giovedì 14 agosto 2014

ISRAELE, ANTISEMITISMO, SIONISMO NON SONO SOLO RESPONSABILITA’ DELLE POTENZE OCCIDENTAL



I



Non c'è antisemitismo più grande del sionismo.
La lotta contro l'odioso negazionismo fascista e antisemita dell'Olocausto richiede tanto più oggi il ripudio dell'altro negazionismo: quello della Nabka del 1948 e dei suoi crimini di guerra; quello della feroce pulizia etnica contro il popolo nativo di Palestina, da cui è nato lo Stato confessionale d'Israele con la copertura britannica e il sostegno (anche armato) di Stalin.

E' un diritto non conoscere la storia. Negarla e capovolgerla in funzione di un crimine è un crimine ancor più rivoltante. 1a

La questione dello stato d’Israele, la sua nascita e la sua formazioni trova radici e le relative responsabilità non solo nelle potenze occidentali (GB-USA), ma anche nelle Russia Stalinista.
Stalin,  come è noto, per mantenere il suo potere ha sempre utilizzato ogni mezzo distorcendo la natura stessa del bolscevismo. Stalin ha cancellato la democrazia interna nel Partito Comunista Russa, ha epurato il partito dai suoi oppositori e non, ha ucciso milioni di comunisti, rinchiuso centinaia di migliaia di sinceri comunisti nei Gulag, ha sciolto la Terza Internazionale dopo averla piegata a mero strumento di diplomazia politica ecc. Ma non tutti sanno che quello che Lenin definiva “sciovinismo grande russo” ovvero la capacità di muovere sentimenti nazionalisti era un sentimento ben presente nel Segretario Generale del PCUS.

Negli anni venti, Stalin sta sgretolando (burocratizzandolo) il Partito Bolscevico e per fare questo utilizza ogni mezzo. Anche quello dell'antisemitismo.

Trotsky nel suo scritto "Termidoro e antisemitismo" scrive: Una lunga e persistente battaglia contro la religione ha fallito ad impedire che , ancora oggi, migliaia e migliaia di chiese, moschee e sinagoghe  venissero affollate da gente supplichevole. La stessa situazione prevale nella sfera dei  dei pregiudizi nazionali. La legislazione da sola non cambia le persone. I loro pensieri, emozioni e concezioni dipendono  dalla tradizione, dalle condizioni materiali di vita, dal loro livello culturale ecc.
La battaglia contro l'opposizione rappresentava per la cricca dominante una questione di vita o di morte...
...dopo che mio figlio, Sergei Sedov, è stato accusato di tramare contro gli operai, la GPU ha comunicato alla stampa sovietica ed estera che il nome "reale" di mio figlio non è Sedov ma Bronstein... 


Stalin, dunque,  veicola i preconcetti religiosi di uno stato operaio contadino come l'URSS per sconfiggere gli oppositori della burocrazia. Sarà lo stesso per altri membri dell'opposizione. Zinov'ev e Kamenev, dopo Trotsky, furono tra i primi a subire gli effetti di questa squallida propaganda, in particolar modo durante il primo processo di Mosca.


...l'accanimento contro l'opposizione a partire dal 1926 assume spesso un completamente ovvio carattere antisemita. Molti agitatori parlavano sfacciatamente "Gli ebrei sono nulla".
Di fatto i nomi di Zinov'ev e Kamenev -scrive sempre Trotsky- sembrerebbero, sono più famosi dei nomi di Radolmilyskij e Rozenlfeld. Quali altri motivi potrebbe aver avuto Stalin di far conoscere il "vero" nome delle sue vittime, eccetto quello di far leva sugli umori antisemiti? Tale atto, privo della minima giustificazione legale, fu, come abbiamo visto, similmente compiuto sul nome di mio figlio. 


Trotsky non si limita ad evidenziare l'antisemitismo di partito, ma va oltre e ne intravede gli effetti sulla popolazione: 


Se tali metodi sono utilizzati nelle alte sfere, laddove la responsabilità di Stalin è assolutamente inquestionabile, allora non è difficile immaginare ciò che accade nel resto della società, nelle fabbriche e specialmente nei Kolkhoz... 


Una battaglia che fino a pochi anni prima, con Lenin in vita, sarebbe stata inimmaginabile... 

