Translate

martedì 7 dicembre 2010

A SETTANTANNI DALL' ASSASSINIO DI LEON TROTSKY

A settanta anni dall’assassinio di Leone Trotsky

Il 21 agosto 1940 moriva il grande rivoluzionario, compagno di Lenin nell’ “assalto al cielo”
del 1917 in Russia, fondatore dell’Armata Rossa e della Quarta internazionale; vittima di un sicario del “più grande assassino di comunisti della storia”, Giuseppe Stalin.

Riproduciamo qui di seguito l’intervento che ha svolto il compagno Franco Grisolia all’iniziativa in ricordo di Trotsky svoltasi a Carrara il 6 agosto Settanta anni fa, il 20 agosto del 1940, l’agente stalinista Ramon Mercader, infiltratosi con l’inganno nella casa messicana di Trosky, colpiva a morte il grande rivoluzionario, il compagno di Lenin nella direzione della rivoluzione russa, il fondatore dell’Armata Rossa, il dirigente della Internazionale comunista alle sue origini, il principale teorico e leader della neonata IV Internazionale.

Trotsky sarebbe spirato il giorno dopo.

Pochi mesi prima le truppe tedesche avevano travolto la Francia, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo, portando anche qui ad un dominio fascista ormai quasi generale in tutta l’Europa continentale; con l’eccezione dell’URSS, dominata da una burocrazia stalinista che aveva realizzato un’alleanza di fatto con la Germania nazista attraverso il patto Hitler-Stalin, che aveva dato il via libera alla guerra.

Questo dopo aver massacrato nelle “purghe” degli ultimi anni ’30 intere generazioni di dirigenti e militanti comunisti, in URSS (ma anche in altri paesi si pensi alla Spagna della guerra civile contro il franchismo), di tutte le nazionalità dello stato sovietico o rifugiati nel “paese del socialismo”.
Era veramente, come si è detto, “la mezzanotte del secolo”. L’assassinio di Trotsky, come si è sempre saputo e come è ormai conosciuto anche nei dettagli, era stato deciso direttamente da Stalin ed organizzato con la supervisione del suo fido compare Beria.
Giocava naturalmente in questa scelta l’odio del dittatore rinnegato contro il suo grande avversario, ma c’era qualcosa di più.
Era la paura del ruolo che Leone Trotsky avrebbe potuto giocare, alla testa della IV Internazionale, sul piano internazionale e, in particolare, in riferimento all’URSS.
Perché infatti, nonostante il massacro dei militanti comunisti (anche quelli che non si erano schierati con Trotsky e con gli altri oppositori negli anni ’20 o nei primi anni ’30) la burocrazia stalinista, e Stalin al suo vertice, temeva la possibilità che,malgrado tutto, nel quadro della nuova situazione mondiale, Trotsky potesse rappresentare il punto di riferimento per una ribellione contro il suo dominio totalitario.
Pochi mesi dopo l’assassinio di Trotsky, Molotov e Ribbentrop, che erano stati i firmatari materiali del Patto di fine agosto ’39 (che permise tra l’altro la suddivisione fraterna tra stalinismo e nazismo della Polonia con incontri, abbracci e scambi tra i due eserciti sulla frontiera determinata dagli accordi), si incontrarono a Berlino per delimitare un’ipotesi di zone d’influenza ulteriori nell’Est Europa.

Non trovarono l’accordo e fu uno degli elementi (non l’unico, perché solo un cieco, come Stalin, poteva non vedere che la spinta del nazismo era in ogni modo, presto o tardi, alla guerra contro l’Unione Sovietica) che determinarono le decisioni temporali dell’attacco nazista, che avvenne nel giugno 1941.

Molotov e Ribbentropp non riuscirono a trovarsi d’accordo su questioni come il petrolio della Romania o cose del genere.
Questo basta a delineare la natura politica e morale della burocrazia stalinista. In riferimento a questo, spesso i difensori (anche quelli “critici”) della storia del movimento operaio quale è stata scritta dalla sua “maggioranza”, ci parlano del “fine che giustifica i mezzi” e affermano che, del resto, questo è un principio del leninismo, del comunismo: se il fine è buono si può fare ogni cosa.

Trotsky aveva risposto preventivamente a queste affermazioni in un libro, che oggi viene criticato come amorale da tanti benpensanti piccolo-borghesi compresi dei revisionisti del trotskismo, e che fu ripubblicata nel nostro paese alcuni anni fa con la prefazione di Marco Ferrando .

Si tratta di La loro morale e la nostra.

Io credo che sia importante citare quanto afferma Trotsky, perché esprime un concetto di metodo che valse per lui e credo debba sempre valere per i rivoluzionari tutti, in termini di morale e in termini di azione politica.

Dice dunque Trotsky ne La loro morale e la nostra
“Il materialismo dialettico non tiene separato il fine dai mezzi, il fine viene dedotto, in tutta naturalezza, dal divenire storico, i mezzi sono organicamente subordinati ai fini. Il fine immediato diventa il mezzo del fine ulteriore[…]"

Ferdinand Lassalle fa dire, nel dramma Franz von Sickinger, a uno dei personaggi:
“Non mostrare solo la meta, mostra altresì il cammino/ giacchè la meta e il cammino sono talmente uniti/ che l’uno cambia con l’altro e si muove con lui/ e che un nuovo cammino rivela un’altra meta”.
Questo concetto, che poi si traduce nella formula della “interdipendenza dialettica del fine e dei mezzi”, è un concetto fondamentale di politica e di etica rivoluzionaria.

Non l’ipocrisia è buona per il nostro fine, ma dal nostro fine devono essere determinate le vie che politicamente noi scegliamo per la nostra battaglia politica.
Chi distingue queste due cose, oppure parla di un fine lontano e dice
“Però oggi quella via dritta non è possibile, bisogna prendere un’altra strada, poi un giorno ci torneremo”, in realtà dimostra non di volere quel fine ma, indicando un’altra via, di essere su un altro terreno.

Diversi si richiamano al comunismo o al socialismo, ma, nei fatti, con il cammino che intraprendono giorno per giorno, dimostrano che il loro fine non è quello che affermato.

Del resto prima del testo di Trotsky, e contemporaneamente a lui, a Lenin e ad altri (uniti prima del 1914 in una battaglia internazionale nella II° Internazionale) lo scriveva Rosa Luxemburg, affermando che, rispetto al gradualismo pacifista dei riformisti della socialdemocrazia, non c’era solo una differenza di metodo, c’era anche una differenza di fine; e che, negando il problema della rivoluzione e della violenza rivoluzionaria di massa, i riformisti negavano non un metodo, sostituendolo con un altro più o meno valido, ma che negavano in realtà, e sempre di più, il suo fine, cioè il socialismo.

Ritornando al momento storico dell’uccisione di Trotsky si videro le conseguenze di questo “fine che giustifica i mezzi” da parte dello stalinismo con l’aggressione hitleriana nel giugno del ’41; con le truppe naziste che arrivarono a meno di 100 km da Mosca; con un esercito impreparato a causa dei massacri del gruppo dirigente, con l’eliminazione del geniale maresciallo Tukacevsky e della grande maggioranza dei comandanti dell’esercito.

Colpevoli in molti, ma non tutti, di aver magari votato con Trotsky nel lontano 1923.
Ciò che costituiva un pericolo, perché potevano pensare che, in definitiva, il loro ruolo avrebbe dovuto essere, a un certo punto, quello di liberare dal dominio totalitario di Stalin e della burocrazia l’Unione Sovietica.

Come livello aneddotico ma significativo: dagli ormai aperti archivi sovietici si vede quanto può la stupidità burocratica.

Nelle prime ore dell’attacco all’Unione Sovietica i generali del comando in capo di Stalin continuavano, su suo ordine, a ordinare alle truppe sovietiche di non reagire perché avrebbe potuto trattarsi di una provocazione dei militari tedeschi contro Hitler per… spingerlo alla guerra contro l’Unione Sovietica.

Questo oggi è chiaro, documentato, e dimostra l’ironia tragica per cui è passato alla storia come grande vincitore del nazismo (sulla base di decine di milioni di morti sacrificati per la difesa dell’Unione Sovietica) il “grande leader” che preparò le condizioni per una quasi vittoria del nazismo; che solo la grande forza del popolo russo, dei lavoratori, dei combattenti, cioè di chi ancora restava legato alla sua patria socialista e alle sue conquiste, permise di bloccare.

Trotsky - a differenza di tutti i burocrati, i carrieristi, i frazionisti ,nel senso vero, di tutte le specie- fu, tutta la sua vita, conseguente con una frase contenuta nella sua autobiografia (del 1929) La mia vita.

Credo che sia molto bella e che dia il senso dell’impegno che dev’essere proprio di tutti i marxisti rivoluzionari.
Essa dice: “Mi sono abituato a non considerare la prospettiva storica dal punto di vista del mio destino personale. Comprendere la sequenza causale degli avvenimenti e trovare il proprio posto in questa sequenza è il primo dovere di un rivoluzionario e contemporaneamente è la massima soddisfazione possibile per un uomo che non limiti i propri compiti alle esigenze quotidiane”.

Questo è il senso della soddisfazione della vita che si sceglie con la militanza rivoluzionaria.
Trotsky espresse nella propria scelta di vita il riferimento a una volontà cosciente di non subire la storia, ma di intervenire in essa,da ateo materialista, realizzando appieno le proprie potenzialità di essere umano.
Credo che questa sia la lezione grande, drammatica, bella, della vita di Trotsky. Ciò a partire dalla sua gioventù rivoluzionaria, che lo portò rapidamente a conoscere il carcere.
Perché ha 19 anni, nel 1898, quando viene scoperto dalla polizia il piccolo gruppo clandestino, prima socialista rivoluzionario“populista” poi marxista, in cui milita.
Quindi appunto il carcere, la Siberia, la fuga dalla Siberia, la grande arena del socialismo internazionale, fin dall’inizio, com’era per tutti i militanti socialisti allora.

Può essere interessante, scevri da ogni nazionalismo sia ben chiaro, ricordare che Trotsky ci dice che l’autore che lo spinse dal “populismo” (nome che aveva in Russia il movimento variegato di socialisti rivoluzionari che volevano “andare verso il popolo”, in particolare i contadini) al marxismo fu il filosofo marxista italiano Antonio Labriola.
Quindi lo studio della dialettica, la acquisizione del materialismo dialettico come elemento centrale della comprensione del mondo, della natura, dell’azione politica.
E ha un certo significato, credo, che l’inizio della vita politica di Trotsky sia un po’ incerto, perché inizia col populismo.

Ciò che succede per molti, in termini odierni, col movimentismo, anche se non è esattamente la stessa cosa; poi c’è la comprensione che la politica rivoluzionaria è altra cosa, non è semplicemente dire no e cercare di partecipare a un movimento, o, parlando di allora, “andare verso il popolo”, o, come per esempio i giovani di Lotta Continua 40 anni fa “andare verso i proletari”; ma è costruire un’analisi scientificamente corretta della realtà e dello scontro sociale e politico, individuando su questa base un programma una strategia ferma ed una tattica flessibile, ma sempre derivante da programma e strategia.

