazionale, anzi di una “nuova
internazionale” capace di integrare la tradizione marxista (rossa) e la cultura
ecologica (verde), siano pienamente condivisibili.
Anche su questo terreno - quale che sia la validità delle
singole proposte concrete di O'Connor - egli segnala un problema reale, mette a
nudo un grave ritardo che non è solo dei verdi - sia chiaro - ma di tutte le
forze classiste e anticapitalistiche su scala mondiale.
Sono problemi che si pongono anche a Rifondazione comunista.
Anzi, il recupero di storici ritardi sui temi ecologici e
sostanziali passi avanti nella ricostruzione di un quadro di riferimento
internazionale, sono terreni su cui si misurano oggi le potenzialità e il
futuro del nostro progetto di rifondazione di un pensiero e di una forza
comunista la quale non può, in prospettiva, rimanere confinata nell'orizzonte
nazionale, pena condannarsi a restare un fenomeno, per quanto positivo,
residuale. Ma questo pone altri problemi che esulano dal tema presente.
I limiti di una riflessione utile
James O'Connor ha senza dubbio il merito di aver cercato di
rilanciare con rigore un pensiero marxista sulla crisi ecologica, e di averlo
fatto ponendosi il problema di farne una riflessione collettiva,
internazionale, in rapporto con i movimenti concreti, non chiusa su se stessa
ma aperta al confronto (attraverso la rete internazionale di riviste di cui si
è detto) con altre tendenze (ecologismo, femminismo ecc.) e con tutte le
esperienze politiche che si muovono nella ricerca di una alternativa al
capitalismo.
Egli è riuscito a darci una cornice teorica che interpreta
in modo acuto e penetrante molte recenti trasformazioni delle società
capitalistiche contemporanee: la combinazione fra crisi economica e crisi
ecologica, la contraddizione capitale-ambiente, il ruolo dello stato, i limiti
intrinseci delle politiche ambientali capitalistiche, la natura dei conflitti localistici,
il relativo declino del movimento operaio tradizionale e le radici dei nuovi
movimenti sociali ecc. Possiamo dunque dire che l'ecomarxismo ci consente di
leggere più chiaramente molti dei conflitti del presente.
Tuttavia diversi aspetti del suo ragionamento non sono del
tutto convincenti.
1. Il primo limite che vedo nel suo approccio è lo stesso
che viene segnalato da Victor Toledo su “CNS” n. 6, nel dibattito sulla seconda
contraddizione, secondo il quale O'Connor propone una spiegazione della crisi
ecologica “in una logica sostanzialmente economica”. Questo approccio appare
però riduttivo (43):
“La crisi ecologica è solo conseguenza di una contraddizione
economica o nasce da un insieme di cause altamente complesso, che includono la
tecnologia, la demografia, la geografia, la cultura, l'ideologia e le forme di
proprietà? [...]. Stiamo affrontando solo una crisi del sistema economico,
oppure la crisi di una civiltà (che significa mettere in discussione non la
razionalità economica, ma un intero 'modo di vita')?”
Personalmente non ho dubbi: benché al cuore della crisi
attuale ci sia il modo di operare del capitale, essa è più di una crisi del
sistema economico-sociale capitalistico: essa è il cul de sac del modello di
civiltà e di cultura occidentali che per certi aspetti non risalgono solo alla
rivoluzione industriale e all'ascesa del capitale, ma almeno alla Conquista
delle Americhe, se non alla affermazione del cristianesimo.
Se questo è vero, cambiare o sostituire il sistema
economico-sociale è necessario ma non è sufficiente.
Dal punto di vista teorico credo che il recupero del
marxismo sia anch'esso necessario ma non sufficiente. Occorre passare il vaglio
all'interno del marxismo stesso; abbandonare gli elementi che in esso sono
compromessi con l'ideologia borghese del progresso e del dominio tecnologico
sulla natura; riprendere invece e sviluppare gli elementi che mettono in dubbio
le certezze di questa ideologia e che propugnano la riconciliazione con la
natura, in sintonia ad esempio con il naturalismo romantico-rivoluzionario del
giovane Marx (44).
