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venerdì 8 ottobre 2010

LE LEZIONI DELL'OTTOBRE STRATEGIA E TATTICA DELLA CONQUISTA DEL POTERE



Le lezioni dell'Ottobre Strategia e tattica della conquista del potere Questo saggio è stato scritto nell'ottobre 1997 ed è comparso (con qualche taglio) in "Ottobre '17. L'assalto al cielo", inserto di "Proposta" n. 18, ottobre 1997. E' stato ripubblicato nel n. 8 di "Marxismo rivoluzionario", fascicolo speciale intitolato "1917. La Rivoluzione d'Ottobre" (novembre 2007), curato dalla redazione de "Il giornale comunista dei lavoratori", organo di stampa del Partito comunista dei lavoratori. (t.b., 26-10-2009) Link alla cronologia della rivoluzione russa Il problema fondamentale di tutte le rivoluzioni è quello del potere dello Stato. [V.I. Lenin, Sul dualismo del potere, 1917]. La questione del potere… è in generale la pietra di paragone che determina il carattere di un partito rivoluzionario (e anche non rivoluzionario). [Lev Trotsky, Le lezioni dell’Ottobre, 1924].

 L’importanza storica della rivoluzione d’Ottobre risiede innanzi tutto in ciò, che nell’ottobre ’17 in Russia, per la prima volta, il proletariato è riuscito a conquistare e a conservare il potere statale, ponendo le premesse per affrontare il problema della transizione al socialismo. La questione del potere politico è di importanza centrale per la rivoluzione socialista per la specificità di quest’ultima rispetto alla rivoluzione borghese. Mentre per la borghesia, che disponeva già in partenza di un rilevante potere economico che le conferiva una larga influenza materiale e ideologica sull’insieme della società, la conquista del potere politico si poneva come “completamento” della sua emancipazione sociale, per il proletariato, che parte dalla condizione di classe oppressa e sfruttata, la conquista del potere politico si pone come primo passo e precondizione della sua emancipazione e della trasformazione socialista. È questo un concetto elementare del marxismo (confermato peraltro da due secoli di storia), eppure esso viene negato o rimosso non solo dal riformismo ma anche da correnti estremiste. Non è possibile tuttavia ragionare sull’Ottobre e sulle sue lezioni se non si ristabilisce prioritariamente questo punto fermo che è la chiave di volta per comprenderlo. La rivoluzione russa del ’17 si sviluppa, come è noto, tra il febbraio (rovesciamento del regime zarista) e l’ottobre (instaurazione del governo dei soviet). In questi otto mesi si intrecciano due partite fondamentali: la prima è la partita per l’egemonia all’interno della rivoluzione, per conquistare la maggioranza della classe operaia e dei contadini; la seconda è la partita con l’avversario di classe per il potere statale. Le due partite si intrecciano, ma la vittoria della prima è la condizione per la vittoria della seconda. I bolscevichi risolsero a proprio vantaggio la seconda perché prevalsero nella prima.

La cerniera fra queste due partite fu, in buona misura, la conquista dei soviet e la loro difesa come strumenti autonomi delle masse in contrapposizione al governo di coalizione e all’apparato dello Stato (borghese) in via di riassestamento e ricostituzione dopo il terremoto del febbraio. Artefice insostituibile di questa duplice partita vittoriosa fu il partito bolscevico. Senza la funzione di guida di un partito forgiato da una lotta ventennale e armato di una visione adeguata dei compiti, l’enorme energia rivoluzionaria dispiegata dalle masse si sarebbe molto probabilmente dispersa in conati insurrezionali generosi ma senza sbocco. Una prova a contrario di questo lezione si ebbe con il fallimento dei tentativi rivoluzionari in Europa, e in particolare in Germania, nel primo dopoguerra.