Per Trotsky questo salto di qualità parte dalla comprensione del materialismo dialettico, e non casualmente la sua vita si chiude politicamente con una battaglia sul materialismo dialettico, a partire da un problema concreto: la difesa dell’Unione Sovietica.

Rispetto a quei settori della IV Internazionale che di fronte alle mostruosità del patto Hitler-Stalin, , volevano abbandonare il riferimento alla difesa delle Unione Sovietica, la polemica di Trotsky fu incentrata proprio sulla difesa del materialismo dialettico, della comprensione dialettica della natura delle situazioni e dei compiti dei rivoluzionari, rivendicando la difesa dello stato operaio, nonostante la sua degenerazione, non per Stalin, ma malgrado e contro di lui, mantendo indipendenza e contrapposizione politica (si veda la raccolta di testi intitolata “In difesa del marxismo” ).
In questo senso in tutta la sua vita Trotsky è stato, come costruttore del movimento marxista rivoluzionario, e quindi non come “filosofo”,, un elaboratore e difensore del metodo materialistico dialettico che lo aveva spinto a fare da giovane, a 18 anni, il salto dal populismo al marxismo rivoluzionario.

I passaggi successivi della sua vita videro, nei primi anni del ‘900, la lotta contro l’economicismo, cioè quella parte della socialdemocrazia (nome che, come è noto, avevano allora i comunisti) che pensava giusto concentrarsi sulle pure rivendicazioni operaie, disdegnando le battaglie politiche generali.
Battaglia che svolge accanto a Lenin (che la espresse magistralmente nel suo “Che Fare?”). E poi,nel 1903, - dopo essere stato definito per un periodo, come ricorda lui stesso ne La mia vita, il “martello di Lenin” per la forza che metteva nella battaglia politica contro l’economicismo- Trotsky compie l’errore di non comprendere la chiarezza leninista sulla questione del Partito; da qui lo schierarsi con il menscevismo per breve periodo; poi il suo percorrere dal 1904 al 1917 la vita della socialdemocrazia rivoluzionaria russa come militante indipendente, alla testa di una piccola frazione, cangiante in molti dei suoi componenti.

Un allearsi a volte ai bolscevichi, a volte ai loro avversari tra i marxisti russi, circondato dal grande prestigio per le sue capacità teoriche e giornalistiche e per il suo ruolo centrale nella fallita rivoluzione del 1905, come presidente del soviet di San Pietroburgo. Io credo che ci siano lezioni in questo errore di Trotsky: perchè a volte non si comprende che la perfezione, in politica non esiste. Non è esistita per Lenin, non è esistita per Trotsky, non esiste nemmeno per noi ovviamente, a maggior ragione.

Il problema è saper tirare le lezioni giuste dai propri errori e affrontare la realtà sulla base di quello che ci viene dalla storia, cioè dall’esperienza della storia.

Noi possiamo costruirci su quella che è l’esperienza che altri, più grandi di noi, hanno fatto e in questo senso non ripetere i loro errori, perché traiamo le lezioni della loro esperienza.

E’ certamente Trotsky inizialmente non comprese le ragioni di Lenin rispetto la costruzione del Partito, come partito chiaro nelle sue strutture, in funzione delle sue prospettive generali, che pure Trotsky condivideva pienamente, in rottura politica netta con chi manteneva ambiguità rispetto i rapporti con le forze “progressiste” (anche se non bisogna confondere il menscevismo con ciò con cui noi abbiamo a che fare oggi: c’è un abisso, un abisso di classe, tra il menscevismo originario e la politica che i riformisti, pretesi “comunisti”di oggi portano avanti).
Però, nel contempo, nonostante la sua chiarezza su questo punto, nel conflitto nella socialdemocrazia russa e malgrado superi i menscevichi e la loro concezione della “rivoluzione a tappe” , (concezione secondo la quale la Russia è matura solo per una rivoluzione democratico-borghese, per cui i rivoluzionari debbono appoggiare contro lo Zarismo i liberali) Lenin non comprende fino in fondo le dinamiche potenziali di una rivoluzione in Russia. Ed è di Trotsky - con i suoi errori sul partito, con la sua scelta dell’indipendente che ha un piccolo gruppo di sostenitori e che cerca di federare tutti, dai più moderati ai più radicali all’interno del marxismo russo - la comprensione dei processi possibili, la teoria della “rivoluzione permanente” (cioè senza soluzioni di continuità,”tappe” o “fasi” storiche, nel suo percorso).

Ciò che del resto non è un’invenzione di Trotsky; ma che è propria del dibattito già nel movimento operaio tedesco prima della metà dell’800 e che poi Marx ed Engels indicano chiaramente con l’Indirizzo alla Lega dei Comunisti del 1850. Ma è di Trotsky la comprensione che - per lo sviluppo diseguale ma combinato del capitalismo internazionale da un lato e d’altro canto per le particolarità dello sviluppo del capitalismo in Russia (grande industria con concentrazione della classe operaia pur in un paese largamente contadino) - la rivoluzione poteva non fermarsi a uno stadio democratico-borghese; eventualmente ,come pensava Lenin, con una forma di controllo da parte della classe operaia attraverso la dittatura democratica degli operai e dei contadini. E’ Trosky che indica come essa poteva arrivare fino alla presa del potere da parte della classe operaia, alla realizzazione della dittatura del proletariato e all’apertura sul piano nazionale della prospettiva socialista. Solo apertura sul piano nazionale perché quello che era chiaro a Trotsky è che lo sviluppo del socialismo sarebbe stato possibile solo su un piano internazionale.
Concetto che sarà da lui difeso contro quelli che lo accusavano, quando proponeva la rivoluzione permanente, di andare oltre le potenzialità russe. Gli stessi che, una volta arrivati al potere, avrebbero ritenuto possibile realizzare il “socialismo in un solo paese” (quindi “Lasciateci tranquilli governare il nostro Paese, non parlate di rivoluzione internazionale”). Invece Trotsky, d’accordo pienamente con Lenin, sostenne sempre la palese verità, dimostrata poi, a negativo, dalla storia, che il compimento di un processo rivoluzionario socialista può avvenire solo su scala mondiale. E’ da questa dialettica di posizioni che nasce l’incontro del 1917 tra Lenin e Trotsky.
Lenin che, alla luce della guerra imperialista, rivede e supera le posizioni sulle prospettive della rivoluzione del proprio partito (che era il partito più rivoluzionario in Russia ma che aveva questo limite di comprensione); accetta nei fatti la prospettiva della rivoluzione permanente e si incontra con Trotsky. Il quale, a sua volta, capisce - di fronte al tradimento della socialdemocrazia, alle divisioni dei menscevichi (che non sono tutti socialpatrioti, alcuni sono internazionalisti ma inconseguenti, semipacifisti e via dicendo) che Lenin aveva ragione sul Partito.

Lenin stesso ricordò successivamente che da quando Trotsky aveva capito di avere avuto torto sul Partito non c’era stato miglior bolscevico di lui.

E così Trotsky fu il grande dirigente, con Lenin, della Rivoluzione.

Il principale dopo Lenin, agli occhi di tutti, agli occhi del mondo.
Così si parlava allora: Rosa Luxemburg diceva “Lenin e Trotsky e la loro rivoluzione”. (C’è sempre un limite nell’individualizzazione di grandi fenomeni, perché la rivoluzione è un processo di massa, di milioni di persone, e anche la sua avanguardia è di migliaia o di decine di migliaia di persone; però c’è un ruolo di direzione di questo processo, da qui l’identificazione; e allora si diceva “La rivoluzione di Lenin e Trotsky”).

Gli oppositori lo dicevano e anche Stalin affermava in un articolo: “Il più grande realizzatore della rivoluzione russa dopo Lenin è stato il compagno Trotsky”.
(ovviamente ciò non fu ripetuto nei successivi articoli e nelle successive opere di Stalin sulla rivoluzione, e tale articolo fu rapidamente cancellato).
Perché ,dopo la vittoria e il consolidamento della rivoluzione - grazie anche grande opera di Trotsky come dirigente dell’Armata Rossa nella guerra civile e di costruttore dello stato operaio- era iniziato lo scontro mortale tra i militanti fedeli alla prospettiva rivoluzionaria, con Trotsky alla testa, e la burocrazia.

Non Trotsky contro Stalin, ma l’Opposizione di Sinistra capeggiata da Trotsky contro la burocrazia, che si cristallizzò sulla base del fallimento o insuccesso della rivoluzione internazionale (le sconfitte nei paesi dell’Europa Centro-Occidentale che non estendono la rivoluzione), sullo sviluppo dei privilegi dell’ apparato statale e di partito di un paese arretrato, di un paese impoverito dalla guerra prima e dalla guerra civile dopo; apparato che sempre di più si allontanava dalla prospettiva su cui era nata la rivoluzione e dal marxismo.

E’ importante ricordare che questa battaglia non riguardava solo la questione, che pure è centrale, del dominio burocratico.
Questo fu il punto di partenza: prima con il tentativo di Lenin malato di costruire un blocco con Trotsky contro Stalin e la nascente burocrazia ( nella sua ultima lettera al comitato centrale del partito Lenin, passata alla storia come “Il testamento di Lenin”, scriveva testualmente: “Stalin è troppo brutale e questo difetto diventa intollerabile nella sua funzione di segretario generale.
Perciò io propongo ai compagni di pensare alla maniera di togliere Stalin da questo incarico”); tentativo frustrato dal collasso finale della sua salute.

Poi alla fine del ’23 e all’inizio del ’24, con la grande battaglia di quel 10-15% del partito bolscevico che nell’ultimo dibattito aperto e libero (dibattiti aperti ce ne furono ancora per alcuni anni ma non furono certamente liberi) nel Partito, quello per la Conferenza del gennaio ’24, si schierò con le posizioni dell’Opposizione di Sinistra.
Ma questa battaglia contro il dominio burocratico era intersecata col dibattito sulle questioni internazionali: con la critica all’Internazionale Comunista per il suo ruolo inconseguente, frutto in questo caso non di volontà, ma d’incapacità politica.

Così rispetto al processo rivoluzionario che stava sviluppandosi in Germania nel’23 dopo la perdita dell’occasione del’19 (imputabile alla socialdemocrazia che massacrò Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht per difendere il dominio borghese).
E il fallimento della rivoluzione nel 1923 fu dovuto in gran parte non all’incapacità del Partito Comunista Tedesco ma dell’Internazionale che stava dietro a questo partito.