Credo poi che un ripensamento del marxismo in relazione alla
crisi ecologica debba valorizzare i risultati di quelle scienze - la
termodinamica, l'ecologia - il cui livello di sviluppo non era, ai tempi di
Marx e di Engels, tale da offrire un solido fondamento alla costruzione di una
teoria della produzione sociale capace di integrare adeguatamente il tema del
ricambio organico con la natura e quello dei vincoli ambientali.
2. Un secondo elemento poco convincente del lavoro di
O'Connor è una certa superficialità e disinvoltura nel ricostruire il pensiero
di Marx e di Engels sulle questioni ambientali, ricostruzione con cui spesso
non sono d'accordo (45). Un più serio lavoro di scavo nei testi dei classici
gli avrebbe consentito di portare alla luce altri elementi utili e stimolanti.
3. Infine, altri motivi di perplessità sorgono in relazione
alla sua proposta politica: non sono ben definiti gli interlocutori reali della
sua proposta di nuova internazionale rosso-verde, né la sua base
politico-programmatica: dovrebbero farne parte le attuali formazioni politiche
verdi sorte in giro per il mondo? o forse solo le associazioni di base? quale
ruolo dovrebbero svolgere le forze politiche “rosse”? e quali: anche i partiti
socialdemocratici o solo le formazioni alla loro sinistra? e quale orizzonte
strategico dovrebbe unificarle: la conquista di una democrazia radicale o la
realizzazione di una alternativa socialista fondata sul potere dei lavoratori?
Meglio per il momento lasciare aperte queste domande.
(maggio 1993)
Note
1) Vedi in proposito Marxismo
ed ecologia, in particolare i primi tre capitoli; e Marxismo
ed ambiente, che rielabora (fra altri materiali) la relazione del secondo
incontro su “Marx e l'ambiente” promosso da Punto Rosso di Paderno Dugnano.
2) Anche molti studiosi marxisti che si sono occupati di
ecologia, vedi in Italia Laura Conti, hanno espresso spesso analoghe critiche
verso il marxismo.
3) In Italia, alla fine degli anni ottanta, questa
divaricazione si è manifestata anche in Democrazia proletaria come rottura e
fuoriuscita di un'ala che è confluita nei Verdi.
4) Non che in precedenza fossero mancati del tutto studi,
scritti e convegni sulle questioni ambientali ispirate al marxismo. Una certa
fioritura si era anzi avuta nel corso degli anni settanta, e anche con un certo
impatto. Ma il grosso del movimento operaio tradizionale e dei suoi quadri
intellettuali e militanti era rimasto abbastanza estraneo a queste novità.
5) Il termine “ecomarxismo” è stato usato per la prima volta
da Ben Agger in Western Marxism. An Introduction: Classical and Contemporary
Sources, Santa Monica, California, 1987 (si veda il saggio sottocitato di
O'Connor, alla nota 11). E' stato ripreso l'anno seguente dall'economista
marxista statunitense James O'Connor in Capitalism, Nature, Socialism: A Theoretical
Introduction, tradotto in italiano da G. Ricoveri col titolo L'ecomarxismo.