Stalin, quindi, per sconfiggere l’opposizione alimenta sentimenti antisemiti, senza scrupoli  Stalin non si ferma davanti a nulla.
E’ vero anche che molti dei collaboratori di Stalin (gran parte di essi non hanno fatto una buona fine) fedeli e non pensanti erano di origine ebraica.  Era ebreo Lazar Kaganovic  “autorevole” membro del Presidium del partito comunista sovietico. Lo stesso vale per  di Matvej Berman, braccio organizzativo dei Gulag stalinisti e  Naftali Frenkel  responsabile della  costruzione del canale fra il Mar Bianco e il Baltico:  opera  dal valore della vita di circa 200.000 persone, parte di esse era di origine ebraica. Non si può dimenticare la moglie di Molotov (uomo più influente dopo Stalin negli anni 30) Polina Zhemchuzina di origine ebraica fatta deportare in gulag la quale veniva persa a servizio da Stalin per allacciare rapporti con personalità artistiche di provenienza ebrea.

Quindi Stalin era antisemita?
Stalin ha subito, senza dubbio, le pressioni antisemite. La scuola di teologia di Gori, nel seminario di Tiblisi il respirare, anche solo di rimbalzo, il sentimento ottocentesco della “giudeofobia” (che aveva caratterizzato la Russia Zarista dei pogrom) ha influito nella sua formazione politica.
Stalin sin dall’inizio della sua carriera politica si dovette scontrare con la questione ebraica e  come sempre cercò di risolvere il problema in modo amministrativo e burocratico. Questo giustifica la ragione per cui inventò nel 1928 la Repubblica autonoma del Birobidzhan, nella Siberia orientale, un piccolo stato  in cui la lingua ufficiale è l' yiddish, ma gli ebrei sono soltanto il 4% della popolazione che si compone di circa 75.000 persone.  
Possiamo dire che  comunque con certezza che Stalin mosse la sovrastruttura antisemita presente della Russia Sovietica cavalcandola per i propri fini politici

LA LUNGA MARCIA VERSO IL SOSTEGNO ALLO STATO D’ISRAELE

Al momento dell'invasione nazista nel territorio sovietico Stalin fece un gesto al mondo ebraico e il 24 Agosto del 1941 fu lanciato un appello per radio che cominciava con le seguenti parole:
"Ai nostri fratelli ebrei in tutto il mondo!"
Era un appello dal tono patriottico (L’internazionale stava per essere sostituita da un pessimo inno nazionalista) che chiedeva al popolo ebraico, quindi gli ebrei di tutto il mondo (vengono riconosciuti come un popolo) di unirsi agli alleati per combattere i nazifascisti e vendicare gli ebrei già uccisi. Sottoscrissero il testo personalità ebraiche che più tardi confluirono nel Comitato Antifascista Ebraico. Subito dopo la creazione del Comitato Mikhoels e Feffer (dirigenti del Comitato) vennero inviati in Gran Bretagna ed in Usa per raccogliere denaro per l'Armata Rossa ed i civili sovietici. Nel frattempo la diplomazia sovietica stava sviluppando la sua idea sulla questione Palestinese.