Così rispetto alla rivoluzione cinese del ‘25-27, con la lotta contro la capitolazione alla borghesia nazionale del Partito Comunista Cinese; politica neomenscevica imposta ai dirigenti cinesi: infatti i massimi dirigenti del PCC erano contrari tale linea. Io ho avuto l’onore, di conoscere nella mia gioventù quello che era stato il compagno più importante ,dopo il Segretario, nell’Esecutivo del Partito Comunista Cinese negli anni ’20,- in esilio in Europa, perché, dopo esser stato per anni in prigione sotto il regime del Guomindang, ci sarebbe certamente finito anche durante il regime maoista: il dirigente della IV Internazionale Peng Shu-tse.
Egli e insieme a lui quello che era il Segretario e il fondatore del movimento comunista cinese Chen Duxiu (anche lui passato al trotskysmo nel 1929 e successivamente dirigente della IV Internazionale) furono obbligati a mantenere un blocco con la borghesia da Stalin e dall’Internazionale Comunista e quindi costretti a una disfatta. Una battaglia, quella dell’opposizione di sinistra che è continuata, per citare solo i punti essenziali, contro le teorie e le pratiche dello stalinismo successive a queste sconfitte. Contro l’avventurismo burocratico dello stalinismo. Infatti nella storia dello stalinismo c’è anche questa deviazione; espressa in primo luogo quando si individuava, in particolare nella Germania dei primi anni ’30, il nemico principale nella socialdemocrazia (“Il nazismo non è un grande pericolo e se Hitler andrà al potere bene, prima Hitler e poi noi”, questo era la politica ufficiale dell’Internazionale Comunista stalinizzata, “ Prima Hitler, poi Thaelmann”, -il segretario del Partito Comunista Tedesco- questo era lo slogan del partito comunista tedesco stalinizzato). Una battaglia quindi anche contro le semplificazioni “radicali”, che tante volte ci troviamo a dover fare anche noi, come Partito Comunista dei lavoratori, ovviamente in un quadro politico e storico molto diverso.

Una battaglia contro la semplificazione, il rifiuto di comprendere che noi dobbiamo guadagnare le masse, non dobbiamo accontentarci di testimoniare un nostro antagonismo, pur radicale, a questa società, ma la vogliamo abbattere per costruire il socialismo. Non siamo ribelli, siamo rivoluzionari, quindi ci poniamo il problema di cambiare la società e quindi il problema di conquistare anche quelli che sono lontani da noi nella nostra classe, nei movimenti di massa. Da ciò la linea del fronte unico, delle parole d’ordine transitorie, del non ultimatismo, della comprensione dei processi politici e del rifiuto delle semplificazioni. Furono delle semplificazioni avventuriste quelle che portarono nel’33 alla sconfitta in Germania.
Dal bilancio di essa nacque (non a caso non su un problema legato unicamente o prevalentemente alla degenerazione in Russia, ma su una sconfitta politica della rivoluzione internazionale, con la vittoria della controrivoluzione in Germania) il salto politico verso la costruzione della IV Internazionale e l’inizio di quella che Trotsky considerò l’opera centrale della sua vita. Tutta la vita di Trotsky nell’ultimo periodo fu un tentativo di raggruppare sulle basi fondamentali e coerenti del marxismo rivoluzionario l’avanguardia rivoluzionaria, da provenienze diverse (dalla estrema sinistra della socialdemocrazia per esempio, per azione dell’entrismo in quegli ambiti). Trotsky affermò, (cito a memoria e quindi in senso generale) : “Lenin fu essenziale per la rivoluzione russa, io ho avuto un ruolo, ma senza di me sarebbe ugualmente avvenuta".

Se Lenin non fosse rientrato dall’esilio la rivoluzione presumibilmente non sarebbe avvenuta, perché l’elemento fondamentale fu che Lenin cambiò l’indirizzo politico del partito bolscevico. Cosa che Lenin potè fare perché aveva costruito insieme ai suoi compagni un partito capace di rispondere positivamente al suo leader, che sulla base dell’esperienza poneva una svolta politica. Però senza questo leader che tornava e cambiava la linea io avrei potuto con un piccolo gruppo di sostenitori proclamare la possibilità di una dittatura del proletariato, ma non ci sarebbe stata la preparazione dell’avanguardia organizzata per questo. Oggi invece io sono essenziale perché oggi la battaglia è quella per la IV Internazionale”.

Io credo che sia stato così, nonostante l’assassinio, la morte, senz’altro largamente prematura, di Trotsky.

Nonostante gli avvenimenti successivi, io credo che questa sia stata un’essenzialità di Trotsky.
La battaglia dei marxisti rivoluzionari sarebbe stata 100 volte, o 1000 volte, più difficile senza quel filo rosso di tradizione, di immagine , di continuità politica che Trotsky ha rappresentato. E questa battaglia Trotsky la sviluppava anche (lui lo sottolineava) a nome delle migliaia di trotskisti che morivano in quegli anni fucilati in Unione Sovietica. In riferimento alla battaglia di quell’Opposizione di Sinistra, manteneva la continuità e la portava nel movimento operaio internazionale, in particolare in Occidente, perché in Russia ormai i legami diretti erano tagliati. Una battaglia, quella di Trotsky , che appunto esemplifica quella delle migliaia di rivoluzionari dimenticati. Russi, ma non solo; come i cinesi che studiavano all’università di Mosca, tutti comunisti ovviamente, che si schierarono in larga maggioranza con Trotsky, di cui nessuno o quasi ricorda i nomi; morirono insieme ai trotskisti russi e a tanti altri.

Tutti vittime di quell’apparato di falsificazione (si vedano i famosi processi di Mosca del 1936-38 con confessioni inverosimili estorte con la tortura) e di massacro organizzato e diretto da quello che è stato il più grande assassino di comunisti della storia, Josef Stalin (e questa, precisiamolo, non è un’opinione ma un oggettivo e incontrovertibile fatto storico). Ed è questo, intorno alla metà degli anni ’30, il periodo della lotta, oltre che contro la dittatura totalitaria in URSS ( analizzata magnificamente nel suo “La rivoluzione tradita”), contro la politica dei cosiddetti “Fronti Popolari”.
Cioè contro la politica dei partiti socialisti e di quelli comunisti stalinizzati, ormai divenuti apparati neoriformisti controrivoluzionari, di alleanza, in nome dell’antifascismo, con la borghesia cosiddetta “progressista”; ovviamente sul programma e nell’interesse di quest’ultima. In realtà questi malnominati “fronti popolari” avevano lo scopo di prevenire le possibilità di una vera rivoluzione proletaria, come si vide con chiarezza in Spagna dove il ruolo di repressore della avanguardia proletaria (trotskysti, comunisti antistalinisti e anarchici conseguenti) fu giocato appunto dallo stalinismo sia locale, che internazionale, con i suoi Togliatti, Vidali, Marty, etc. E naturalmente con la politica rinunciataria dei fronti popolari - come appunto si vide in Spagna, ma sostanzialmente anche in Francia- la reazione non fu vinta, ma anzi trionfò.

Le lezioni politiche di questa lotta contro la collaborazione di classe sono totalmente attuali.
Esse inoltre sottolineano un fatto fondamentale: il trotskismo non è solo antistalinismo. E’il marxismo rivoluzionario della nostra epoca.
Da tempo oramai, da oltre 70 anni appunto, il movimento trotskista è diventato l’unica forza politica reale che si pone il compito concreto di realizzare la rivoluzione socialista internazionale.

Non è una questione di democrazia operaia contro la degenerazione burocratica.

Ovviamente c’è anche questo aspetto, ma esso parte dalla comprensione che la degenerazione nasce da un processo che costituiva l’affossamento della prospettiva della rivoluzione socialista internazionale e quindi della liberazione dell’umanità.


Quando crollò lo stalinismo in URSS e nell’Europa centro-orientale molti espressoro concetti come quello di un intellettuale brillante e vecchio militante, Pierre Broué, che ha scritto una apprezzata biografia di Trotsky, pubblicata anche in Italia.

Brouè disse, a dire il vero cercando successivamente di ritrattare in parte: “Adesso, crollato lo stalinismo, il senso del trotskismo viene meno”. NO, assolutamente no. Solo chi ha frainteso, magari scrivendone brillantemente, il senso della battaglia di Trotsky e della IV Internazionale e i compiti che si davano può confondersi su questo terreno. La fine dello stalinismo non significa minimamente la fine dei compiti del movimento trotskista. Il trotskismo è un movimento che rivendica la continuità rivoluzionaria alla luce dell’esperienza del movimento operaio: da Marx, alla rivoluzione russa, alla lotta contro lo stalinismo, all’analisi del fascismo, al mantenimento della lotta per l’indipendenza di classe rispetto a ogni collaborazione di classe, ai fronti popolari di forme diverse che, oggi come ieri, ci troviamo di fronte; tutto ciò in funzione della realizzazione della rivoluzione socialista internazionale. Per questo la nostra proposta non è una proposta del passato, è assolutamente attuale e in un certo senso lo è a maggior ragione di fronte alla crisi e alla morte dello stalinismo.

Morte o trasformazione capitalistica dei regimi stalinisti (come nella attuale Cina) che deriva dalla natura storicamente restaurazionista dello stalinismo come Trotsky magistralmente analizzò.
Pochi mesi prima di morire, intuendo i rischi che correva e sentendo avanzare l’età e i suoi rischi (i 60 di allora non erano esattamente quelli di oggi) Trotsky scrisse il suo testamento politico e personale in cui affermava tra l’altro: “Per 43 anni della mia vita cosciente sono stato un rivoluzionario; per quarantadue ho lottato sotto le bandiere del marxismo. […..]

Morirò da rivoluzionario proletario, da marxista, da materialista dialettico e quindi da ateo inconciliabile.

La mia fede nell’avvenire comunista del genere umano non è meno ardente, anzi è ancora più salda, che nei giorni della mia giovinezza[…..] La vita è bella.
Possano le generazioni future liberarla da ogni male, oppressione e violenza e goderla in tutto il suo splendore” Le ultime parole di Trotsky mentre agonizzava nelle ore dopo l’attentato furono di affetto per la sua compagna Natalia Sedova,ed anche questo è bello , ma le ultime parole politiche, furono

“Sono sicuro della vittoria della IV Internazionale, andate avanti”,

un messaggio ai compagni e alle compagne.
La storia ovviamente è stata più complessa.

Proprio l’espansione dello stalinismo fu uno dei fattori, insieme alla ripresa del capitalismo, a fare sì che dopo la II Guerra Mondiale la IV Internazionale non sia stata all’altezza delle aspettative di Trotsky.

In particolare per l’espansione dello stalinismo; perché quando avvenne il processo di degenerazione iniziale del movimento trotskista il boom capitalista non si era ancora consolidato e tantomeno era chiaro al gruppo dirigente della IV Internazionale. Quel che appariva chiaro è che lo stalinismo sembrava trionfare nei processi rivoluzionari. Da qui la teoria del leader di allora, parliamo del 1950, dell’Internazionale, il greco Michel Raptis detto Pablo, - accettata non dalla totalità, ma dalla maggioranza dei dirigenti, tra cui un giovanissimo Livio Maitan -, teoria secondo cui si aprivano “ secoli di stati operai di transizione necessariamente lontani dalle norme della democrazia operaia”, perchè lo stalinismo avrebbe compiuto la rivoluzione socialista nel mondo, nell’ambito dello scontro che allora sembrava dirompente con l’imperialismo. Insomma, se la via del socialismo era quella, bisognava adattarsi, abbandonare il trotskismo “ortodosso”, le “vecchie” concezioni del marxismo rivoluzionario, mantenere un sentimento di lotta per la democrazia operaia, ma in definitiva far parte del processo reale che si vedeva in quei termini.