Introduzione a una teoria (Datanews Editrice, Roma, 1989). Nell'accezione di
O'Connor il termine designa l'uso di categorie marxiste (rivisitate) per
spiegare la crisi ecologica nel contesto del capitalismo. Dopo l'apparizione
del saggio citato il termine ha cominciato ad essere utilizzato in Italia per
designare lo specifico approccio teorico di O'Connor, divulgato attraverso le
“riviste di ecologia socialista” nate sotto i suoi auspici in diversi paesi (le
quali peraltro ospitano anche contributi di diversa ispirazione). La prima di
queste riviste è stata “Capitalism Nature Socialism”, comparsa in America
nell'ottobre 1988. Quindi “Ecologìa Politica”, fondata a Barcellona dall'economista
Juan Martinez-Alier, autore di Economia ecologica (Garzanti, 1991). L'edizione
italiana, giunta al terzo anno (e all'ottavo numero), “Capitalismo Natura
Socialismo”, è uscita per la prima volta nel marzo 1991 ad opera di alcuni
studiosi legati al “Manifesto” fra i quali Giovanna Ricoveri, Valentino Parlato
e Pierluigi Sullo. Per finire, è uscita l'anno scorso l'edizione francese,
“Economie Politique”, diretta da Jean-Paul Deléage, fisico e storico delle
scienze noto anche Italia come autore (con Jean-Claude Debeir e Daniel Hémery)
di Storia dell'energia. Dal fuoco al nucleare, Edizioni del Sole 24 Ore,
Milano, 1987), già militante negli anni settanta/ottanta della League
communiste di orientamento trotskista, oggi responsabile per il programma dei
Verts. In termini meno rigorosi, col termine ecomarxismo si indicano più
genericamente i tentativi di coniugare marxismo ed ecologia, ossia di leggere
con gli strumenti del marxismo le attuali problematiche ecologiche. In questa
trattazione utilizziamo il termine essenzialmente in riferimento al pensiero di
James O'Connor, pur con qualche sguardo al vivace dibattito che si è acceso in
questi ultimi anni fra gli studiosi e i militanti marxisti sui temi della crisi
ecologica e sulla pertinenza delle categorie marxiste per l'analisi di novità
storiche di tanto rilievo.
6) In “CNS”, n. 1, p. 8.
7) In “CNS”, n. 1, pp. 11-12.
8) In “CNS”, n. 1, p. 12.
9) In “CNS”, n. 1, p. 13.
10) In “CNS”, n. 1, p. 15.
11) “Nella produzione sociale della loro esistenza, gli
uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro
volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di
sviluppo delle loro forze produttive materiali” (K. Marx, prefazione a Per la
critica dell'economia politica, 1859).
12) Questa dialettica forze produttive-rapporti di
produzione è così riassunta da Marx: “La contraddizione esposta in termini
generali è questa: il capitale è esso stesso la contraddizione in processo. Il
capitale si manifesta sempre più come una potenza sociale - di cui il
capitalista è l'agente - che ha ormai perduto qualsiasi rapporto proporzionale
con quello che può produrre il lavoro di un singolo individuo; ma come una
potenza sociale, estranea, indipendente, che si contrappone alla società come
entità materiale e come potenza dei capitalisti attraverso questa entità
materiale. La contraddizione tra questa potenza generale sociale alla quale si
eleva il capitale e il potere privato del capitalista sulle condizioni sociali
della produzione, si va facendo sempre più stridente e deve portare alla
dissoluzione di questo rapporto ed alla trasformazione delle condizioni di
produzione, in condizioni di produzione sociali, comuni, generali. Questa
trasformazione è il risultato dello sviluppo delle forze produttive nel modo
capitalistico di produzione e della maniera in cui questo sviluppo si compie.
La produzione capitalistica racchiude una tendenza verso lo sviluppo assoluto
delle forze produttive, indipendentemente dal valore e dal plusvalore in esso
contenuto, indipendentemente anche dalle condizioni sociali nelle quali essa
funziona; ma nello stesso tempo tale produzione ha come scopo la conservazione
del valore-capitale esistente e la sua massima valorizzazione. Se il modo di
produzione capitalistico è quindi un mezzo storico per lo sviluppo della forza
produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato mondiale, è al
tempo stesso la contraddizione costante tra questo suo compito storico e i
rapporti di produzione sociali che gli corrispondono. Ogni determinata forma
storica del processo lavorativo ne sviluppa la base materiale e le forme
sociali. Quando è aggiunto un certo grado di maturità, la forma storica
determinata viene lasciata cadere e cede il posto ad un'altra più elevata. Si
riconosce che è giunto il momento di una tale crisi quando guadagnano in
ampiezza e in profondità la contraddizione e il contrasto tra i rapporti di
distribuzione e quindi anche la forma storica determinata dei rapporti di
produzione ad essi corrispondenti, da un lato, e le forze produttive, capacità
produttiva e sviluppo dei loro fattori, dall'altro. Subentra allora un
conflitto tra lo sviluppo materiale della produzione e la sua forma sociale.”