Lo rilevava Lev Trotsky in un testo del ’24 che, per la prima volta, provava a fare un bilancio politico dell’esperienza russa (Le lezioni dell’Ottobre): «Si è visto che in mancanza di un partito capace di condurre la rivoluzione proletaria, questa rivoluzione diventa impossibile. Il proletariato non può conquistare il potere con un’insurrezione elementare; anche in un paese di alto livello industriale e culturale come la Germania una rivolta elementare dei lavoratori (nel novembre 1918) si è rivelata capace soltanto di affidare il potere alle mani della borghesia. Una classe possidente è in grado di conquistare il potere, strappato dalle mani di un’altra classe possidente, appoggiandosi alle ricchezze della sua “cultura”, ai suoi innumerevoli legami col vecchio apparato statale. Per il proletariato, invece, nulla può sostituire il partito» (1). La rivoluzione russa e il marxismo Due settimane dopo l’Ottobre Antonio Gramsci salutava la conquista bolscevica del potere in Russia definendola «la rivoluzione contro il “Capitale”» (2). Con tale formula paradossale, egli coglieva un fatto essenziale: l’Ottobre segnava la rottura con la tradizione scolastica e ossificata del marxismo della II internazionale e allo stesso tempo confermava l’interpretazione viva, dialettica, del metodo e del pensiero di Marx che aveva ispirato i rivoluzionari russi. Eppure, anche oggi non manca chi, anche a sinistra, non teme di sostenere che la rivoluzione del ’17 in Russia avrebbe smentito il marxismo perché esso l’attendeva nei paesi capitalisticamente più sviluppati; ovvero, all’opposto, che il marxismo di Lenin (e di Trotsky) avrebbe condiviso gli stessi limiti di economicismo, meccanicismo ecc. di quello della II Internazionale. Nulla di più falso. Semmai, le analisi e le previsioni dei maggiori rivoluzionari marxisti sulla natura della rivoluzione russa — prima che essa si realizzasse e nel corso del suo sviluppo — sono là a dimostrare che, correttamente inteso, il marxismo è stato (e resta) uno strumento scientifico fondamentale e una guida insostituibile per l’azione rivoluzionaria. Sono stati proprio alcuni teorici marxisti a cogliere in anticipo e con più perspicacia la dinamica e le potenzialità del cataclisma sociale che si addensava sulla Russia. Essi sono riusciti in questa impresa scientifico-teorica (oltreché politica) che non ha precedenti nella storia anche perché non sono rimasti prigionieri dello schema dell’“arretratezza” russa e dello sviluppo a tappe ma, al contrario, hanno saputo cogliere la forza dirompente della modernità capitalistica che si andava sviluppando, fino a farlo saltare, entro il vecchio involucro dell’impero zarista e la stretta connessione di questo sviluppo con la nuova fase del capitalismo europeo e mondiale, la fase imperialista.

Tre ipotesi sulla rivoluzione incombente La rivoluzione erompe con forza in Russia la prima volta nel 1905, dopo la sconfitta nella guerra col Giappone. Fa allora le sue “prove generali”. Viene sconfitta, per inesperienza del proletariato e della sua avanguardia e perché il vecchio regime, pur scosso in profondità, ha ancora molte armi dalla sua parte. Ma intanto consente di gettare uno sguardo al “copione” del ’17: mette in scena gli attori principali, ciascuno di essi vi prova la propria parte e cerca di indovinare quelle altrui. Nell’esilio che segue alla sconfitta i socialisti russi discutono e lavorano con la certezza che a tempo debito andrà in scena una replica e allora… La replica tuttavia non potrà essere uguale alla prova generale, se non per il primo atto. Il primo a intuire questa verità è un protagonista del 1905, presidente a 26 anni del soviet di Pietrogrado, una delle menti più acute e delle penne più brillanti del marxismo russo e internazionale: Lev Trotsky. Riflettendo sugli avvenimenti di quell’anno egli formula l’ipotesi nota col nome di “rivoluzione permanente”. La rivoluzione russa inizierà come rivoluzione democratica, ma non potrà fermarsi a quel punto; tenderà invece a trasformarsi senza soluzione di continuità in rivoluzione socialista. La bilancia delle forze in campo e il contesto internazionale, spingeranno rapidamente in avanti la classe operaia, minoritaria nel paese, ma forte e concentrata nelle maggiori città, e respingeranno invece indietro la debole borghesia verso la reazione. La grande massa della popolazione rappresentata dai contadini non potrà che seguire o la borghesia o il proletariato. Compito storico di quest’ultimo è quello di mettersi alla testa dei contadini poveri per conquistare il potere politico e gettare le premesse per la “trascrescenza” della rivoluzione democratica in rivoluzione socialista. Ciò non significa che il socialismo possa essere immediatamente instaurato o che esso possa vincere definitivamente nella Russia arretrata nella quale, oltre tutto, prevale l’elemento piccolo borghese. Ma la vittoria del proletariato in Russia favorirà lo sviluppo della rivoluzione socialista in Europa e la vittoria di quest’ultima nel cuore del Vecchio continente