Come spesso succede, i grandi innovatori furono assai più miopi del leader storico che tradivano.
Nei fatti non tradivano lui come individualità; tradivano il pensiero politico e la battaglia del trotskismo precedente, con una politica di adattamento, alla ricerca del leader che potesse risolvere i problemi per loro; allora era lo stalinismo , la sinistra stalinista con i Tito, Mao, Gomulka, etc.; poi saranno molti altri, molto più modestamente; arrivando fino a Fausto Bertinotti, che i compagni di quella che sarebbe divenuta Sinistra Critica, hanno per anni sostenuto, sperando assurdamente nei risultati di una politica di pressioni su di lui. Trotsky era molto più lungimirante, scrivendo nel 1938, rispetto all’URSS e al ruolo della burocrazia, questa frase ne Il programma di transizione:

Il pronostico politico ha un carattere alternativo: o la burocrazia, divenendo sempre più l’organo della borghesia mondiale nello stato operaio, distrugge le nuove forme di proprietà e respinge il Paese nel capitalismo o la classe operaia schiaccia la burocrazia e si apre la via verso il socialismo”.

Questa era l’alternativa vera: non burocrazia- con la classe operaia al suo seguito- contro l’imperialismo, come affermavano Pablo e i suoi sostenitori, ma classe operaia contro imperialismo e burocrazia storicamente restaurazionista. Purtroppo sappiamo com’è andata. Ma la giustezza dell’analisi di Trotsky, sulla base della comprensione materialista delle classi, dei settori sociali in lotta e del divenire storico, è stata io lampantemente dimostrata e dà valore alla nostra battaglia, alla nostra comprensione della realtà. Certo la battaglia è più complessa, appunto per questa crisi di dispersione, di degenerazione in parte, della IV Internazionale; cosa che però non deve essere vista mai, da marxisti, come un dramma assoluto. C’è un testo di Trotsky, pochissimo conosciuto perché non è un testo importante, è un testo di discussione della fine degli anni ’30. In esso un critico dubbioso nel movimento operaio gli chiedeva: “Ma che garanzie abbiamo che anche questa Internazionale non degeneri? E’ degenerata la I Internazionale, poi la II, poi la III” e Trotsky risponde ( cito a memoria in senso generale):

Nessuna. Se degenererà dovremo ricominciare, è la storia che lo decide, perché quello che ci muove, non è un partito o un Internazionale visto come fine, ma la volontà di cambiare questo mondo nell’unico senso possibile, in senso socialista, con la rivoluzione”.

Mi pare che non ci siano elementi , con tutte le differenze da 70 anni a oggi, per dire che questo obiettivo ha da essere cambiato, o modificato. Bisogna costruire pazientemente il processo per la rivoluzione socialista e in questo senso bisogna rifondare la IV Internazionale. Rifondarla perché non esiste più attualmente una IV Internazionale, né piccola né grande, degna di questo nome. Rifondare la IV però e non la V perché il suo processo di degenerazione è stato diverso, meno grave di quelli precedenti; perché settori dispersi di questo movimento possono far parte della sua rifondazione e perché ancora bisogna presentare una IV Internazionale di massa, e quindi completare l’opera che Trotsky e i suoi compagni hanno iniziato, in così difficili condizioni, alla fine degli anni ’30. E’ quello che cerchiamo di fare come Partito Comunista dei Lavoratori, nell’ambito della nostra partecipazione, con partiti e militanti di tanti altri paesi, al Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale.

Quindi così, io credo, noi oggi dobbiamo ricordare Trotsky, nel settantesimo del suo assassinio; continuando ad andare avanti nella prospettiva della rivoluzione socialista internazionale con “il pessimismo della ragione”, quindi comprendendo tutti i nostri limiti; ma anche con “l’ottimismo della volontà. Perché chi avesse affermato solo 15 anni prima del 1917 che era possibile una rivoluzione socialista nell’impero dello zar sarebbe stato considerato dai più, anche all’interno del movimento operaio, come un folle. Eppure la storia, che è stata fatta dall’ottimismo e dalla volontà di tanti rivoluzionari (con alla loro testa, in quell’occasione, Lenin e Trotsky) ha dimostrato che si può cambiare il mondo. Noi dobbiamo continuare la loro lotta tesi a questo scopo e ,in questo senso, fedeli alla bella e grande tradizione e esperienza che ci hanno lasciato come eredità Trotsky e i compagni che con lui hanno lottato in quegli anni lontani.

giovedì 18 novembre 2010

SUL ROMANZO IN GENERE, SUL ROMANZO "I TRE" IN PARTICOLARE TROTSKY 1902

Sul romanzo in genere, sul romanzo ‘I tre’ in particolare Trotsky (1902) Pubblicato per la prima volta in “Vostocnoe Obozrenie” (Rivista dell’Est) n.56 il 9 marzo 1902. Ripubblicato nel Volume XX delle Opere Complete di L. D. Trotsky nel 1926 all'interno del volume “Problemi della cultura. La cultura del vecchio mondo” (Mosca-Leningrado 1926). Si ringrazia La Giovane Talpa, Novembre 2003 HTML mark-up per il MIA: mishù, Novembre 2003 

Volendo ritornare con la mente ai capolavori degli ultimi anni, si può giungere alla conclusione, che il romanzo lento, ricco di contenuto, che ricordava il lungo antico viaggio per le poste è morto... Prima i lunghi preparativi per il viaggio: il “prologo”. Quindi una lunga serie di “parti” e di “capitoli” come una fila di soste e di fermate per un giorno, quando un viaggiatore si ferma, si riscalda con il tè e fa riposare le sue gonfie membra. E infine l’“epilogo”, il coronamento del romanzo, e insieme, il tranquillo rifugio per il viaggiatore stanco... Se il vecchio buon romanzo vedesse un racconto, uno schizzo, un saggio, uno studio.... rinnegherebbe con spregio questa minuzzaglia letteraria con uno dei suoi molteplici capitoli. Non so il lettore, ma io non vedo il motivo di affliggersi per questa “degenerazione”. Io ricordo i racconti e i saggi di Korolenko, di Čekov, di Gorkij, di Veresaev, di Leonid Andreev, del quale spero di parlare al più presto, e mi rifiuto di affliggermi. Questi piccoli innocenti schizzi e studi, come schegge, tal volta rimangono nella coscienza letteraria. Il piacere artistico ottenuto da un romanzo non può essere mai cosi completo come quello dato da un racconto o da un saggio. Il romanzo per questo è troppo ampio, non sta in uno sguardo, non si legge in una sola volta... Esso viene letto con diversi stati d’animo, una impressione talvolta non si lega con l’altra e la fisionomia del romanzo, nel complesso, senz’altro sbiadisce. Altra cosa è un saggio, un racconto. Questa opera viene inghiottita per intero e solo dopo si espande nella coscienza, assimilando le “dolorose cicatrici” del cuore letterario. È qualcosa che ci ricorda un tipo di caccia ai lupi estremamente “inumana”. I lupi vengono attirati con il “baffo della balena” piegato in cerchio e surgelato. Il lupo che è abituato ad aver che fare con la carcassa dei bovini inghiottisce l’esca: l’anello scongelandosi all’interno si raddrizza e il disgraziato animale, paga con la vita. A dire il vero, il lettore sopravvive, ma per il resto assomiglia a quel lupo... Anche lui considera un “vero” alimento le grandi carcasse dei romanzi in cinque parti e abbastanza imprudentemente inghiottisce i prodotti concentrati di arte letteraria... Fa male! Penetrando nel suo inconscio detti schizzi e saggi si distendono con un’energia elastica proporzionata - come i baffi di balena nello stomaco di lupo - e producono grandi ferite nell’anima del lettore... Esiste ancora un altra ragione che dà al piccolo racconto “concentrato” un vantaggio in confronto al grande romanzo. Il piacere artistico è completo solo quando lo scrittore non opprime la vostra immaginazione con una serie di particolari o con l’abbondanza di materiale preso dalla realtà. Anche voi disponete di una certa immaginazione che vuole una parte di iniziativa. Lo scopo dell’artista è di suscitarla, di dargli i motivi per una creatività autonoma dei quadri e delle immagini. Non bisogna mettere sotto tutela la fantasia del lettore. Ecco perché su molteplici spettatori i veloci studi di prova del pittore producono delle impressioni più forti del quadro finito. Ed ecco perché il racconto nel quale l’eroe viene presentato nei momenti più “patetici” della sua vita produce un’impressione più completa e definita che nel romanzo, nel quale prima viene partorito l’eroe quindi viene educato e formato, in un tempo prefissato introdotto alla luce, e solo dopo di ciò lo si fa passare attraverso una serie di situazione patetiche allo scopo di farlo infine trapassare con una o con l’altra morte. Qui l’immaginazione del lettore continua ad essere sempre “guidata”. E così il romanzo sarebbe morto. No, non è morto ed è ancora presto scrivere i necrologi. Già ai tempi di Belinskij la novella era passata in primo piano. Il grande critico scriveva nel 1835 che “il romanzo si è tirato rispettosamente da parte e si è fatta passare avanti la novella”. Questa giusta generalizzazione non ha pregiudicato l’uscita dei romanzi di Gončarov, Turgenev, Dostoevskij, Pisemskij, Tolstoj... E non c’è nessun motivo di aspettarsi che in un futuro a noi prevedibile la letteratura rinuncerà a quei quadri sintetici di vita che possono essere concentrati sull’illimitatamente grande campo del romanzo.