(Karl Marx, cito qui dalla rivista marxista “La contraddizione”; si veda anche
Il capitale, Editori Riuniti, Roma, 1974, III, p. 302).
13) “Questa esposizione intende porsi come punto di partenza
per una teoria “eco-marxista” delle contraddizioni tra forze e rapporti
capitalistici di produzione e condizioni di produzione” scrive O'Connor in
L'ecomarxismo, p. 9.
14) “La categoria chiave, per il tema qui trattato, è quella
delle “condizioni di produzione”, mutuata da Carlo Marx e Carlo Polanyi”
(O'Connor, in “CNS”, n. 6, p. 9). Karl Polanyi, studioso americano di origine
ungherese, non marxista ma indubbiamente influenzato dal marxismo, ha dato un
contributo critico importante alla comprensione del carattere socialmente ed
ecologicamente distruttivo del mercato e dei meccanismi capitalistici
nell'opera La grande trasformazione, in cui esamina la formazione del mercato
autoregolantesi e le sue conseguenze. Scrive O'Connor: “Nel 1944, Karl Polanyi
pubblicò il suo capolavoro, The Great Transformation, che si occupa dei modi in
cui la crescita del mercato capitalistico danneggia o distrugge le sue stesse
condizioni sociali e ambientali […]. Il lavoro di Polanyi resta un punto
luminoso in un universo di stelle spente e di buchi neri.” (L'ecomarxismo, p.
11), ovvero le varie versioni del pensiero “ecologista” borghese e romantico
degli anni sessanta e settanta...
15) Secondo Marx, prima dello sviluppo delle società divise
in classi gli uomini usufruivano in forma collettiva del possesso delle proprie
condizioni di lavoro. Nel Capitale, parlando della cooperazione egli scrive:
“La cooperazione nel processo di lavoro che troviamo predominante agli inizi
dell'incivilimento dell'umanità, presso popoli cacciatori o, per esempio,
nell'agricoltura delle comunità indiane, poggia da una parte sulla proprietà
comune delle condizioni di produzione, dall'altra sul fatto che il singolo
individuo non si è ancora strappato dal cordone ombelicale della tribù o della
comunità, come l'ape singola non si stacca dall'alveare.” (Il capitale, I, p.
375-6). La separazione del lavoratore dalle condizioni di produzione (dalle sue
condizioni di lavoro) è risultato del processo storico che porta alla
instaurazione delle società di classe. Le diverse forme sociali, per Marx, si
distinguono dal modo in cui i rapporti sociali riuniscono, sotto il controllo
della classe dominante, i lavoratori alle loro condizioni di lavoro (cioè
riuniscono le condizioni di produzione): “Quali che siano le forme sociali
della produzione, lavoratori e mezzi di produzione restano sempre i suoi
fattori. Ma gli uni e gli altri sono tali soltanto in potenza nel loro stato di
reciproca separazione. Perché in generale si possa produrre, essi si devono
unire. Il modo particolare nel quale viene realizzata questa unione distingue
le varie epoche economiche della struttura della società. Nel caso attuale la
separazione del libero lavoratore dai suoi mezzi di produzione è il punto di
partenza dato ed abbiamo visto come e a quali condizioni entrambi vengono
riuniti nelle mani del capitalista, cioè come modo produttivo di esistenza del
suo capitale. Il processo reale nel quale insieme confluiscono i fattori
personali e i fattori oggettivi della produzione di merci così riuniti, il
processo produttivo, diviene perciò esso stesso una funzione del capitale,
processo capitalistico di produzione.” (Il capitale, II, p. 41).
