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mercoledì 26 marzo 2014

LEZIONI ATTUALI DI UNA CRISI RIVOLUZIONARIA






di Marco Ferrando

Quarant’anni fa la rivoluzione portoghese scosse l’Europa. Dopo il maggio francese del ’68, si trattava della più grande crisi rivoluzionaria che si fosse affacciata nel vecchio continente dagli anni ’50. Anzi se è vero che il maggio ’68 aveva conosciuto un’espressione più concentrata della sollevazione operaia è anche vero che la vicenda portoghese del 74-75 ha visto una combinazione più elevata di mobilitazione operaia e crisi dello Stato, ponendo in termini diretti il nodo cruciale della conquista del potere.
L’articolo che qui proponiamo -scritto dal compagno Franco Grisolia nella seconda metà del 1975- riporta una lettura diretta degli avvenimenti in corso da parte dei marxisti rivoluzionari e del loro bollettino (Il Militante) Al di là dei riferimenti di dettaglio che essi contengono, essendo stati scritti “a caldo”, questi articoli esprimono un’analisi di fondo della dinamica rivoluzionaria e un approccio politico a questa che ci pare utile riproporre. E’ un’analisi che si è contrapposta nel vivo di quella vicenda alla lettura distorta che ne fecero rispettivamente il Pci e le organizzazioni italiane di estrema sinistra (oltre alle organizzazioni revisioniste del trotskismo sul piano internazionale). Il primo evocando lo spettro del Cile e la necessità di un ordinato percorso di compromesso storico contro ogni velleità avventuristica ed estremistica. Le seconde facendo da cassa di risonanza alle mitologie dello spontaneismo e dell’onnipotenza della rivoluzione sotto la guida… dell’Mfa. Entrambe rimuovendo, per interesse proprio o incapacità, la lezione profonda della rivoluzione portoghese.

Una rivoluzione che ha riproposto, invece, in forme particolari, alcune indicazioni di valore universale. Il carattere complesso di una crisi rivoluzionaria

Per usare la terminologia di Bloch, ogni esplosione rivoluzionaria si genera dalla combinazione di “cause apparenti” e “cause reali”. I fattori contingenti sono naturalmente importanti e per alcuni aspetti decisivi. Ma solo nella misura in cui costituiscono il fattore d’innesco di un materiale esplosivo da lungo tempo deportato e sedimentato. I rovesci dell’esercito portoghese in Angola e Mozambico hanno sicuramente determinato il distacco dell’esercito dal vecchio regime: ma se gli effetti della rivoluzione coloniale hanno operato così nel profondo della società e dello Stato portoghese è perché l’equilibrio sociale e politico del vecchio regime era già logorato nelle sue fondamenta dal precipitare della crisi di consenso della piccola borghesia, dalla graduale ripresa delle lotte operaie ( a partire dagli scioperi della Lisnave del ‘61-‘62), dalle nuove necessità poste dallo sviluppo del Mercato comune europeo. Da tempo le classi dominanti volevano cambiare cavallo nell’impossibilità di perpetuare la forma tradizionale del proprio dominio. Ciò che non prevedevano è di trovarsi costrette a saltare sul cavallo selvaggio di una rivoluzione operaia e popolare. Certo nessun soggetto sociale o politico ha voluto e pianificato la rivoluzione portoghese: né le gerarchie militari che puntavano ad una transizione graduale e ordinata; né il PCP che mirava  unicamente a costruire e consolidare il proprio ruolo d’apparato in una rifondata democrazia borghese portoghese; né l’estrema sinistra, spesso segnata da una confusa miscela di movimentismo e avventurismo minoritario.
Eppure ognuno di questi soggetti ha obiettivamente concorso, suo malgrado, ad innescare la dinamica rivoluzionaria. Che è ampiamente sfuggita alle loro previsioni e al loro controllo.

La forza intrinseca di una rivoluzione

Contro tutti i detrattori “strutturalisti” della forza delle masse la vicenda portoghese ha rivelato le potenzialità dirompenti di una rivoluzione. La classe operaia industriale in Portogallo era una minoranza della società portoghese. La sua esperienza ed organizzazione, erano state limitate e compresse per lunghi decenni dal tallone di ferro della dittatura. Eppure la crisi del regime, e il varco che questa ha aperto, ha richiamato un’irruzione operaia e popolare di enorme portata, direttamente proporzionale al lungo periodo di sofferenza passiva che il proletariato aveva subito. E la forza operaia si è manifestata non solo nella determinazione e radicalità della lotta, ma nel suo porsi come punto di riferimento centrale di aggregazione e ricomposizione di un più vasto blocco sociale, a partire dalle masse povere delle campagne. Così nell’arco di un anno e mezzo una classe operaia universalmente considerata fanalino di coda del “colto”, “moderno”, “sindacalizzato” proletariato europeo ha vissuto un’esperienza obiettivamente ben più radicale di tante altre esperienze avanzate della classe operaia continentale. E’ la conferma del carattere imprevedibile, “ineguale e combinato” dei processi rivoluzionari. Come scriveva Trotsky nel 21 un proletariato socialmente e politicamente arretrato può, talora, rivelarsi più maturo per una rivoluzione di un proletariato esperto ed avanzato.