 La vita si complica, la vita si arricchisce... La letteratura è costretta, non a rinnegare le vecchie forme di personalizzazione artistica, ma a crearne di nuove. Il romanzo rimane come una cornice sociale per tutte quelle bellezze ed orrori della vita che nelle immagini e nei quadri isolati ci guardano dalle pagine dei racconti e dei saggi. Quindi parlando in generale non c’è, e non ci può essere, antagonismo tra questi due generi letterari. Il romanzo ci affascina per l’ampiezza di presa sociale mentre il racconto ottiene lo stesso effetto con l’energia del colpo psicologico. Se il romanzo è morto come forma obbligatoria. con tutta la sua forma tradizionale rituale di capitoli, di parti, di prologhi e di epiloghi, esso vive come contemporanea Iliade, come poema della Realtà. * * * “Per vivere in questa vita, bisogna avere i fianchi di ferro, cuore di ferro... se no vivere, come tutti... senza pensieri, senza coscienza”... (Gorkij, “I tre”) Ci è toccato sentire che alcuni trovano una certa delusione passando dalla lettura dei saggi e dei racconti di Gorkij alle sue opere più voluminose come “Foma Gordeev” e “I tre”. Gorkij non è colpevole.
Non si può pretendere che durante la lunga lettura dell’opera il lettore non cambi umore e conservi sempre lo stesso interesse. Il romanzo non è un saggio e 400 pagine non sono 20. In compenso questi romanzi ci danno una ampia immagine dell’ambiente quotidiano-sociale che non può dare nemmeno più spiccato saggio. Dell’ultimo romanzo di Gorkij bisogna parlare o molto oppure molto poco. Io ne parlerò poco - per diversi motivi... “I tre” è il dramma degli sforzi isolati e vani, della singolare e disperata lotta con la vita per un pizzico di felicità, per un sorso di gioia... Ecco il postino Iljia Lunev, con la sua grande forza di volontà, con la sua mente lucida e pratica... Lui chiede per sé una vita “limpida”, modesta ma satolla, tranquilla e ordinata, la buona, “vera” felicità... Ma ahimé! qualche mano invisibile, ma potente, lo spinge sempre là dove è peggio... «Per tutta la vita finisco nell’immondizia”... si lamenta lui infuriato. Dov’è e chi è quell’invisibile nemico, tre volte maledetto che “mi spinge tutta la vita in situazioni oscure, sporche e malvagie?... Mentre quando è probabilmente vicino a quella “pura” felicità borghesuccia, essa perde per lui i tratti allettanti, sbiadisce e diventa l’incarnazione della noia, dell’assurdità, della trivialità... Sforzi vani, il senso della vita perduto. Eccolo il figlio del taverniere, il sognatore e mistico Jakov Filimonov.

Anche lui vuole poco: rimanere intangibile sull’isoletta deserta dei suoi interessi chimerici e delle sue ricerche metafisiche. La differenza fra Iljia e Jakov è evidente nella seguente conversazione. Jakov, sognatore e pieno di sentimento verso tutto quel che lo circonda, vede in ogni cosa un mistero, un interrogazione. A lui, giovanotto così ignorante, come per il grande mistico Carlyle, il fuoco sembra un miracolo. “Da dove proviene? Un attimo c’è e subito dopo non c’è! Accendi il fiammifero, e brucia. Dunque - esso c’è sempre... Forse vola in aria invisibilmente?”. Del tutto diversamente affronta il problema Iljia. Ma più che affrontarlo egli ci gira intorno. “Dov’è?» esclama egli con irritazione. «Non so. E non lo voglio sapere. So che mettere la mano sul fuoco non si può, ma scaldarsi vicino ad esso sì. Questo è tutto”. «... Sarebbe bello andare via da tutto in qualche parte! - sogna Jakov - Sedersi da qualche parte vicino al boschetto, sulla riva del fiume e riflettere su tutto”...Ma non ha dove andare... il bancone della taverna di suo padre lo separa dal resto del mondo... E lui starnutisce... Mansueto, mite sognatore, lui fin dall’infanzia “destinato a scomparire dalla vita”... Ed ecco il terzo, il meccanico Pavel Gracev, dal carattere irruento, spontaneo, “sensuale”. Egli non medita sulla provenienza del fuoco come Jakov e non si pone davanti a sé determinati scopi pratico-quotidiani per tutta la vita come Iljia. Egli semplicemente vuole vivere con tutte le sue fibre e nervi senza “saggi” giudizi e riflessioni metafisiche. Vivere: e basta. “Io in tutta la mia vita, dall’età di dieci anni, faccio un lavoro pesante. Ciò mi permette di vivere...” - si rivolge a qualcuno con astio. Ma questo “qualcuno” non lo permette. “Egli” costringe Pavel a dividere anche la donna amata con commercianti ubriachi... E quando questa poveretta fa’ un tentativo di “liberarsi” e ruba al commerciante in sua compagnia il portafoglio, il nemico sconosciuto la raggiunge con la mano giustiziera vigilante... Che cosa è la vita per Iljia, per Jakov, per Pavel: per “i tre”? Un vortice, uno sporco indecente vortice. Il saccheggio, il brigantaggio, la ladroneria, l’ubriachezza, la fangaglia di qualsiasi tipo e il disordine... la vita è tutta qui. E non c’è via d’uscita, né spiraglio di luce e non c’è salvezza...

Non si può uscire da questo torrente: “navighi nello stesso fiume e ti bagna la stessa acqua...Vivi, come stabilito per tutti: Non c’è luogo dove nascondersi”. “Qualcuno” con la sua mano colossale e ruvida deforma i loro corpi, schiaccia, dimena e storpia loro anime, spezza i loro desideri e infine li getta - come cagnolini - in qualche stretta, puzzolente crepa..... “«Mi soffoca il destino...» si lamenta Lunev, - e Pashku soffoca, e Jakov... tutti”. In quella lingua metaforica che inerisce a tutti i personaggi di Gorjkij, Iljia ricapitola le conclusioni della sua esperienza di vita: “l’uomo viene circondato dai casi che lo dove vogliono come fa la polizia con il ladruncolo”. Tutto l’orrore della loro situazione, di questi “tre” e delle centinaia di migliaia di loro simili consiste nel fatto che per loro non c’è la possibilità di mettersi faccia a faccia con il nemico invisibile... Nella loro coscienza la causa delle sventure è il destino, il caso, l’incontrollabile forza oscura. Questo fatalismo sociale è quella parentesi comune entro la quale con il segno più o meno entrano senza eccezione tutti gli eroi di Gorkij, tutti quelli superflui e inutili o semplicemente ammaccati dalla vita. “...

Il nemico che porta l’offesa non era evidente - esso era invisibile”. Luniev di nuovo sentiva che sua rabbia così come la pietà non serve...”. «Io adesso sento che tutto non vale un ficco secco”, dice Iljia, ma immediatamente riconosce di “non capire niente”... Quei sentimenti che ha accumulato nella sua esperienza di vita non sono illuminati da un atteggiamento consapevole verso la realtà e di conseguenza non trovano posto nel lavoro sociale. Rabbia a se stante, ottusa - ecco il risultato limite... Ma non è giusto lettore, trarre dal romanzo di Maxim Gorkij conclusioni pessimistiche e di conseguenza non è bene finire l’articolo dedicato a questa opera con note afflitte. C’è ancora polvere da sparare nella vita... E guardate che vista si presento a Iljia Lunev nel cimitero: “...dappertutto, dalla terra energicamente spuntavano verso la luce cespugli ed erba nascondendo le triste tombe, e tutto il verde del cimitero era pieno del desiderio intenso di crescere, svilupparsi, assimilare luce e aria, trasformare i succhi della terra in colori, in odori e in bellezza che accarezza il cuore e gli occhi. La vita vince dappertutto, la vita vince sempre...” La vita è la distruttrice travolgente, la creatrice e innovatrice universale... Gloria alla giovane, ineluttabile Vita!

venerdì 8 ottobre 2010

LE LEZIONI DELL'OTTOBRE STRATEGIA E TATTICA DELLA CONQUISTA DEL POTERE



Le lezioni dell'Ottobre Strategia e tattica della conquista del potere Questo saggio è stato scritto nell'ottobre 1997 ed è comparso (con qualche taglio) in "Ottobre '17. L'assalto al cielo", inserto di "Proposta" n. 18, ottobre 1997. E' stato ripubblicato nel n. 8 di "Marxismo rivoluzionario", fascicolo speciale intitolato "1917. La Rivoluzione d'Ottobre" (novembre 2007), curato dalla redazione de "Il giornale comunista dei lavoratori", organo di stampa del Partito comunista dei lavoratori. (t.b., 26-10-2009) Link alla cronologia della rivoluzione russa Il problema fondamentale di tutte le rivoluzioni è quello del potere dello Stato. [V.I. Lenin, Sul dualismo del potere, 1917]. La questione del potere… è in generale la pietra di paragone che determina il carattere di un partito rivoluzionario (e anche non rivoluzionario). [Lev Trotsky, Le lezioni dell’Ottobre, 1924].

 L’importanza storica della rivoluzione d’Ottobre risiede innanzi tutto in ciò, che nell’ottobre ’17 in Russia, per la prima volta, il proletariato è riuscito a conquistare e a conservare il potere statale, ponendo le premesse per affrontare il problema della transizione al socialismo. La questione del potere politico è di importanza centrale per la rivoluzione socialista per la specificità di quest’ultima rispetto alla rivoluzione borghese. Mentre per la borghesia, che disponeva già in partenza di un rilevante potere economico che le conferiva una larga influenza materiale e ideologica sull’insieme della società, la conquista del potere politico si poneva come “completamento” della sua emancipazione sociale, per il proletariato, che parte dalla condizione di classe oppressa e sfruttata, la conquista del potere politico si pone come primo passo e precondizione della sua emancipazione e della trasformazione socialista. È questo un concetto elementare del marxismo (confermato peraltro da due secoli di storia), eppure esso viene negato o rimosso non solo dal riformismo ma anche da correnti estremiste. Non è possibile tuttavia ragionare sull’Ottobre e sulle sue lezioni se non si ristabilisce prioritariamente questo punto fermo che è la chiave di volta per comprenderlo. La rivoluzione russa del ’17 si sviluppa, come è noto, tra il febbraio (rovesciamento del regime zarista) e l’ottobre (instaurazione del governo dei soviet). In questi otto mesi si intrecciano due partite fondamentali: la prima è la partita per l’egemonia all’interno della rivoluzione, per conquistare la maggioranza della classe operaia e dei contadini; la seconda è la partita con l’avversario di classe per il potere statale. Le due partite si intrecciano, ma la vittoria della prima è la condizione per la vittoria della seconda. I bolscevichi risolsero a proprio vantaggio la seconda perché prevalsero nella prima.