16) In “CNS”, n. 6, p. 10.
17) Abbiamo segnalato alcuni di questi passi in scritti
precedenti: Marxismo
ed ecologia, NEI, Milano, 1989; Marx-Engels-Podolinskij:
una traccia teorica perduta? in “Giano”, n. 10, 1992. Un tema già ben
presente nei fondatori del marxismo è quello della città. L'ambiente urbano è
un esempio particolarmente pregnante dell'importanza e del ruolo della
categoria delle condizioni di produzione con riferimento al degrado ambientale
indotto dal capitalismo. Nell'ambiente urbano l'accumulazione del capitale
agisce sia sulle condizioni naturali, sia sulle condizioni personali, sia sulle
condizioni comunitarie della produzione, in parte assoggettandole alle leggi di
mercato, in parte assoggettandole per via politica. Nella crisi e nei conflitti
urbani si intrecciano la lotta contro la capitalizzazione della natura, nonché
contro la subordinazione delle condizioni comunitarie alla logica del capitale.
La natura vi compare da un lato come suolo, quasi mera dimensione spaziale che
fa da base e unifica la città e le sue diverse funzioni; dall'altro come
ambiente vitale (aria, acqua, spazi verdi ecc.). Le lotte urbane hanno avuto
tradizionalmente come posta in gioco la pianificazione urbana, i servizi urbani
collettivi, gli alloggi, gli spazi verdi ecc., e hanno cercato di opporre la
logica del soddisfacimento dei bisogni materiali e culturali delle persone e la
fruizione collettiva delle risorse alla logica della speculazione e della
rendita e alla appropriazione privata delle risorse collettive. Su questi temi
troviamo già in Marx e in Engels pagine penetranti: ad esempio, le descrizioni
e l'analisi delle città industriali inglesi della prima metà del diciannovesimo
secolo in La situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels,
l'analisi dei meccanismi della rendita urbana e della speculazione edilizia
nello scritto di Engels sulla Questione delle abitazioni; oppure le pagine di
Marx nel Capitale e di Engels nell'Anti-Dühring che denunciano la natura
antiecologica dell'urbanesimo capitalistico.
18) L'ecomarxismo, p. 27.
19) In “CNS”, n. 6, p. 10.
20) In “CNS”, n. 6, pp. 10-11.
21) I marxisti hanno a lungo ignorato questi aspetti e anche
Marx, secondo O'Connor, li ha trattati molto di sfuggita. Marx, in particolare,
non avrebbe mai considerato che gli effetti distruttivi del capitalismo sulle
condizioni di produzione configurano una sorta di “seconda” contraddizione
intrinseca del capitalismo che si affianca e si intreccia con la “prima”,
quella capitale-lavoro: “Marx ha scritto poco sui modi in cui il capitale si
autolimita, mettendo in discussione le sue stesse condizioni sociali e
ambientali […]. Né Marx ha scritto qualcosa sul rapporto tra la dimensione
materiale e la dimensione sociale delle condizioni di produzione, a parte la
trattazione della rendita fondiaria”. Queste affermazioni di James O'Connor
sono, a mio parere, troppo drastiche. Ho esaminato la questione nel saggio su
“Giano” dove ho cercato di mostrare che Marx aveva presenti queste
problematiche e ha anche proposto un quadro analitico utile per cominciare ad
analizzarle. D'altra parte, è anche vero che, all'epoca, non si avevano ancora
le conoscenze scientifiche e le nozioni teoriche sufficienti per andare molto
lontano. Peraltro, O'Connor stesso ricorda pareri significativi espressi da
Marx su problemi collegati alla crisi ecologica: Marx sapeva che carenze nelle
condizioni di produzione possono assumere la forma di crisi economica (ad
esempio i cattivi raccolti); che esistono alcune barriere alla produzione
realmente esterne al modo di produzione (che dipendono cioè dalla natura in
quanto tale, non dai limiti propri del modo di produzione nel quale essa è
impiegata); “che l'agricoltura e la silvicoltura capitalistiche recano danno
alla natura, così come lo sfruttamento capitalistico danneggia la forza lavoro
umana” (L'ecomarxismo, pp. 12-13).