creerà le condizioni perché anche la Russia possa incamminarsi sulla strada del socialismo appoggiandosi sulle capacità dei paesi più avanzati. Questa ardita ipotesi di Trotsky contrasta radicalmente con l’idea che si vanno facendo della rivoluzione incombente sia le altre forze socialiste russe sia la grande maggioranza della socialdemocrazia europea. Secondo tutti costoro, sulla base di una rigida lettura evoluzionista dello sviluppo storico, nella Russia arretrata può aver luogo esclusivamente una rivoluzione democratica, “dunque”, borghese; ne consegue che per una lunga fase storica il compito del proletariato è quello di “spingere” la borghesia sulla strada del “completamento” della fase democratica della rivoluzione, non quello di aspirare autonomamente al potere. Nettamente diversa la posizione di Lenin. Anch’egli, fino allo scoppio della guerra, rimane legato alla interpretazione della rivoluzione russa come rivoluzione democratica. Ma la sua prospettiva politica si distacca radicalmente da quella dei riformisti e ha molti punti di contatto con quella di Trotsky. Al pari di quest’ultimo, egli legge l’arretratezza russa non come la condanna a legare il movimento operaio al carro della borghesia, ma come l’opportunità storica per il proletariato di conquistare l’egemonia. La prospettiva da perseguire non è quella di un’alleanza con la borghesia per sospingere quest’ultima a portare a termine la rivoluzione democratica (dalla quale essa sempre più si ritrae spaventata), ma, al contrario, quella di un’alleanza fra operai e contadini per conquistare il potere politico, attuare gli obiettivi democratici fondamentali (repubblica democratica, terra ai contadini, autodeterminazione delle nazionalità oppresse) e porre le premesse più favorevoli per una successiva avanzata verso il socialismo, in relazione agli sviluppi della rivoluzione socialista in Occidente. Lenin riassume questa prospettiva con la formula “dittatura democratica del proletariato e dei contadini”. Guerra e rivoluzione Lo scoppio della guerra imperialista introduce una accelerazione e una svolta nella situazione mondiale. La posizione di Lenin muta in conseguenza.

La guerra pone all’ordine del giorno la rivoluzione socialista in Europa come autodifesa delle masse contro la barbarie in cui sono state precipite dalle classi dominanti. È ormai impensabile un qualsiasi sviluppo progressivo della Russia nel quadro del regime borghese. Bisogna prepararsi a sviluppi rivoluzionari di grande portata. In quello stesso periodo di anni, Lenin studia sistematicamente due questioni teoriche che ora rivelavano tutta la loro portata pratica: la questione dello Stato e la natura della nuova fase del capitalismo mondiale (l’imperialismo). I risultati di questi studi vengono espressi in due opere fra le più importanti della sua produzione teorica: Imperialismo, fase suprema del capitalismo (3), che vede la luce nel 1916, e Stato e rivoluzione, che vede la luce nei primi mesi del ’18. L’analisi dell’imperialismo consente di dar conto delle ragioni e della natura del conflitto mondiale, «guerra di briganti per la spartizione del mondo», e porta a comprendere i limiti di un pacifismo puramente passivo. Il proletariato non può sperare di fermare la guerra — che coinvolge gli interessi vitali della borghesia di ogni nazione — se non trasformandola in guerra civile contro la propria borghesia, cioè in lotta per il potere. Il “difensivismo democratico” (la posizione di chi si dice per la “pace democratica” ma intanto continua ad appoggiare la prosecuzione della guerra ad opera del proprio governo) che accomuna gli opportunisti, è un inganno e un tradimento. Nella ricerca sullo Stato, Lenin riscopre e recupera, contro la rimozione socialdemocratica, l’autentica lezione marx-engelsiana sulla natura dello Stato borghese che la stessa guerra imperialista, peraltro, squarciando ovunque il velo ipocrita della democrazia formale, aveva messo a nudo: lo Stato borghese, anche quello più democratico, è un macchina predisposta per il dominio della borghesia che il proletariato non può limitarsi a conquistare e a utilizzare per i propri fini; essa deve necessariamente essere “spezzata” e radicalmente ricostruita su nuove basi, secondo l’esempio della Comune di Parigi. Lenin e la battaglia per riorientare il partito
Quando nel febbraio 1917 la rivoluzione scoppia di nuovo in Russia e in una settimana spazza via il regime secolare degli zar e i soviet dei deputati degli operai e dei soldati si costituiscono in tutto il paese, questi nuovi elementi di orientamento non trovarono tuttavia immediata applicazione. Lenin e Trotsky, sono in esilio; la maggioranza dei soviet è conquistata dai socialisti riformisti (i menscevichi e i socialrivoluzionari), i dirigenti del partito bolscevico presenti in quel momento in Russia (Kamenev e Stalin) assumono una posizione di attendismo benevolo verso il governo provvisorio ispirata a una visione schematica della separazione tra fase democratica e fase socialista della rivoluzione.