La cerniera fra queste due partite fu, in buona misura, la conquista dei soviet e la loro difesa come strumenti autonomi delle masse in contrapposizione al governo di coalizione e all’apparato dello Stato (borghese) in via di riassestamento e ricostituzione dopo il terremoto del febbraio. Artefice insostituibile di questa duplice partita vittoriosa fu il partito bolscevico. Senza la funzione di guida di un partito forgiato da una lotta ventennale e armato di una visione adeguata dei compiti, l’enorme energia rivoluzionaria dispiegata dalle masse si sarebbe molto probabilmente dispersa in conati insurrezionali generosi ma senza sbocco. Una prova a contrario di questo lezione si ebbe con il fallimento dei tentativi rivoluzionari in Europa, e in particolare in Germania, nel primo dopoguerra.
Lo rilevava Lev Trotsky in un testo del ’24 che, per la prima volta, provava a fare un bilancio politico dell’esperienza russa (Le lezioni dell’Ottobre): «Si è visto che in mancanza di un partito capace di condurre la rivoluzione proletaria, questa rivoluzione diventa impossibile. Il proletariato non può conquistare il potere con un’insurrezione elementare; anche in un paese di alto livello industriale e culturale come la Germania una rivolta elementare dei lavoratori (nel novembre 1918) si è rivelata capace soltanto di affidare il potere alle mani della borghesia. Una classe possidente è in grado di conquistare il potere, strappato dalle mani di un’altra classe possidente, appoggiandosi alle ricchezze della sua “cultura”, ai suoi innumerevoli legami col vecchio apparato statale. Per il proletariato, invece, nulla può sostituire il partito» (1). La rivoluzione russa e il marxismo Due settimane dopo l’Ottobre Antonio Gramsci salutava la conquista bolscevica del potere in Russia definendola «la rivoluzione contro il “Capitale”» (2). Con tale formula paradossale, egli coglieva un fatto essenziale: l’Ottobre segnava la rottura con la tradizione scolastica e ossificata del marxismo della II internazionale e allo stesso tempo confermava l’interpretazione viva, dialettica, del metodo e del pensiero di Marx che aveva ispirato i rivoluzionari russi. Eppure, anche oggi non manca chi, anche a sinistra, non teme di sostenere che la rivoluzione del ’17 in Russia avrebbe smentito il marxismo perché esso l’attendeva nei paesi capitalisticamente più sviluppati; ovvero, all’opposto, che il marxismo di Lenin (e di Trotsky) avrebbe condiviso gli stessi limiti di economicismo, meccanicismo ecc. di quello della II Internazionale. Nulla di più falso. Semmai, le analisi e le previsioni dei maggiori rivoluzionari marxisti sulla natura della rivoluzione russa — prima che essa si realizzasse e nel corso del suo sviluppo — sono là a dimostrare che, correttamente inteso, il marxismo è stato (e resta) uno strumento scientifico fondamentale e una guida insostituibile per l’azione rivoluzionaria. Sono stati proprio alcuni teorici marxisti a cogliere in anticipo e con più perspicacia la dinamica e le potenzialità del cataclisma sociale che si addensava sulla Russia. Essi sono riusciti in questa impresa scientifico-teorica (oltreché politica) che non ha precedenti nella storia anche perché non sono rimasti prigionieri dello schema dell’“arretratezza” russa e dello sviluppo a tappe ma, al contrario, hanno saputo cogliere la forza dirompente della modernità capitalistica che si andava sviluppando, fino a farlo saltare, entro il vecchio involucro dell’impero zarista e la stretta connessione di questo sviluppo con la nuova fase del capitalismo europeo e mondiale, la fase imperialista.

Tre ipotesi sulla rivoluzione incombente La rivoluzione erompe con forza in Russia la prima volta nel 1905, dopo la sconfitta nella guerra col Giappone. Fa allora le sue “prove generali”. Viene sconfitta, per inesperienza del proletariato e della sua avanguardia e perché il vecchio regime, pur scosso in profondità, ha ancora molte armi dalla sua parte. Ma intanto consente di gettare uno sguardo al “copione” del ’17: mette in scena gli attori principali, ciascuno di essi vi prova la propria parte e cerca di indovinare quelle altrui. Nell’esilio che segue alla sconfitta i socialisti russi discutono e lavorano con la certezza che a tempo debito andrà in scena una replica e allora… La replica tuttavia non potrà essere uguale alla prova generale, se non per il primo atto. Il primo a intuire questa verità è un protagonista del 1905, presidente a 26 anni del soviet di Pietrogrado, una delle menti più acute e delle penne più brillanti del marxismo russo e internazionale: Lev Trotsky. Riflettendo sugli avvenimenti di quell’anno egli formula l’ipotesi nota col nome di “rivoluzione permanente”. La rivoluzione russa inizierà come rivoluzione democratica, ma non potrà fermarsi a quel punto; tenderà invece a trasformarsi senza soluzione di continuità in rivoluzione socialista. La bilancia delle forze in campo e il contesto internazionale, spingeranno rapidamente in avanti la classe operaia, minoritaria nel paese, ma forte e concentrata nelle maggiori città, e respingeranno invece indietro la debole borghesia verso la reazione. La grande massa della popolazione rappresentata dai contadini non potrà che seguire o la borghesia o il proletariato. Compito storico di quest’ultimo è quello di mettersi alla testa dei contadini poveri per conquistare il potere politico e gettare le premesse per la “trascrescenza” della rivoluzione democratica in rivoluzione socialista. Ciò non significa che il socialismo possa essere immediatamente instaurato o che esso possa vincere definitivamente nella Russia arretrata nella quale, oltre tutto, prevale l’elemento piccolo borghese. Ma la vittoria del proletariato in Russia favorirà lo sviluppo della rivoluzione socialista in Europa e la vittoria di quest’ultima nel cuore del Vecchio continente creerà le condizioni perché anche la Russia possa incamminarsi sulla strada del socialismo appoggiandosi sulle capacità dei paesi più avanzati. Questa ardita ipotesi di Trotsky contrasta radicalmente con l’idea che si vanno facendo della rivoluzione incombente sia le altre forze socialiste russe sia la grande maggioranza della socialdemocrazia europea. Secondo tutti costoro, sulla base di una rigida lettura evoluzionista dello sviluppo storico, nella Russia arretrata può aver luogo esclusivamente una rivoluzione democratica, “dunque”, borghese; ne consegue che per una lunga fase storica il compito del proletariato è quello di “spingere” la borghesia sulla strada del “completamento” della fase democratica della rivoluzione, non quello di aspirare autonomamente al potere. Nettamente diversa la posizione di Lenin. Anch’egli, fino allo scoppio della guerra, rimane legato alla interpretazione della rivoluzione russa come rivoluzione democratica. Ma la sua prospettiva politica si distacca radicalmente da quella dei riformisti e ha molti punti di contatto con quella di Trotsky. Al pari di quest’ultimo, egli legge l’arretratezza russa non come la condanna a legare il movimento operaio al carro della borghesia, ma come l’opportunità storica per il proletariato di conquistare l’egemonia. La prospettiva da perseguire non è quella di un’alleanza con la borghesia per sospingere quest’ultima a portare a termine la rivoluzione democratica (dalla quale essa sempre più si ritrae spaventata), ma, al contrario, quella di un’alleanza fra operai e contadini per conquistare il potere politico, attuare gli obiettivi democratici fondamentali (repubblica democratica, terra ai contadini, autodeterminazione delle nazionalità oppresse) e porre le premesse più favorevoli per una successiva avanzata verso il socialismo, in relazione agli sviluppi della rivoluzione socialista in Occidente. Lenin riassume questa prospettiva con la formula “dittatura democratica del proletariato e dei contadini”. Guerra e rivoluzione Lo scoppio della guerra imperialista introduce una accelerazione e una svolta nella situazione mondiale. La posizione di Lenin muta in conseguenza.

La guerra pone all’ordine del giorno la rivoluzione socialista in Europa come autodifesa delle masse contro la barbarie in cui sono state precipite dalle classi dominanti. È ormai impensabile un qualsiasi sviluppo progressivo della Russia nel quadro del regime borghese. Bisogna prepararsi a sviluppi rivoluzionari di grande portata. In quello stesso periodo di anni, Lenin studia sistematicamente due questioni teoriche che ora rivelavano tutta la loro portata pratica: la questione dello Stato e la natura della nuova fase del capitalismo mondiale (l’imperialismo). I risultati di questi studi vengono espressi in due opere fra le più importanti della sua produzione teorica: Imperialismo, fase suprema del capitalismo (3), che vede la luce nel 1916, e Stato e rivoluzione, che vede la luce nei primi mesi del ’18. L’analisi dell’imperialismo consente di dar conto delle ragioni e della natura del conflitto mondiale, «guerra di briganti per la spartizione del mondo», e porta a comprendere i limiti di un pacifismo puramente passivo. Il proletariato non può sperare di fermare la guerra — che coinvolge gli interessi vitali della borghesia di ogni nazione — se non trasformandola in guerra civile contro la propria borghesia, cioè in lotta per il potere. Il “difensivismo democratico” (la posizione di chi si dice per la “pace democratica” ma intanto continua ad appoggiare la prosecuzione della guerra ad opera del proprio governo) che accomuna gli opportunisti, è un inganno e un tradimento. Nella ricerca sullo Stato, Lenin riscopre e recupera, contro la rimozione socialdemocratica, l’autentica lezione marx-engelsiana sulla natura dello Stato borghese che la stessa guerra imperialista, peraltro, squarciando ovunque il velo ipocrita della democrazia formale, aveva messo a nudo: lo Stato borghese, anche quello più democratico, è un macchina predisposta per il dominio della borghesia che il proletariato non può limitarsi a conquistare e a utilizzare per i propri fini; essa deve necessariamente essere “spezzata” e radicalmente ricostruita su nuove basi, secondo l’esempio della Comune di Parigi. Lenin e la battaglia per riorientare il partito
Quando nel febbraio 1917 la rivoluzione scoppia di nuovo in Russia e in una settimana spazza via il regime secolare degli zar e i soviet dei deputati degli operai e dei soldati si costituiscono in tutto il paese, questi nuovi elementi di orientamento non trovarono tuttavia immediata applicazione. Lenin e Trotsky, sono in esilio; la maggioranza dei soviet è conquistata dai socialisti riformisti (i menscevichi e i socialrivoluzionari), i dirigenti del partito bolscevico presenti in quel momento in Russia (Kamenev e Stalin) assumono una posizione di attendismo benevolo verso il governo provvisorio ispirata a una visione schematica della separazione tra fase democratica e fase socialista della rivoluzione.