22) Si vedano in proposito i saggi recentemente pubblicati
in America
latina 1492-1992. La conquista della natura, a cura del Nacla,
traduzione ed edizione italiana a cura di “Quetzal” (Milano, aprile 1993). Il
fascicolo è interamente dedicato alle conseguenze ecologiche della Conquista e
di cinquecento anni di sfruttamento imperialistico.
23) In “CNS”, n. 6, pp. 12-13.
24) In “CNS”, n. 6, p. 14.
25) In “CNS”, n. 6, p. 14.
26) L'ecomarxismo, p. 36-7, 40.
27) “Il pensiero post-marxista postula la democrazia
radicale e cerca di portare a termine l'autopsia finale del socialismo” (“CNS”,
n. 4, p. 39).
28) L'ecomarxismo, p. 45.
29) In “CNS”, n. 6, p. 17.
30) In “CNS”, n. 1, p. 14.
31) In “CNS” n. 4, pp. 45-6.
32) “Il primo limite del materialismo storico è che la
concezione tradizionale delle forze produttive ignora, o minimizza, il fatto
che queste forze sono sociali allo stato naturale, e presuppongono il metodo
della cooperazione, che è caratterizzato da particolari valori e norme
culturali. Il secondo limite è che la concezione tradizionale delle forze
produttive minimizza o ignora il fatto che tali forze sono insieme naturali e
sociali.” (“CNS”, n. 4, p. 46).
33) In “CNS”, n. 4, p. 48; il passo è di Kate Soper, una
studiosa propugnatrice di una “biologia sociale”, cosa ben diversa dalla
sociobiologia.
34) Si vedano gli scritti segnalati alla precedente nota 18.
35) L'ecomarxismo, p. 43.
36) In “CNS” n. 4, p. 49.
37) Il punto interrogativo manca inspiegabilmente nella
versione italiana: Pensare globalmente, agire localmente. Per un movimento
internazionale rosso-verde (“CNS”, n. 7, p. 48-55).
38) Va detto che James O'Connor utilizza questi riferimenti
con criteri piuttosto larghi. Fra i “rossi” include anche i sindacati e i
partiti socialdemocratici che “accettano le problematiche verdi”.
39) In
“CNS”, n. 7, p. 49.
40) In
“CNS”, n. 7, pp. 50-51.
41) In
“CNS”, n. 7, p. 53.
42) In
“CNS”, n. 7, pp. 54-55.
43) V. Toledo, “CNS”, n. 6, pp. 25-26.
44) Vedere le osservazioni in proposito contenute in Marxismo
e ambiente, pubblicato in questo blog.
45) Dopo la stesura di questo lavoro, sul n. 8 di “CNS”
(maggio-agosto 1993) è comparso un intervento meritevole di segnalazione
(Giovanni Mazzetti, Da Marx all'Ecomarxismo. E' vero progresso?) che “fa le
pulci” con severità e rigore alle disinvolte critiche di James O'Connor a Marx.
Condivido pienamente le osservazioni “marxologiche” di Giovanni Mazzetti. Nella
replica, in effetti, O'Connor sposta il tiro sulla presunta esistenza di
differenze tra il Marx dei Manoscritti e dell'Ideologia tedesca e il Marx del
Capitale (che personalmente non vedo così significative), o sui limiti di
approfondimento della elaborazione marxiana in materia di cultura e di
relazioni economia/ambiente (che naturalmente esistono, avendo scritto Marx
oltre un secolo fa, ma che non giustificano le ricostruzioni sommarie, e
qualche volta liquidatorie, del suo pensiero.
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