 La rivoluzione di febbraio ha dato vita a due poteri di fatto (“dualismo del potere”): da un lato quello dei soviet degli operai, dei contadini e dei soldati, che si appoggia su un potente movimento di massa, ancora politicamente inesperto; dall’altro quello del governo provvisorio di coalizione, che si appoggia sulla finzione democratica rappresentata dalla Duma a prevalenza borghese, e che sta in piedi solo perché riceve il via libera del soviet dominato dai riformisti. È una situazione precaria, consentita dal fatto che le masse non hanno ancora compreso chiaramente che cosa vuole il governo e che cosa vogliono e che cosa possono esse stesse, mentre il governo non ha più o non ha ancora gli strumenti necessari per imporre interamente la sua autorità. I soviet mantengono così per tutta una fase un ruolo ambiguo di sostegno e al tempo stesso di opposizione e di controllo sul governo, tenendo aperta una situazione di grande instabilità. Quando Lenin rientra in Russia ai primi di aprile, la sua prima mossa è la battaglia per “riconquistare” e riorientare il partito, nel corso della quale si scontra con forti resistenze nel gruppo dirigente ma trova anche un forte sostegno alla base. Il suo punto di vista è riassunto in forma concisa nelle famose Tesi d’aprile (vedi) il cui senso è il seguente. Col rovesciamento del vecchio regime zarista la prima tappa della rivoluzione deve considerarsi conclusa. Il governo provvisorio, per la sua natura e i suoi obiettivi, va considerato un governo borghese che non può dare risposta ai più pressanti bisogni delle masse: la pace, la terra, il pane, la libertà delle nazioni oppresse, ecc. Nessun appoggio gli va concesso; bisogna anzi prepararsi a rovesciarlo e a costituire un governo degli operai e dei contadini appoggiato sui soviet. Ciò non significa la “proclamazione immediata” del socialismo, di cui non ci sono le condizioni materiali, ma solo il passaggio delle terre ai contadini, la nazionalizzazione delle banche e il controllo operaio sulla produzione. Questo passaggio dalla prima alla seconda fase della rivoluzione può realizzarsi attraverso i soviet. Essi non sono solo gli strumenti di organizzazione e di mobilitazione creati dall’iniziativa rivoluzionaria delle masse; rappresentano anche quell’embrione di Stato “di tipo nuovo” che dovrà sostituire sia il vecchio apparato statale zarista in disfacimento sia la repubblica democratica nata morta, e consentire agli operai e ai contadini l’esercizio del potere. “Tutto il potere ai soviet!” deve diventare l’asse della politica dei bolscevichi. La conquista della maggioranza È interessante osservare che Lenin non pensa affatto che i bolscevichi debbano agire subito in senso insurrezionale. Non è un “blanquista”, non pensa a un colpo di Stato. Scrive in ottobre: «Se il partito rivoluzionario non ha la maggioranza nei reparti avanzati delle classi rivoluzionarie e nel paese, non si può parlare di insurrezione. L’insurrezione esige inoltre: 1) lo sviluppo della rivoluzione su scala nazionale; 2) il completo fallimento morale e politico del vecchio governo, per esempio del governo di “coalizione”; 3) grandi oscillazioni fra gli elementi intermedi, cioè fra coloro che non sono completamente con il governo, quantunque alla vigilia, lo sostenessero ancora senza riserve» (4). Per il momento, la maturazione di queste condizioni viene affidata alla battaglia sul terreno politico, a una paziente opera di spiegazione e di dialogo con le masse per vincere le loro illusioni nella politica riformista e per convincerle che non c’è altra strada che l’assunzione diretta del potere nelle loro mani attraverso i soviet. Ruolo del partito è guidare le masse in questo percorso. Una funzione fondamentale in questo processo assumono le parole d’ordine, il programma. È molto istruttivo il modo in cui Lenin presenta in vari scritti il programma del partito. Da un lato sottolinea costantemente che le misure che vengono proposte sono le più rispondenti alle aspirazioni delle masse (la pace, la terra, il controllo operaio); dall’altra insiste sul fatto che esse non si possono avere con una semplice pressione sul governo, ma solo col suo rovesciamento. Riassume questa impostazione la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet”. Il governo provvisorio è debolissimo e disorganizzato, i soviet si vanno estendendo e consolidando: bisogna convincere gli operai e i contadini a pretendere dai loro rappresentanti menscevichi e socialrivoluzionari che rompano con la borghesia e facciano affidamento solo sui soviet; i soviet tolgano il proprio appoggio al governo provvisorio, senza il quale esso non può sopravvivere, e assumano essi stessi tutto il potere; i partiti socialisti formino un governo che risponda solo ai soviet; i soviet diventino gli organi di un nuovo potere statale; in questa eventualità i bolscevichi sono pronti ad accettare la sfida della lotta per il potere nel quadro della democrazia dei soviet.