 La rivoluzione di febbraio ha dato vita a due poteri di fatto (“dualismo del potere”): da un lato quello dei soviet degli operai, dei contadini e dei soldati, che si appoggia su un potente movimento di massa, ancora politicamente inesperto; dall’altro quello del governo provvisorio di coalizione, che si appoggia sulla finzione democratica rappresentata dalla Duma a prevalenza borghese, e che sta in piedi solo perché riceve il via libera del soviet dominato dai riformisti. È una situazione precaria, consentita dal fatto che le masse non hanno ancora compreso chiaramente che cosa vuole il governo e che cosa vogliono e che cosa possono esse stesse, mentre il governo non ha più o non ha ancora gli strumenti necessari per imporre interamente la sua autorità. I soviet mantengono così per tutta una fase un ruolo ambiguo di sostegno e al tempo stesso di opposizione e di controllo sul governo, tenendo aperta una situazione di grande instabilità. Quando Lenin rientra in Russia ai primi di aprile, la sua prima mossa è la battaglia per “riconquistare” e riorientare il partito, nel corso della quale si scontra con forti resistenze nel gruppo dirigente ma trova anche un forte sostegno alla base. Il suo punto di vista è riassunto in forma concisa nelle famose Tesi d’aprile (vedi) il cui senso è il seguente. Col rovesciamento del vecchio regime zarista la prima tappa della rivoluzione deve considerarsi conclusa. Il governo provvisorio, per la sua natura e i suoi obiettivi, va considerato un governo borghese che non può dare risposta ai più pressanti bisogni delle masse: la pace, la terra, il pane, la libertà delle nazioni oppresse, ecc. Nessun appoggio gli va concesso; bisogna anzi prepararsi a rovesciarlo e a costituire un governo degli operai e dei contadini appoggiato sui soviet. Ciò non significa la “proclamazione immediata” del socialismo, di cui non ci sono le condizioni materiali, ma solo il passaggio delle terre ai contadini, la nazionalizzazione delle banche e il controllo operaio sulla produzione. Questo passaggio dalla prima alla seconda fase della rivoluzione può realizzarsi attraverso i soviet. Essi non sono solo gli strumenti di organizzazione e di mobilitazione creati dall’iniziativa rivoluzionaria delle masse; rappresentano anche quell’embrione di Stato “di tipo nuovo” che dovrà sostituire sia il vecchio apparato statale zarista in disfacimento sia la repubblica democratica nata morta, e consentire agli operai e ai contadini l’esercizio del potere. “Tutto il potere ai soviet!” deve diventare l’asse della politica dei bolscevichi. La conquista della maggioranza È interessante osservare che Lenin non pensa affatto che i bolscevichi debbano agire subito in senso insurrezionale. Non è un “blanquista”, non pensa a un colpo di Stato. Scrive in ottobre: «Se il partito rivoluzionario non ha la maggioranza nei reparti avanzati delle classi rivoluzionarie e nel paese, non si può parlare di insurrezione. L’insurrezione esige inoltre: 1) lo sviluppo della rivoluzione su scala nazionale; 2) il completo fallimento morale e politico del vecchio governo, per esempio del governo di “coalizione”; 3) grandi oscillazioni fra gli elementi intermedi, cioè fra coloro che non sono completamente con il governo, quantunque alla vigilia, lo sostenessero ancora senza riserve» (4). Per il momento, la maturazione di queste condizioni viene affidata alla battaglia sul terreno politico, a una paziente opera di spiegazione e di dialogo con le masse per vincere le loro illusioni nella politica riformista e per convincerle che non c’è altra strada che l’assunzione diretta del potere nelle loro mani attraverso i soviet. Ruolo del partito è guidare le masse in questo percorso. Una funzione fondamentale in questo processo assumono le parole d’ordine, il programma. È molto istruttivo il modo in cui Lenin presenta in vari scritti il programma del partito. Da un lato sottolinea costantemente che le misure che vengono proposte sono le più rispondenti alle aspirazioni delle masse (la pace, la terra, il controllo operaio); dall’altra insiste sul fatto che esse non si possono avere con una semplice pressione sul governo, ma solo col suo rovesciamento. Riassume questa impostazione la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet”. Il governo provvisorio è debolissimo e disorganizzato, i soviet si vanno estendendo e consolidando: bisogna convincere gli operai e i contadini a pretendere dai loro rappresentanti menscevichi e socialrivoluzionari che rompano con la borghesia e facciano affidamento solo sui soviet; i soviet tolgano il proprio appoggio al governo provvisorio, senza il quale esso non può sopravvivere, e assumano essi stessi tutto il potere; i partiti socialisti formino un governo che risponda solo ai soviet; i soviet diventino gli organi di un nuovo potere statale; in questa eventualità i bolscevichi sono pronti ad accettare la sfida della lotta per il potere nel quadro della democrazia dei soviet.

Tuttavia questa prospettiva si logora rapidamente: da un lato i riformisti non solo non vogliono il potere dei soviet, ma fanno di tutto per svuotarli della loro carica rivoluzionaria e per subordinarli al governo provvisorio; sono pronti ad allearsi con la borghesia per continuare la guerra imperialista, per ricostituire gli strumenti del potere militare e per combattere i bolscevichi; dall’altro si va organizzando la controrivoluzione. Le masse stesse, d’altro lato, non possono attendere all’infinito il rinvio della soddisfazione delle loro aspirazioni; i rischi inevitabilmente sono o la fuga in avanti, o la disillusione, la passività, il riflusso. Le “giornate di luglio” a Pietrogrado illustrano il primo caso. Conquistate dalle parole d’ordine dei bolscevichi e dall’urgenza di vedere dei risultati concreti, e forse trascinate da agitatori estremisti che scavalcano “a sinistra” anche i bolscevichi, ai primi di luglio hanno luogo a Pietrogrado, grandi dimostrazioni armate con la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet”. Si verificano scontri armati e il Comitato esecutivo centrale del soviet viene assediato a lungo, inutilmente, dalle masse che cercano di costringere i dirigenti “conciliatori” ad assumere il potere. I bolscevichi, che pure giudicano inopportune le dimostrazioni in quella forma e in quel momento, una volta che non riescono a impedirle scelgono di “sbagliare con le masse” e vi prendono parte, anche nel tentativo di evitare avventure peggiori, pur sapendo di esporsi alla rappresaglia del governo. In effetti pagano un prezzo molto elevato: accusati di aver tentato un’insurrezione, molti dirigenti vengono arrestati, altri, fra cui Lenin, devono nascondersi, altri ancora uccisi, molte sedi devastate, si ritrovano di fatto fuori legge. È scatenata contro di loro una campagna che li accusa di essere al soldo dei tedeschi. Ciò che è più grave, la sconfitta fa rifluire le masse e consente alla controrivoluzione di alzare la testa… E tuttavia la loro “lealtà” alle masse non è passata inosservata e darà i suoi frutti. Osserva Lenin qualche mese più tardi che la fine degli opportunisti è cominciata il 3-4 luglio, perché in quell’occasione le masse «hanno compreso la sua [del partito bolscevico, ndr] fedeltà e il tradimento dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi» (5). Principi e flessibilità tattica Lo sbandamento che segue alla sconfitta di luglio viene rapidamente recuperato in seguito all’affaire Kornilov. Il comandante in capo dell’esercito scelto da Kerenskij, tenta un colpo di Stato in stile bonapartista muovendo con le sue truppe alla volta della capitale. Di fronte alla minaccia, i bolscevichi chiamano alla resistenza; il governo, messo a mal partito, accetta di liberare tutti gli arrestati di luglio e di autorizzare la distribuzione delle armi agli operai. La mobilitazione ha successo. Le forze di Kornilov si dissolvono quasi senza combattere. Di fronte al rischio della reazione i bolscevichi non hanno esitato a fare temporaneamente fronte unico con governo, ma senza cedere un millimetro della loro indipendenza. Interessante sull’atteggiamento dei bolscevichi in quei giorni la testimonianza di Trotsky nella sua autobiografia: «Nel maggio, quando Cereteli perseguitava i marinai e disarmava i mitraglieri, gli avevo predetto che forse non era lontano il giorno in cui avrebbe dovuto chiedere l’aiuto dei marinai contro un generale che avrebbe tentato di insaponare la corda per impiccare la rivoluzione. In agosto il generale comparve: era Kornilov. Cereteli chiese l’aiuto dei marinai di Kronstadt, che non lo rifiutarono. L’incrociatore Aurora entrò nelle acque della Neva. È nella prigione Kresty che appresi il verificarsi così rapido della mia previsione. I marinai dell’Aurora mi inviarono una delegazione per avere un consiglio: dovevano proteggere il Palazzo d’Inverno o prenderlo d’assalto? Consigliai di rinviare la resa dei conti con Kerenskij e di disfarsi prima di tutto di Kornilov. “Non perderemo niente?” “Niente?” “Niente”… I bolscevichi si erano impegnati nella difesa e dappertutto erano in prima linea. L’esperienza della rivolta di Kornilov completò l’esperienza delle giornate di luglio. Si constatò ancora una volta che Kerensky e soci non disponevano di nessuna forza veramente loro. L’esercito che si era levato contro Kornilov era il futuro esercito della rivoluzione d’ottobre. Approfittammo del pericolo per armare gli operai che Cereteli aveva disarmato con il massimo impegno» (6). Questa vicenda segna una svolta decisiva della rivoluzione. I bolscevichi riconquistano la piena agibilità e un grande prestigio; Kerensky ne esce invece definitivamente squalificato e indebolito; le armi ricevute non saranno più restituite ma impiegate per armare la Guardia rossa. Il mutamento del clima si riflette nel fatto che in breve tempo i bolscevichi conquistano la maggioranza nei soviet degli operai e dei soldati di Pietrogrado e di tutte le principali città. Alle elezioni rionali di Mosca balzano dal 13% di giugno al 49%, mentre i menscevichi e i social-rivoluzionari precipitano dal 70 al 18%! La tattica bolscevica si adegua alla situazione mutata. Dopo le giornate di luglio il partito aveva abbandonato la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet” perché essa sarebbe stata in quella situazione “un inganno”, dal momento che il controllo riformista li aveva ridotti a organi subalterni di un governo che fucilava i soldati al fronte e reprimeva gli operai e i contadini.