La centralita’ della questione della forza

Tutti i teorici saccenti dell’attualità della non violenza in nome dell’impotenza della forza dovrebbero studiare con attenzione la storia della rivoluzione portoghese. Chi nega le possibilità di una rivoluzione in base alla comparazione statica delle forze militari in campo non si confronta con la dialettica viva di una rivoluzione reale. Una rivoluzione quanto più è profonda, tanto più sposta i rapporti di forza: sia perché organizza le più grandi masse, trascinandole nell’arena politica sia perché approfondisce le contraddizioni interne dell’apparato dello Stato. Nessun apparato dello Stato è impermeabile a un processo rivoluzionario. La rivoluzione portoghese del 74-75 ne è un esempio. Un apparato militare repressivo rodato da decenni di dittatura è stato letteralmente scompaginato dalla sollevazione popolare: che ha prodotto fratture nelle gerarchie, ha diviso strati inferiori e superiori, ha disarticolato l’unicità del comando. Nessun fatale rapporto di forza, nel 74-75 ha impedito la vittoria rivoluzionaria delle masse.

Il ruolo decisivo delle direzioni

Se la rivoluzione portoghese è stata sconfitta lo si deve in ultima analisi, solo e unicamente all’assenza di un partito rivoluzionario. E alla relativa egemonia di direzioni e apparati burocratici che hanno militato con tutte le proprie forze contro una prospettiva rivoluzionaria vincente.
Il ruolo controrivoluzionario del Ps di Mario Soares non merita particolari sottolineature (se non per la grottesca rimozione di quel ruolo da parte di un settore del movimento trotskista internazionale che addirittura vide nel Ps il canale d’espressione della classe operaia e delle sue domande democratiche contro lo stalinismo). E’ il ruolo del Pcp che va indagato nella sua realtà, ben diversa dal mito di cui è circondato dalla agiografia staliniana. Il gruppo dirigente del Pcp è stato l’organizzatore della sconfitta della rivoluzione portoghese: nel suo affidamento strategico  al blocco con l’Mfa in funzione della propria (illusoria) autodifesa dalla reazione; nella sua azione metodica di contenimento e disarmo delle spinte più radicali della classe e della sua stessa base sociale e militante; nella sua predica quotidiana del carattere “democratico” della rivoluzione contro la prospettiva del potere; nel suo metodo burocratico amministrativo di autoimposizione all’interno del movimento operaio che purtroppo regalò al Ps il consenso di settori arretrati e “democratici” delle masse.

L’ultimo libro di Cunhal che ancora difende contro le calunnie di Soares, la fedeltà del Pcp al capitalismo portoghese, la sua rinuncia alla dittatura del proletariato, la sua cultura legalitaria e istituzionale, è un involontaria e patetica documentazione delle responsabilità storiche del Pcp nella sconfitta della rivoluzione portoghese.
Sta di fatto che nessuna delle forze dell’estrema sinistra portoghese, nel ‘74-‘75, si è rivelata capace di affrontare o anche solo di porsi seriamente, il problema di scalzare l’egemonia del Pcp nella classe operaia. Oscillando tra la subordinazione codina a Cunhal (vedi la costituzione del Fur il 25 agosto 75) e il blocco con la reazione contro il Pcp e i lavoratori (vedi i maoisti del Mrpp). Soprattutto nessuna di quelle forze si è posta nella prospettiva strategica dell’alternativa di potere della classe operaia e delle masse. Nessuna di esse ha posto la centralità dell’organizzazione indipendente dei soldati, dell’armamento dei lavoratori, della centralizzazione nazionale degli organismi embrionali dell’autorganizzazione di massa e del loro sviluppo. Nessuna di esse ha fondato la propria politica sull’autonomia del proletariato dalle direzioni dell’esercito portoghese.

E questo paradossalmente nel momento stesso del processo di disgregazione di quell’esercito come sottoprodotto dell’ascesa di massa.

Come diceva Trotsky vi sono tre condizioni per la vittoria di una rivoluzione: un partito, ancora un partito, sempre un partito.
La rivoluzione portoghese di trent’anni fa ne è un’ulteriore conferma. E per questo racchiude una lezione che riguarda il futuro