Tuttavia questa prospettiva si logora rapidamente: da un lato i riformisti non solo non vogliono il potere dei soviet, ma fanno di tutto per svuotarli della loro carica rivoluzionaria e per subordinarli al governo provvisorio; sono pronti ad allearsi con la borghesia per continuare la guerra imperialista, per ricostituire gli strumenti del potere militare e per combattere i bolscevichi; dall’altro si va organizzando la controrivoluzione. Le masse stesse, d’altro lato, non possono attendere all’infinito il rinvio della soddisfazione delle loro aspirazioni; i rischi inevitabilmente sono o la fuga in avanti, o la disillusione, la passività, il riflusso. Le “giornate di luglio” a Pietrogrado illustrano il primo caso. Conquistate dalle parole d’ordine dei bolscevichi e dall’urgenza di vedere dei risultati concreti, e forse trascinate da agitatori estremisti che scavalcano “a sinistra” anche i bolscevichi, ai primi di luglio hanno luogo a Pietrogrado, grandi dimostrazioni armate con la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet”. Si verificano scontri armati e il Comitato esecutivo centrale del soviet viene assediato a lungo, inutilmente, dalle masse che cercano di costringere i dirigenti “conciliatori” ad assumere il potere. I bolscevichi, che pure giudicano inopportune le dimostrazioni in quella forma e in quel momento, una volta che non riescono a impedirle scelgono di “sbagliare con le masse” e vi prendono parte, anche nel tentativo di evitare avventure peggiori, pur sapendo di esporsi alla rappresaglia del governo. In effetti pagano un prezzo molto elevato: accusati di aver tentato un’insurrezione, molti dirigenti vengono arrestati, altri, fra cui Lenin, devono nascondersi, altri ancora uccisi, molte sedi devastate, si ritrovano di fatto fuori legge. È scatenata contro di loro una campagna che li accusa di essere al soldo dei tedeschi. Ciò che è più grave, la sconfitta fa rifluire le masse e consente alla controrivoluzione di alzare la testa… E tuttavia la loro “lealtà” alle masse non è passata inosservata e darà i suoi frutti. Osserva Lenin qualche mese più tardi che la fine degli opportunisti è cominciata il 3-4 luglio, perché in quell’occasione le masse «hanno compreso la sua [del partito bolscevico, ndr] fedeltà e il tradimento dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi» (5). Principi e flessibilità tattica Lo sbandamento che segue alla sconfitta di luglio viene rapidamente recuperato in seguito all’affaire Kornilov. Il comandante in capo dell’esercito scelto da Kerenskij, tenta un colpo di Stato in stile bonapartista muovendo con le sue truppe alla volta della capitale. Di fronte alla minaccia, i bolscevichi chiamano alla resistenza; il governo, messo a mal partito, accetta di liberare tutti gli arrestati di luglio e di autorizzare la distribuzione delle armi agli operai. La mobilitazione ha successo. Le forze di Kornilov si dissolvono quasi senza combattere. Di fronte al rischio della reazione i bolscevichi non hanno esitato a fare temporaneamente fronte unico con governo, ma senza cedere un millimetro della loro indipendenza. Interessante sull’atteggiamento dei bolscevichi in quei giorni la testimonianza di Trotsky nella sua autobiografia: «Nel maggio, quando Cereteli perseguitava i marinai e disarmava i mitraglieri, gli avevo predetto che forse non era lontano il giorno in cui avrebbe dovuto chiedere l’aiuto dei marinai contro un generale che avrebbe tentato di insaponare la corda per impiccare la rivoluzione. In agosto il generale comparve: era Kornilov. Cereteli chiese l’aiuto dei marinai di Kronstadt, che non lo rifiutarono. L’incrociatore Aurora entrò nelle acque della Neva. È nella prigione Kresty che appresi il verificarsi così rapido della mia previsione. I marinai dell’Aurora mi inviarono una delegazione per avere un consiglio: dovevano proteggere il Palazzo d’Inverno o prenderlo d’assalto? Consigliai di rinviare la resa dei conti con Kerenskij e di disfarsi prima di tutto di Kornilov. “Non perderemo niente?” “Niente?” “Niente”… I bolscevichi si erano impegnati nella difesa e dappertutto erano in prima linea. L’esperienza della rivolta di Kornilov completò l’esperienza delle giornate di luglio. Si constatò ancora una volta che Kerensky e soci non disponevano di nessuna forza veramente loro. L’esercito che si era levato contro Kornilov era il futuro esercito della rivoluzione d’ottobre. Approfittammo del pericolo per armare gli operai che Cereteli aveva disarmato con il massimo impegno» (6). Questa vicenda segna una svolta decisiva della rivoluzione. I bolscevichi riconquistano la piena agibilità e un grande prestigio; Kerensky ne esce invece definitivamente squalificato e indebolito; le armi ricevute non saranno più restituite ma impiegate per armare la Guardia rossa. Il mutamento del clima si riflette nel fatto che in breve tempo i bolscevichi conquistano la maggioranza nei soviet degli operai e dei soldati di Pietrogrado e di tutte le principali città. Alle elezioni rionali di Mosca balzano dal 13% di giugno al 49%, mentre i menscevichi e i social-rivoluzionari precipitano dal 70 al 18%! La tattica bolscevica si adegua alla situazione mutata. Dopo le giornate di luglio il partito aveva abbandonato la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet” perché essa sarebbe stata in quella situazione “un inganno”, dal momento che il controllo riformista li aveva ridotti a organi subalterni di un governo che fucilava i soldati al fronte e reprimeva gli operai e i contadini.