IL sentimento di avversione verso le persone di religione ebraica non diminuì durante la guerra nonostante la rottura del patto con i nazisti (Ribbentrop e Molotov) l’antisemitismo strisciante era duro a morire…
Kruscev, allora primo segretario del Partito in Ucraina:
"Non è nostro interesse che gli ucraini associno il ritorno del potere sovietico con il ritorno degli ebrei". ( Schwarz "Yevrei v SS)
Stava maturando nelle mente di Stalin come poter utilizzare a proprio favore(ovvero per i propri privilegi di casta burocratica) la questione ebraica.
Un testo fondamentale che attraversa la storia del  Partito Comunista Russo sulla questione “ebraica” e la creazione dello stato d’ Israele è il libro di Leonid Mlecin: ”L'invenzione del popolo ebraico” che attinge a tutta la documentazione ufficiale Sovietica: dal ministero degli Esteri russo alla  Fondazione Internazionale Democratija
Mlečin, di indubbia simpatia sionista e stalinista, riporta in modo pulito e puntuale l’evoluzione di Stalin a sostegno della creazione dello stato d’Israele.
 Dal 1941 in Urss era tornato sulla scena politica Maksim Litvinov, che era  stato rimosso dall’incarico di ministro degli Esteri prima del patto Sovietico-Nazista (Molotiv-Ribbentrop) forse anche perché di origine ebraica. Litinov sosteneva che la questione Palestinese non poteva essere risolta senza che una delle due parti (arabi o ebrei) non ne fosse stata discriminata (posizione chiara e non ambigua).
La Russia di Stalin mirava al controllo della zona Palestinese e quando le potenze vincitrici (Usa, Urss e GB) del conflitto mondiale si misero al tavolo per discutere della questione Palestina, l’Urss tentò di avere un ruolo egemone, ma ben presto ripiegò dopo il rifiuto della GB a questa scelta su un’altra soluzione: affido congiunto della questione alle potenze vincitrici. Inizia nei fatti il blocco di alleanza diplomatica tra le potenze occidentali e  Stalin.
Stalin nel sua più totale approssimazione politica era convinto che molti paesi occidentali in base alle loro contraddizioni interne avrebbero avuto dei problemi sociali. In base a questa miope valutazione Stalin spinse verso la nascita dello stato d’Israele pensando che tale stato potesse creare un duro smacco alla potenza  Britannica. IL futuro stato d’Israele nato in Palestina potesse divenire un fidato alleato della “grande madre Russia”.

Oggi non ho più dubbi: lo scopo dei sovietici – scrisse Golda Meir – era estromettere l’Inghilterra dal Medio Oriente. Però, nell’autunno del 1947, durante il dibattito all’Onu, credetti che il blocco sovietico ci appoggiasse perché i russi stessi avevano pagato un prezzo spaventoso per la vittoria e, solidarizzando con gli ebrei che avevano tanto patito per mano nazista, comprendessero e riconoscessero il loro diritto ad avere uno Stato”. Nominata nel ’48 primo ambasciatore israeliano a Mosca, in seguito ministro degli Esteri e primo ministro, la Meir riconobbe il ruolo decisivo avuto dall’Unione sovietica nel fornire armi al giovane Stato ebraico sfidando l’embargo imposto da Usa e Gran Bretagna sulla vendita di armi ad Israele tra la fine del 1947 e l’inizio del 1948: “non sappiamo se avremmo potuto resistere senza le armi e le munizioni comprate in Cecoslovacchia e trasportate attraverso la Jugoslavia e i Balcani, in quel terribile inizio della guerra. Nelle prime sei settimane potemmo contare sulle mitragliatrici e le munizioni che l’Haganah era riuscita a comprare nell’Europa dell’Est. Nonostante in seguito l’Urss ci abbia duramente avversato, il riconoscimento di Israele da parte sovietica fu allora importantissimo per noi” 1
Nel paese della Rivoluzione Russa montava pertanto l’ illusione che lo stato d’Israele potesse essere un importante pedina nella lotta geopolitica internazione, un’illusione del tutto erronea non solo perché tutti gli uomini, di origine ebraica, che avevano avuto un ruolo da protagonista nella formazione dello stato sionista erano tutti dichiaratamente anticomunisti, ma avevo anche delle non nascoste simpatie imperialiste.
 La nascita  di uno stato ebraico avrebbe risolto, secondo la concezione stalinista, il problema non indifferente delle centinaia di migliaia di profughi che c'erano allora in Europa.
Infine L’URSS sperava di ottenere i favori e  il sostegno degli ebrei di tutto il mondo favorendo al creazione di uno stato ebraico.

Il 14 maggio 1948 fu proclamata la nascita dello Stato d’Israele da parte di Ben Gurion, il nuovo Primo Ministro del paese. La sua nascita venne subito riconosciuta da USA e Urss di Stalin. Si formalizzava così un altro punto importante, il problema del popolo palestinese.
Non ricordare nella situazione odierna le pesanti responsabilità di Stalin (la famosa politica reale di Stalin, lo Stalin del metodo comparativo, lo Stalin che non aveva scelta…sic!) alla creazione dello stato d’Israele sarebbe un fatto di cecità politica. Se oggi lo stato sionista porta avanti un massacro indiscriminato verso il popolo palestinese questo è anche dovuto all’empirismo stalinista. La burocrazia sovietica ha sempre mercanteggiato i principi dell’internazionalismo, della rivoluzione internazionale per il mantenimento dello statu quo. Ha utilizzato il movimento operaio internazionale come strumento di pressione internazionale verso le potenza occidentali, della liberazione dal capitalismo a livello mondiale non è mai importato nulla.