Il vero potere era quello di Kerensky ed era quello che andava rovesciato. A settembre, la situazione è di nuovo mutata: è il governo ora ad essere paralizzato, nei soviet si va delineando una maggioranza bolscevica, gli operai sono armati, i contadini si stanno sollevando in tutto il paese, negli stessi partiti opportunisti vengono alla luce tendenze che si spostano a sinistra… In questo contesto Lenin rilancia la proposta del potere ai soviet presentandola come un “compromesso” per salvare l’ultima occasione di passaggio pacifico del potere dalla borghesia ai soviet: «Il compromesso, da parte nostra, sta nel fatto che ritorniamo alla rivendicazione del periodo precedente le giornate di luglio: tutto il potere ai soviet, governo dei socialisti rivoluzionari e dei menscevichi responsabile davanti ai soviet. Oggi e soltanto oggi — e forse solo per qualche giorno o per una o due settimane, — un governo simile potrebbe formarsi e insediarsi pacificamente» (7). Lenin crede davvero che un tale passaggio pacifico abbia qualche chance di avverarsi? C’è ragione di supporre di no; ma quel che importa è che ci credono ancora ampi settori di massa; nel momento in cui si avvia la macchina dell’insurrezione, è opportuno fare ogni sforzo perché le masse si rendano conto che non rimane altra possibilità, che cadano le ultime illusioni sulla buona fede dei dirigenti socialisti, che siano esse stesse a rompere con loro. Il problema dei contadini Se la conquista della classe operaia è per i bolscevichi la condizione di base della loro strategia per la conquista del potere, in un paese con una larga maggioranza di contadini qual è la Russia l’egemonia su questi ultimi è una condizione essenziale per la conservazione del potere. Ora, i contadini seguono in minima parte i bolsevichi: sono in maggioranza per il partito social-rivoluzionario erede dei populisti. Il fatto è che i contadini aspirano a spartirsi le terre dei latifondisti, mentre il programma agrario del partito bolscevico, in questo fedele alla tradizione socialista occidentale, prevede la socializzazione. Lenin non esita un momento ad abbandonare la piattaforma bolscevica per andare incontro all’aspirazione dei contadini. E giustifica in questo modo il cambiamento: «I contadini vogliono conservare la loro piccola azienda, ripartire la terra in parti eguali e uguagliarle periodicamente… Sia. Non un solo socialista ragionevole si allontanerà dai contadini poveri per tale questione. Se si confiscano le terre vuol dire che il dominio delle banche è colpito alla base; se si confiscano le scorte, vuol dire che il dominio del capitale è colpito alla base e che, quando il proletariato avrà nelle sue mani il potere centrale, quando prenderà il potere politico, il resto verrà da sé, il resto verrà dalla “forza dell’esempio” e sarà suggerito dalla stessa pratica. Il passaggio del potere politico al proletariato, ecco l’essenziale… Non siamo dottrinari.
La nostra dottrina non è un dogma, ma una guida per l’azione». (8). La battaglia per l’Ottobre nel partito Come ad aprile, al momento della scelta decisiva dell’insurrezione armata, nel partito bolscevico si apre un duro confronto sui compiti del momento. La destra (Kamenev, Zinoviev), ancora una volta, oppone resistenza. Alla conquista rivoluzionaria del potere contrappone la via parlamentare e “conciliatrice” verso i partiti opportunisti. Essa paventa l’insurrezione come un’avventura e prospetta il consolidamento di un regime fondato sulla combinazione dei soviet — giudicati ormai «insopprimibili» (in quello stesso periodo Kerensky prepara piani per scioglierli d’autorità) — e l’Assemblea costituente, la cui elezione è imminente e in cui i bolscevichi potrebbero avere, secondo i loro calcoli, un terzo dei seggi. Insomma, contano per il partito su un ruolo di “opposizione influente” capace di incidere sul governo borghese di coalizione grazie alla “pressione del movimento” — «la pistola puntata alla tempia del governo», come si esprimono Kamenev e Zinoviev — cioè i soviet degli operai e dei soldati in mano ai bolscevichi (9). Sfugge del tutto a costoro che la situazione eccezionale del “dualismo di potere” è per sua natura transitoria e che il rifiuto a risolverla a favore dei soviet e del proletariato significa automaticamente consentire che essa sia risolta prima o poi da Kerensky, o da chi per lui, a vantaggio della borghesia. E non certo per instaurare una qualche forma di regime parlamentare in cui sia lasciato al movimento operaio uno spazio per organizzarsi e ai bolscevichi di fare l’opposizione. Più probabilmente subentrerebbe un regime autoritario, una sorta di “fascismo russo”. Lenin getta tutta la sua influenza nella battaglia nel partito per far prevalere la linea dell’insurrezione. In poche settimane produce una quantità incredibile di scritti di vario tipo (lettere agli organi del partito, articoli per la sua stampa, opuscoli popolari) in cui presenta e argomenta l’analisi del momento, i compiti che ne derivano, difendendo con forza l’idea della conquista immediata del potere. I titoli di questi scritti sono di per sé eloquenti: I bolscevichi devono prendere il potere (lettera al comitato centrale e ai comitati di Pietrogrado e di Mosca del partito, 12-14 settembre), Il marxismo e l’insurrezione (lettera al comitato centrale, 13-14 settembre), I compiti della rivoluzione (nel “Raboci Put’”, 26-27 settembre), I bolscevichi conserveranno il potere statale? (nella rivista “Prosvesicenie”, 1-2 ottobre), La crisi è matura (“Raboci Put’”, 7 ottobre), Lettera ai membri del partito bolscevico (18 ottobre), Lettera ai membri del Comitato centrale (24 ottobre),

La catastrofe imminente e come lottare contro di essa (opuscolo popolare pubblicato nell’ottobre ’17). In questi scritti Lenin argomenta in modo serrato un punto centrale: la situazione è matura, non è mai stata più favorevole per prendere e conservare il potere, indugiare sarebbe un errore, anzi un crimine verso la rivoluzione russa e la rivoluzione internazionale; il partito deve farsi carico di organizzare l’insurrezione per eliminare il governo provvisorio e consegnare il potere ai soviet; il momento favorevole non può durare all’infinito: nessuna incertezza, massima decisione. È oltremodo interessante osservare che nel valutare il momento e i compiti Lenin non parte dalla situazione russa ma da quella internazionale (cfr. La crisi è matura e il conciso odg sull’insurrezione votato dal comitato centrale del 10 ottobre, contrari Kamenev e Zinoviev, qui riprodotto). Il moltiplicarsi degli scioperi, degli atti di insubordinazione, dei casi di repressione un po’ in tutti i Paesi in guerra, ma in particolare in Germania, sono per Lenin «i segni della vigilia di una rivoluzione su scala mondiale». In Russia il cambio si manifesta invece con la sollevazione contadina, con la crisi dell’esercito, con la forte avanzata dei bolscevichi nelle elezioni di Mosca: «Il governo esita. Bisogna finirlo… La storia non perdonerebbe il temporeggiamento ai rivoluzionari che possono vincere oggi (e vinceranno certamente oggi), ma rischierebbero di perdere molto, di perdere tutto domani… Ogni temporeggiamento nell’azione equivale alla morte» (lettera ai membri del comitato centrale). L’insurrezione Nell’impazienza di vedere il partito passare ai fatti, essendo lontano dalla scena degli avvenimenti (è ancora costretto a nascondersi), giunge a pensare, sbagliando, che la tattica adottata da Trotsky di far coincidere l’insurrezione con la riunione del secondo congresso panrusso dei soviet che deve assumere il potere, nasconda intenzioni dilatorie o illusioni legalitarie. Trotsky, invece, con grande acume tattico, ha fatto in modo di mascherare i preparativi aperti dell’insurrezione armata dietro la copertura della “legalità sovietica”, presentando come dettate da “esigenze difensive” le azioni che concretizzano a tutti gli effetti il passaggio all’offensiva. Ancora una volta è il governo provvisorio a fornire l’occasione e Trotsky non se la lascia sfuggire. Kerensky vuol spostare al fronte due terzi dei reggimenti militari di stanza a Pietrogrado, dominati dai bolscevichi. Ovviamente i soldati non hanno nessuna voglia di andare sotto il fuoco e inoltre, dopo l’avventura di Kornilov, non sono solo i bolscevichi a diffidare delle mosse del governo. Così il soviet si oppone e i reparti rimangono a Pietrogrado. Tecnicamente, quel rifiuto è già “insurrezione”, ancorché incruenta. La proposta, avanzata dai menscevichi, di costituire un “comitato militare” del soviet per i collegamenti con lo stato maggiore e per controllare le sue mosse, viene assunta dai bolscevichi che ne fanno lo stato maggiore dell’insurrezione proletaria. Scriverà più tardi Trotsky che l’insurrezione di Pietrogrado è avvenuta in due fasi; e la più importante fu quella “silenziosa” con cui il Comitato militare rivoluzionario ottenne che tutti i reparti militari della capitale si mettessero sotto la sua autorità, tagliando fuori lo stato maggiore e il governo. «Tre quarti, se non nove decimi» dell’insurrezione sono già cosa fatta quando il 25 ottobre inizia la “seconda fase” — con la presa del Palazzo d’Inverno e l’arresto del governo provvisorio — «che recise il cordone ombelicale del regime politico creato dalla rivoluzione di febbraio» (10). Nel resto del Paese il passaggio del potere avviene ovunque in modo analogo, incontrando in genere scarsa resistenza, e con poche vittime, salvo alcune eccezioni, la principale delle quali è Mosca dove la vittoria costa una settimana di combattimenti e un elevato prezzo di sangue (circa 500 morti fra gli insorti). È indubbio che l’Ottobre ha potuto contare su un concorso di circostanze favorevoli difficilmente ripetibili altrove. La profondità della crisi sociale e la dissoluzione dell’esercito causate dalla guerra, il fatto di aver dovuto combattere contro un regime politico — quello nato dalla rivoluzione di febbraio — che non aveva avuto il tempo di consolidarsi e di dotarsi di collaudati strumenti di egemonia e di repressione, la saldatura fra rivoluzione proletaria nelle città e sollevazione contadina nelle campagne: tutto ciò ha consentito alla classe operaia di prendere il potere in Russia in modo relativamente più facile di come il problema non si presenti in Occidente. Ma se si guarda oltre le specificità russe, si vede che i problemi che si sono posti al partito rivoluzionario in Russia nel ’17 sulla strada del potere — la capacità di comprendere le forze motrici della rivoluzione, i modi e i tempi del suo sviluppo nei suoi nessi interni e nella sua dimensione internazionale; la conquista della maggioranza delle classe, la costruzione del blocco sociale fra la classe operaia e gli altri settori sfruttati ed oppressi della società, l’autorganizzazione più larga possibile delle masse attive in forme democratiche (i consigli), l’autonomia di tali organismi dallo Stato borghese e il loro sviluppo come embrione di una “legalità” e di un potere statale alternativo, la paralisi e la distruzione dell’apparato militare dello Stato borghese e l’armamento dei lavoratori, la capacità tattica di sfruttare le contraddizioni e le esitazioni dell’avversario, di operare svolte anche rapide secondo il momento, di utilizzare il terreno “unitario” per sfidare gli opportunisti a dare risposta alle esigenze pressanti delle masse, la definizione di un programma comprensibile e condivisibile dalle masse e tale da spingerle sulla strada della mobilitazione per il potere — si vede che questi problemi, dicevamo, sono i problemi che la lotta di classe ha riproposto molte altre volte in questi ottant’anni in Europa e nel mondo.

 Essi sono in buona sostanza i problemi con cui anche noi ancora oggi dobbiamo fare i conti. In questo senso, depurate dai loro aspetti storici contingenti, le lezioni dell’Ottobre non hanno cessato di essere preziose per i comunisti. (ottobre 1997) Note 1. Lev Trotskij, Le lezioni dell’Ottobre, in Bucharin, Stalin, Trotskij, Zinoviev: La “rivoluzione permanente” e il socialismo in un paese solo, Editori riuniti, 1970, p. 35. 2. Titolo dell’articolo pubblicato il 24-11-17 sull’“Avanti!”, in A. Gramsci, Scritti giovanili: 1914-18, Einaudi 1975, pp. 149-153. 3. In realtà la traduzione più corretta del titolo originale è “Imperialismo, ultima fase del capitalismo”, “ultima” nel senso di “più recente”, non nel senso che altre fasi non sono più possibili. La differenza è, mio parere, qualcosa di più di una sfumatura lessicale. 4. Lenin: I bolscevichi conserveranno il potere statale?, in Vladimir I. Lenin: La rivoluzione d’ottobre, Newton Compton, 1975, pp. 242-243. 5. Idem. 6. L. Trotsky: La mia vita, Mondadori, pp. 308. 7. Lenin: Sui compromessi, in La rivoluzione d’ottobre, pp. 162-163. 8. Lenin: Contadini e operai, in La rivoluzione d’ottobre, pp. 159-160. 9. Kamenev e Zinoviev, Il momento presente, lettera scritta l’11 ottobre e inviata alle principali organizzazioni del partito. 10. Trotskij, Le lezioni dell’Ottobre, p. 78, in Bucharin, Stalin, Trotskij, Zinoviev, La “rivoluzione permanente” e il socialismo in un paese solo, Editori riuniti 1970.