Il vero potere era quello di Kerensky ed era quello che andava rovesciato. A settembre, la situazione è di nuovo mutata: è il governo ora ad essere paralizzato, nei soviet si va delineando una maggioranza bolscevica, gli operai sono armati, i contadini si stanno sollevando in tutto il paese, negli stessi partiti opportunisti vengono alla luce tendenze che si spostano a sinistra… In questo contesto Lenin rilancia la proposta del potere ai soviet presentandola come un “compromesso” per salvare l’ultima occasione di passaggio pacifico del potere dalla borghesia ai soviet: «Il compromesso, da parte nostra, sta nel fatto che ritorniamo alla rivendicazione del periodo precedente le giornate di luglio: tutto il potere ai soviet, governo dei socialisti rivoluzionari e dei menscevichi responsabile davanti ai soviet. Oggi e soltanto oggi — e forse solo per qualche giorno o per una o due settimane, — un governo simile potrebbe formarsi e insediarsi pacificamente» (7). Lenin crede davvero che un tale passaggio pacifico abbia qualche chance di avverarsi? C’è ragione di supporre di no; ma quel che importa è che ci credono ancora ampi settori di massa; nel momento in cui si avvia la macchina dell’insurrezione, è opportuno fare ogni sforzo perché le masse si rendano conto che non rimane altra possibilità, che cadano le ultime illusioni sulla buona fede dei dirigenti socialisti, che siano esse stesse a rompere con loro. Il problema dei contadini Se la conquista della classe operaia è per i bolscevichi la condizione di base della loro strategia per la conquista del potere, in un paese con una larga maggioranza di contadini qual è la Russia l’egemonia su questi ultimi è una condizione essenziale per la conservazione del potere. Ora, i contadini seguono in minima parte i bolsevichi: sono in maggioranza per il partito social-rivoluzionario erede dei populisti. Il fatto è che i contadini aspirano a spartirsi le terre dei latifondisti, mentre il programma agrario del partito bolscevico, in questo fedele alla tradizione socialista occidentale, prevede la socializzazione. Lenin non esita un momento ad abbandonare la piattaforma bolscevica per andare incontro all’aspirazione dei contadini. E giustifica in questo modo il cambiamento: «I contadini vogliono conservare la loro piccola azienda, ripartire la terra in parti eguali e uguagliarle periodicamente… Sia. Non un solo socialista ragionevole si allontanerà dai contadini poveri per tale questione. Se si confiscano le terre vuol dire che il dominio delle banche è colpito alla base; se si confiscano le scorte, vuol dire che il dominio del capitale è colpito alla base e che, quando il proletariato avrà nelle sue mani il potere centrale, quando prenderà il potere politico, il resto verrà da sé, il resto verrà dalla “forza dell’esempio” e sarà suggerito dalla stessa pratica. Il passaggio del potere politico al proletariato, ecco l’essenziale… Non siamo dottrinari.