PER UN’ALTERNATIVA ALLO STATO D’ISRAELE

Gli Stati coloniali nascono e muoiono nei tempi lunghi della storia. Nessun artificio, per quanto potente, può resistere alla prova della verità. Governi, potenze, imperi apparentemente indistruttibili ed “eterni” sono crollati . Così sarà prima o poi per il sionismo, col suo carico di orrore e di oppressione. Ma lo Stato sionista e i suoi fondamenti confessionali e razziali non moriranno per evoluzione spontanea, e tanto meno per mano delle diplomazie “democratiche” degli imperialismi alleati e complici. Possono essere rimossi solo per via rivoluzionaria. Sollevazione palestinese nei territori occupati, allargamento della rivoluzione araba contro i governi arabi borghesi, rivolta delle masse arabe israeliane all'interno di Israele, maturazione antisionista di un settore di classe operaia ebraica. Non è possibile prevedere con quali equilibri, combinazione, tempi e dinamica, questi diversi fattori entreranno in gioco. Ma, nella loro imprevedibile correlazione, sono questi i fattori decisivi di una sconfitta del sionismo da un versante storico progressivo. L'unica via possibile, per quanto difficile, per una Palestina unita, libera, laica, socialista, dentro una Federazione socialista del Medio Oriente.

L'alternativa non è la “democratizzazione” del sionismo, quella sì utopia senza futuro; né la “soluzione due popoli due Stati”, truffa filo sionista che copre unicamente da decenni la permanenza e l'aggravamento dell'oppressione; l'alternativa rischia di essere alla lunga uno sfondamento del fondamentalismo islamico tra le fila della giovane generazione palestinese, e in vasti settori del popolo arabo, assieme al rafforzamento congiunto di sionismo e antisemitismo di ritorno. Una spirale tragica non solo per il Medio Oriente e la nazione araba, ma per lo stesso movimento operaio d'occidente, già alle prese con lo sviluppo di un populismo reazionario senza precedenti nel dopoguerra.
Solo la corrente, il trotskysmo, del movimento operaio che si oppose allo stalinismo, ha oggi la titolarità politica e morale di rilanciare la prospettiva storica del disarmo rivoluzionario dello Stato d'Israele. Recuperando il patrimonio originario della battaglia intransigente antisionista di Lenin e di Trotsky. Mettendolo al servizio, innanzitutto, della giovane generazione palestinese ed araba, e dell'avanguardia della classe operaia internazionale..

 1a) http://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=3993
1 )http://geopoliticalnotes.wordpress.com/2009/01/20/l%E2%80%99urss-e-israele/
Marcel B.




mercoledì 26 marzo 2014

LEZIONI ATTUALI DI UNA CRISI RIVOLUZIONARIA






di Marco Ferrando

Quarant’anni fa la rivoluzione portoghese scosse l’Europa. Dopo il maggio francese del ’68, si trattava della più grande crisi rivoluzionaria che si fosse affacciata nel vecchio continente dagli anni ’50. Anzi se è vero che il maggio ’68 aveva conosciuto un’espressione più concentrata della sollevazione operaia è anche vero che la vicenda portoghese del 74-75 ha visto una combinazione più elevata di mobilitazione operaia e crisi dello Stato, ponendo in termini diretti il nodo cruciale della conquista del potere.
L’articolo che qui proponiamo -scritto dal compagno Franco Grisolia nella seconda metà del 1975- riporta una lettura diretta degli avvenimenti in corso da parte dei marxisti rivoluzionari e del loro bollettino (Il Militante) Al di là dei riferimenti di dettaglio che essi contengono, essendo stati scritti “a caldo”, questi articoli esprimono un’analisi di fondo della dinamica rivoluzionaria e un approccio politico a questa che ci pare utile riproporre. E’ un’analisi che si è contrapposta nel vivo di quella vicenda alla lettura distorta che ne fecero rispettivamente il Pci e le organizzazioni italiane di estrema sinistra (oltre alle organizzazioni revisioniste del trotskismo sul piano internazionale). Il primo evocando lo spettro del Cile e la necessità di un ordinato percorso di compromesso storico contro ogni velleità avventuristica ed estremistica. Le seconde facendo da cassa di risonanza alle mitologie dello spontaneismo e dell’onnipotenza della rivoluzione sotto la guida… dell’Mfa. Entrambe rimuovendo, per interesse proprio o incapacità, la lezione profonda della rivoluzione portoghese.

Una rivoluzione che ha riproposto, invece, in forme particolari, alcune indicazioni di valore universale. Il carattere complesso di una crisi rivoluzionaria

Per usare la terminologia di Bloch, ogni esplosione rivoluzionaria si genera dalla combinazione di “cause apparenti” e “cause reali”. I fattori contingenti sono naturalmente importanti e per alcuni aspetti decisivi. Ma solo nella misura in cui costituiscono il fattore d’innesco di un materiale esplosivo da lungo tempo deportato e sedimentato. I rovesci dell’esercito portoghese in Angola e Mozambico hanno sicuramente determinato il distacco dell’esercito dal vecchio regime: ma se gli effetti della rivoluzione coloniale hanno operato così nel profondo della società e dello Stato portoghese è perché l’equilibrio sociale e politico del vecchio regime era già logorato nelle sue fondamenta dal precipitare della crisi di consenso della piccola borghesia, dalla graduale ripresa delle lotte operaie ( a partire dagli scioperi della Lisnave del ‘61-‘62), dalle nuove necessità poste dallo sviluppo del Mercato comune europeo. Da tempo le classi dominanti volevano cambiare cavallo nell’impossibilità di perpetuare la forma tradizionale del proprio dominio. Ciò che non prevedevano è di trovarsi costrette a saltare sul cavallo selvaggio di una rivoluzione operaia e popolare. Certo nessun soggetto sociale o politico ha voluto e pianificato la rivoluzione portoghese: né le gerarchie militari che puntavano ad una transizione graduale e ordinata; né il PCP che mirava  unicamente a costruire e consolidare il proprio ruolo d’apparato in una rifondata democrazia borghese portoghese; né l’estrema sinistra, spesso segnata da una confusa miscela di movimentismo e avventurismo minoritario.
Eppure ognuno di questi soggetti ha obiettivamente concorso, suo malgrado, ad innescare la dinamica rivoluzionaria. Che è ampiamente sfuggita alle loro previsioni e al loro controllo.

La forza intrinseca di una rivoluzione

Contro tutti i detrattori “strutturalisti” della forza delle masse la vicenda portoghese ha rivelato le potenzialità dirompenti di una rivoluzione. La classe operaia industriale in Portogallo era una minoranza della società portoghese. La sua esperienza ed organizzazione, erano state limitate e compresse per lunghi decenni dal tallone di ferro della dittatura. Eppure la crisi del regime, e il varco che questa ha aperto, ha richiamato un’irruzione operaia e popolare di enorme portata, direttamente proporzionale al lungo periodo di sofferenza passiva che il proletariato aveva subito. E la forza operaia si è manifestata non solo nella determinazione e radicalità della lotta, ma nel suo porsi come punto di riferimento centrale di aggregazione e ricomposizione di un più vasto blocco sociale, a partire dalle masse povere delle campagne. Così nell’arco di un anno e mezzo una classe operaia universalmente considerata fanalino di coda del “colto”, “moderno”, “sindacalizzato” proletariato europeo ha vissuto un’esperienza obiettivamente ben più radicale di tante altre esperienze avanzate della classe operaia continentale. E’ la conferma del carattere imprevedibile, “ineguale e combinato” dei processi rivoluzionari. Come scriveva Trotsky nel 21 un proletariato socialmente e politicamente arretrato può, talora, rivelarsi più maturo per una rivoluzione di un proletariato esperto ed avanzato.