La nostra dottrina non è un dogma, ma una guida per l’azione». (8). La battaglia per l’Ottobre nel partito Come ad aprile, al momento della scelta decisiva dell’insurrezione armata, nel partito bolscevico si apre un duro confronto sui compiti del momento. La destra (Kamenev, Zinoviev), ancora una volta, oppone resistenza. Alla conquista rivoluzionaria del potere contrappone la via parlamentare e “conciliatrice” verso i partiti opportunisti. Essa paventa l’insurrezione come un’avventura e prospetta il consolidamento di un regime fondato sulla combinazione dei soviet — giudicati ormai «insopprimibili» (in quello stesso periodo Kerensky prepara piani per scioglierli d’autorità) — e l’Assemblea costituente, la cui elezione è imminente e in cui i bolscevichi potrebbero avere, secondo i loro calcoli, un terzo dei seggi. Insomma, contano per il partito su un ruolo di “opposizione influente” capace di incidere sul governo borghese di coalizione grazie alla “pressione del movimento” — «la pistola puntata alla tempia del governo», come si esprimono Kamenev e Zinoviev — cioè i soviet degli operai e dei soldati in mano ai bolscevichi (9). Sfugge del tutto a costoro che la situazione eccezionale del “dualismo di potere” è per sua natura transitoria e che il rifiuto a risolverla a favore dei soviet e del proletariato significa automaticamente consentire che essa sia risolta prima o poi da Kerensky, o da chi per lui, a vantaggio della borghesia. E non certo per instaurare una qualche forma di regime parlamentare in cui sia lasciato al movimento operaio uno spazio per organizzarsi e ai bolscevichi di fare l’opposizione. Più probabilmente subentrerebbe un regime autoritario, una sorta di “fascismo russo”. Lenin getta tutta la sua influenza nella battaglia nel partito per far prevalere la linea dell’insurrezione. In poche settimane produce una quantità incredibile di scritti di vario tipo (lettere agli organi del partito, articoli per la sua stampa, opuscoli popolari) in cui presenta e argomenta l’analisi del momento, i compiti che ne derivano, difendendo con forza l’idea della conquista immediata del potere. I titoli di questi scritti sono di per sé eloquenti: I bolscevichi devono prendere il potere (lettera al comitato centrale e ai comitati di Pietrogrado e di Mosca del partito, 12-14 settembre), Il marxismo e l’insurrezione (lettera al comitato centrale, 13-14 settembre), I compiti della rivoluzione (nel “Raboci Put’”, 26-27 settembre), I bolscevichi conserveranno il potere statale? (nella rivista “Prosvesicenie”, 1-2 ottobre), La crisi è matura (“Raboci Put’”, 7 ottobre), Lettera ai membri del partito bolscevico (18 ottobre), Lettera ai membri del Comitato centrale (24 ottobre),

La catastrofe imminente e come lottare contro di essa (opuscolo popolare pubblicato nell’ottobre ’17). In questi scritti Lenin argomenta in modo serrato un punto centrale: la situazione è matura, non è mai stata più favorevole per prendere e conservare il potere, indugiare sarebbe un errore, anzi un crimine verso la rivoluzione russa e la rivoluzione internazionale; il partito deve farsi carico di organizzare l’insurrezione per eliminare il governo provvisorio e consegnare il potere ai soviet; il momento favorevole non può durare all’infinito: nessuna incertezza, massima decisione. È oltremodo interessante osservare che nel valutare il momento e i compiti Lenin non parte dalla situazione russa ma da quella internazionale (cfr. La crisi è matura e il conciso odg sull’insurrezione votato dal comitato centrale del 10 ottobre, contrari Kamenev e Zinoviev, qui riprodotto). Il moltiplicarsi degli scioperi, degli atti di insubordinazione, dei casi di repressione un po’ in tutti i Paesi in guerra, ma in particolare in Germania, sono per Lenin «i segni della vigilia di una rivoluzione su scala mondiale». In Russia il cambio si manifesta invece con la sollevazione contadina, con la crisi dell’esercito, con la forte avanzata dei bolscevichi nelle elezioni di Mosca: «Il governo esita. Bisogna finirlo… La storia non perdonerebbe il temporeggiamento ai rivoluzionari che possono vincere oggi (e vinceranno certamente oggi), ma rischierebbero di perdere molto, di perdere tutto domani… Ogni temporeggiamento nell’azione equivale alla morte» (lettera ai membri del comitato centrale). L’insurrezione Nell’impazienza di vedere il partito passare ai fatti, essendo lontano dalla scena degli avvenimenti (è ancora costretto a nascondersi), giunge a pensare, sbagliando, che la tattica adottata da Trotsky di far coincidere l’insurrezione con la riunione del secondo congresso panrusso dei soviet che deve assumere il potere, nasconda intenzioni dilatorie o illusioni legalitarie. Trotsky, invece, con grande acume tattico, ha fatto in modo di mascherare i preparativi aperti dell’insurrezione armata dietro la copertura della “legalità sovietica”, presentando come dettate da “esigenze difensive” le azioni che concretizzano a tutti gli effetti il passaggio all’offensiva. Ancora una volta è il governo provvisorio a fornire l’occasione e Trotsky non se la lascia sfuggire. Kerensky