La centralita’ della questione della forza

Tutti i teorici saccenti dell’attualità della non violenza in nome dell’impotenza della forza dovrebbero studiare con attenzione la storia della rivoluzione portoghese. Chi nega le possibilità di una rivoluzione in base alla comparazione statica delle forze militari in campo non si confronta con la dialettica viva di una rivoluzione reale. Una rivoluzione quanto più è profonda, tanto più sposta i rapporti di forza: sia perché organizza le più grandi masse, trascinandole nell’arena politica sia perché approfondisce le contraddizioni interne dell’apparato dello Stato. Nessun apparato dello Stato è impermeabile a un processo rivoluzionario. La rivoluzione portoghese del 74-75 ne è un esempio. Un apparato militare repressivo rodato da decenni di dittatura è stato letteralmente scompaginato dalla sollevazione popolare: che ha prodotto fratture nelle gerarchie, ha diviso strati inferiori e superiori, ha disarticolato l’unicità del comando. Nessun fatale rapporto di forza, nel 74-75 ha impedito la vittoria rivoluzionaria delle masse.

Il ruolo decisivo delle direzioni

Se la rivoluzione portoghese è stata sconfitta lo si deve in ultima analisi, solo e unicamente all’assenza di un partito rivoluzionario. E alla relativa egemonia di direzioni e apparati burocratici che hanno militato con tutte le proprie forze contro una prospettiva rivoluzionaria vincente.
Il ruolo controrivoluzionario del Ps di Mario Soares non merita particolari sottolineature (se non per la grottesca rimozione di quel ruolo da parte di un settore del movimento trotskista internazionale che addirittura vide nel Ps il canale d’espressione della classe operaia e delle sue domande democratiche contro lo stalinismo). E’ il ruolo del Pcp che va indagato nella sua realtà, ben diversa dal mito di cui è circondato dalla agiografia staliniana. Il gruppo dirigente del Pcp è stato l’organizzatore della sconfitta della rivoluzione portoghese: nel suo affidamento strategico  al blocco con l’Mfa in funzione della propria (illusoria) autodifesa dalla reazione; nella sua azione metodica di contenimento e disarmo delle spinte più radicali della classe e della sua stessa base sociale e militante; nella sua predica quotidiana del carattere “democratico” della rivoluzione contro la prospettiva del potere; nel suo metodo burocratico amministrativo di autoimposizione all’interno del movimento operaio che purtroppo regalò al Ps il consenso di settori arretrati e “democratici” delle masse.

L’ultimo libro di Cunhal che ancora difende contro le calunnie di Soares, la fedeltà del Pcp al capitalismo portoghese, la sua rinuncia alla dittatura del proletariato, la sua cultura legalitaria e istituzionale, è un involontaria e patetica documentazione delle responsabilità storiche del Pcp nella sconfitta della rivoluzione portoghese.
Sta di fatto che nessuna delle forze dell’estrema sinistra portoghese, nel ‘74-‘75, si è rivelata capace di affrontare o anche solo di porsi seriamente, il problema di scalzare l’egemonia del Pcp nella classe operaia. Oscillando tra la subordinazione codina a Cunhal (vedi la costituzione del Fur il 25 agosto 75) e il blocco con la reazione contro il Pcp e i lavoratori (vedi i maoisti del Mrpp). Soprattutto nessuna di quelle forze si è posta nella prospettiva strategica dell’alternativa di potere della classe operaia e delle masse. Nessuna di esse ha posto la centralità dell’organizzazione indipendente dei soldati, dell’armamento dei lavoratori, della centralizzazione nazionale degli organismi embrionali dell’autorganizzazione di massa e del loro sviluppo. Nessuna di esse ha fondato la propria politica sull’autonomia del proletariato dalle direzioni dell’esercito portoghese.

E questo paradossalmente nel momento stesso del processo di disgregazione di quell’esercito come sottoprodotto dell’ascesa di massa.

Come diceva Trotsky vi sono tre condizioni per la vittoria di una rivoluzione: un partito, ancora un partito, sempre un partito.
La rivoluzione portoghese di trent’anni fa ne è un’ulteriore conferma. E per questo racchiude una lezione che riguarda il futuro

Portogallo: a 50 anni dalla rivoluzione dei garofani

Riportiamo un articolo pubblicato dalla UIT perché ci sembra un contributo utile per la comprensione storica degli avvenimenti in questione ...