vuol spostare al fronte due terzi dei reggimenti militari di stanza a Pietrogrado, dominati dai bolscevichi. Ovviamente i soldati non hanno nessuna voglia di andare sotto il fuoco e inoltre, dopo l’avventura di Kornilov, non sono solo i bolscevichi a diffidare delle mosse del governo. Così il soviet si oppone e i reparti rimangono a Pietrogrado. Tecnicamente, quel rifiuto è già “insurrezione”, ancorché incruenta. La proposta, avanzata dai menscevichi, di costituire un “comitato militare” del soviet per i collegamenti con lo stato maggiore e per controllare le sue mosse, viene assunta dai bolscevichi che ne fanno lo stato maggiore dell’insurrezione proletaria. Scriverà più tardi Trotsky che l’insurrezione di Pietrogrado è avvenuta in due fasi; e la più importante fu quella “silenziosa” con cui il Comitato militare rivoluzionario ottenne che tutti i reparti militari della capitale si mettessero sotto la sua autorità, tagliando fuori lo stato maggiore e il governo. «Tre quarti, se non nove decimi» dell’insurrezione sono già cosa fatta quando il 25 ottobre inizia la “seconda fase” — con la presa del Palazzo d’Inverno e l’arresto del governo provvisorio — «che recise il cordone ombelicale del regime politico creato dalla rivoluzione di febbraio» (10). Nel resto del Paese il passaggio del potere avviene ovunque in modo analogo, incontrando in genere scarsa resistenza, e con poche vittime, salvo alcune eccezioni, la principale delle quali è Mosca dove la vittoria costa una settimana di combattimenti e un elevato prezzo di sangue (circa 500 morti fra gli insorti). È indubbio che l’Ottobre ha potuto contare su un concorso di circostanze favorevoli difficilmente ripetibili altrove. La profondità della crisi sociale e la dissoluzione dell’esercito causate dalla guerra, il fatto di aver dovuto combattere contro un regime politico — quello nato dalla rivoluzione di febbraio — che non aveva avuto il tempo di consolidarsi e di dotarsi di collaudati strumenti di egemonia e di repressione, la saldatura fra rivoluzione proletaria nelle città e sollevazione contadina nelle campagne: tutto ciò ha consentito alla classe operaia di prendere il potere in Russia in modo relativamente più facile di come il problema non si presenti in Occidente. Ma se si guarda oltre le specificità russe, si vede che i problemi che si sono posti al partito rivoluzionario in Russia nel ’17 sulla strada del potere — la capacità di comprendere le forze motrici della rivoluzione, i modi e i tempi del suo sviluppo nei suoi nessi interni e nella sua dimensione internazionale; la conquista della maggioranza delle classe, la costruzione del blocco sociale fra la classe operaia e gli altri settori sfruttati ed oppressi della società, l’autorganizzazione più larga possibile delle masse attive in forme democratiche (i consigli), l’autonomia di tali organismi dallo Stato borghese e il loro sviluppo come embrione di una “legalità” e di un potere statale alternativo, la paralisi e la distruzione dell’apparato militare dello Stato borghese e l’armamento dei lavoratori, la capacità tattica di sfruttare le contraddizioni e le esitazioni dell’avversario, di operare svolte anche rapide secondo il momento, di utilizzare il terreno “unitario” per sfidare gli opportunisti a dare risposta alle esigenze pressanti delle masse, la definizione di un programma comprensibile e condivisibile dalle masse e tale da spingerle sulla strada della mobilitazione per il potere — si vede che questi problemi, dicevamo, sono i problemi che la lotta di classe ha riproposto molte altre volte in questi ottant’anni in Europa e nel mondo.

 Essi sono in buona sostanza i problemi con cui anche noi ancora oggi dobbiamo fare i conti. In questo senso, depurate dai loro aspetti storici contingenti, le lezioni dell’Ottobre non hanno cessato di essere preziose per i comunisti. (ottobre 1997) Note 1. Lev Trotskij, Le lezioni dell’Ottobre, in Bucharin, Stalin, Trotskij, Zinoviev: La “rivoluzione permanente” e il socialismo in un paese solo, Editori riuniti, 1970, p. 35. 2. Titolo dell’articolo pubblicato il 24-11-17 sull’“Avanti!”, in A. Gramsci, Scritti giovanili: 1914-18, Einaudi 1975, pp. 149-153. 3. In realtà la traduzione più corretta del titolo originale è “Imperialismo, ultima fase del capitalismo”, “ultima” nel senso di “più recente”, non nel senso che altre fasi non sono più possibili. La differenza è, mio parere, qualcosa di più di una sfumatura lessicale. 4. Lenin: I bolscevichi conserveranno il potere statale?, in Vladimir I. Lenin: La rivoluzione d’ottobre, Newton Compton, 1975, pp. 242-243. 5. Idem. 6. L. Trotsky: La mia vita, Mondadori, pp. 308. 7. Lenin: Sui compromessi, in La rivoluzione d’ottobre, pp. 162-163. 8. Lenin: Contadini e operai, in La rivoluzione d’ottobre, pp. 159-160. 9. Kamenev e Zinoviev, Il momento presente, lettera scritta l’11 ottobre e inviata alle principali organizzazioni del partito. 10. Trotskij, Le lezioni dell’Ottobre, p. 78, in Bucharin, Stalin, Trotskij, Zinoviev, La “rivoluzione permanente” e il socialismo in un paese solo, Editori riuniti 1970.